L’export agroalimentare italiano continua a crescere

L’export agroalimentare italiano continua a crescere.

Secondo le proiezioni di Federalimentare, il 2016 si chuderà con un valore delle esportazioni di 30,2 miliardi, in crescita del 4,1% rispetto al 2015.

Nel periodo gennaio-novembre 2016 il consuntivo registra una quota export di 27,465 miliardi. «Ne consegue – riporta una nota dell’ufficio studi di Federalimentare – una variazione del +3,5% sugli 11 mesi 2015, in aumento rispetto al +2,9% dei primi 10 mesi 2015.

Si aggiunge che, secondo le ultime anticipazioni aggregate Istat, dicembre registra una forte accelerazione sullo stesso mese 2015, per cui il tendenziale di settore previsto a consuntivo dei dodici mesi dovrebbe risalire ancora e raggiungere il +4,2%. Sugli undici mesi si rinforza il passo degli Usa, con un +5,4%, mentre prosegue il cedimento della Cina, con un -14,2%, sostanzialmente allineato al tendenziale precedente.

Made in Italy, è tempo di riavvicinarsi a Mosca

 

Da quando Trump è diventato Presidente degli USA qualcosa sembra essere profondamente cambiato nelle prospettive delle relazioni bilaterali Russia-Stati Uniti: Mosca e Washington potrebbero infatti, nei prossimi anni, instaurare un asse economico-politico inedito sconfessando in modo radicale le politiche portate avanti durante gli otto anni di Barack Obama.L’Europa quindi rischia di rimanere da sola nel contrasto alle politiche aggressive di Putin e, complice la Brexit, sempre meno credibile sullo scacchiere internazionale.

E’ dunque comprensibile che le sanzioni alla Russia siano un tema tornato prepotentemente alla ribalta sui principali media italiani, i quali tendono ad evidenziare (giustamente) quanto il Made in Italy abbia già scontato un conto salatissimo in questi anni.

I segnali provenienti dall’ultimo aggiornamento ISTAT circa il commercio estero extra UE sono positivi: a dicembre sono stati oltre 9 i punti di crescita registrati dall’export Made in Italy in Russia.

Tuttavia la situazione è ancora ben lontana dall’essere risolta ed infatti nel 2016 le vendite di Roma verso Mosca sono calate del 5,3%.

Il raffronto con il periodo pre sanzioni è ancora più impietoso: se nel 2013, prima della crisi in Ucraina, l’export di prodotti nostrani era arrivato a toccare quota 10,7 miliardi di euro oggi questo dato si attesta a 6,7 miliardi.

In soldoni ci siamo persi per strada ben 4 miliardi di euro solo nel 2016, cifra importante e che sale addirittura a 10 miliardi se si considera la diminuzione registrata in tutto il periodo di vigenza delle sanzioni.

I settori maggiormente colpiti sono stati moda (un miliardo), meccanica strumentale (700 milioni), food&beverage (300 milioni) e in misura diversa molti altri comparti.

Sarebbe quindi, almeno commercialmente, assolutamente auspicabile che la nuova politica di alleanze di Donald Trump spinga anche l’UE a considerare seriamente di eliminare le sanzioni.

Non dimentichiamoci infatti che l’Italia, nel 2013, era il quinto fornitore di beni per il mercato russo.

La grande occasione per un rilancio del Made in Italy in Russia c’è e va colta come ha dichiarato Marinella Loddo, Direttore di ICE Milano, intervenuta in occasione del Forum Milano-Russia: “In Russia abbiamo una grande occasione rappresentata dalla reindustrializzazione. Possiamo portare il nostro know-how e lavorare insieme con i partner per costruire un nuovo modo di produrre ed intendere il Made in. Siamo fiduciosi che la situazione politica possa normalizzarsi, la Russia per noi è una grande ferita che dobbiamo colmare, il nostro export ha subito gravi contraccolpi. Speriamo di tornare a inserire la Russia nel grande mercato delle nostre esportazioni”.

Ma quale è la situazione a livello comunitario?

La speranza che la prossima scadenza delle sanzioni alla Federazione Russa fissata per il 31 gennaio scorso potesse essere l’ultima, è rimasta vana.

Il meccanismo sanzionatorio è stato infatti rinnovato fino al 31 luglio 2017 durante il Consiglio Europeo tenutosi il 21 dicembre scorso.

Un timido segnale è stato lanciato dal premier italiano, Paolo Gentiloni, nel suo primo intervento a Bruxelles del 15 dicembre scorso in occasione del Consiglio Europeo.

L’ex Ministro degli Esteri ha preso la palla al balzo e si è dichiarato contrario a un nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia per la situazione siriana e ha dunque ribadito la ferma volontà dell’Italia di spendersi a favore di una normalizzazione dei rapporti con Mosca.

Queste però rischiano di rimanere solo parole perché, almeno fino ad adesso, le nostre istituzioni sono rimaste saldamente allineate alle decisioni prese a livello europeo.

SACE comunque intravede un timido miglioramento delle relazioni economiche con Mosca nel prossimo futuro e già dal 2017 la performance del nostro export dovrebbe tornare positiva (+1,8%).

Attenzione però perché è assai probabile che se Washington allenterà le sanzioni nei prossimi mesi anche l’UE seguirà il suo esempio.

Certamente questa sarebbe una bella notizia per le nostre imprese esportatrici anche se, ad esser sinceri, sarebbe molto più dignitoso che, una volta tanto, fosse l’Europa ad anticipare i tempi anziché aspettare passivamente le decisioni provenienti dagli Stati Uniti.

Sorgente: Made in Italy, è tempo di riavvicinarsi a Mosca

Export a ostacoli: dal 2008 Washington ha innalzato ben 1.084 muri contro il libero commercio

Nonostante gli annunci di Trump – che minaccia un nuovo periodo di protezionismo – facciano paura, in realtà gli Stati Uniti hanno avviato già da tempo un processo di chiusura del proprio mercato alla penetrazione degli altri Paesi. Le barriere al libero scambio non sono fatte solo di dazi che rincarano il prezzo delle merci, ma anche di ostacoli più burocratici che vanno sotto il nome di “barriere non tariffarie” al commercio. Queste possono essere per l’impresa economicamente molto onerose, alla pari di un dazio.

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A giugno il Made in Italy torna a crescere sui mercati extra UE

A giugno si vende più Made in Italy al di fuori dei confini comunitari, a comunicarlo è l’Istat con il consueto aggiornamento mensile relativo al commercio estero extra UE.

A dir la verità l’incremento rispetto a maggio 2016 è lieve (+0,3%) ma, essendo accompagnato da un decremento delle importazioni (-0,5%), ha provocato anche una crescita del surplus commerciale (+3,462 miliardi) che è ampiamente superiore a quello dello stesso mese del 2015 (+2,052 miliardi).

A crescere sono state soprattutto le vendite di beni strumentali (+2,9%, in presenza di importanti vendite di mezzi di navigazione marittima) e dienergia (+11,5%). In calo invece le vendite di beni intermedi (-3,5%) e di beni di consumo non durevoli (-1%).

Per quel che riguarda l’import la diminuzione è stata trainata dagli stessibeni strumentali (-4%), dai beni intermedi (-0,9%) e dai beni di consumonon durevoli (-0,5%). In controtendenza sono invece le categorie di beni di consumo durevoli (+3,1%) e di energia (+2,4%).

A livello trimestrale il trend delle vendite verso Paesi extra UE è buono(+2,9%) con performance rilevanti che si registrano in beni di consumo non durevoli (+4,6%), energia (+4,3%) e beni intermedi (+3,7%).

Anche sul lato import, nonostante il calo di giugno, si registra un aumento(+2,4%) realizzato grazie alle accresciute vendite di energia (+11,2%) e beni strumentali (+6,6%).

Se si effettua invece un confronto con l’anno scorso si nota come si sia materializzato un calo delle vendite di Made in Italy verso mercati extra comunitari (-2,8%) specialmente a causa di un decremento nelle vendite di energia (-49,4%), di beni intermedi (-4,5%) e dei beni di consumo durevoli (-7,3%). In controtendenza l’export relativo ai beni di consumo non durevoli (+5,9%) e di beni strumentali (+1,7%).

Anche l’import è in forte discesa a livello tendenziale (-13,0%) coinvolge tutti i comparti. Giù gli acquisti di energia (-28,5%), beni intermedi (-9,4%), beni strumentali (-8,8%) e beni di consumo (-4,7%).

I dati parziali riferiti ai primi sei mesi del 2016 descrivono un andamento in decrescita più marcato a livello di import (-8,8%) ma significativo anche a livello di export (-3,9%). Comunque, al netto della componente energetica, la flessione è molto meno accentuata (-0,9% per le importazioni, -1,8% per le esportazioni).

Il saldo commerciale del primo semestre con i Paesi extra UE rimane positivo per 16,5 miliardi in aumento di 3,4 miliardi rispetto allo stesso periodo del 2015.

Nel periodo gennaio-giugno 2016 (confrontato con gennaio-giugno 2015) vola l’export verso Giappone (+17,0%), Russia (+5,1%) e Paesi ASEAN (+5,0%). Crollano invece Paesi MERCOSUR (-18,2%) e Turchia (-12,6%) mentre qualche difficoltà si registrano anche negli Stati Uniti (-6,8%) e nei Paesi OPEC (-3,5%).

Aumenta sensibilmente l’import dalla Turchia (+21,8%) mentre crollano gli acquisti dalla Russia (-46,4%). Meno consistente ma comunque marcata anche la flessione con Svizzera (-14,1%), Paesi ASEAN (-10,1%), Cina e Stati Uniti (entrambi -6,1%).

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Energie rinnovabili, incentivi per 9 miliardi. La mappa dei fondi

 

 

 

 

 

435 milioni di euro all’anno

9 miliardi di euro in vent’anni

1.370 megawatt installati

È stato firmato ieri dal ministro per lo Sviluppo Economico Carlo Calenda il decreto che assegna nuovi incentivi alle energie rinnovabili diverse dal fotovoltaico.

Il provvedimento ha recepito in parte le nuove disposizioni europee e permetterà di ottenere gli incentivi solo partecipando a gare a cui saranno ammessi progetti che usano tecnologie diverse.

Le aste previste dal nuovo decreto si baseranno sul meccanismo dei ribassi, che potrà andare da un minimo del 2 a un massimo del 30%.

Enel intende partecipare per sviluppare i progetti sull’eolico on shore e aggiungere 20 megawatt nel geotermico. Eni parteciperà alle aste soprattutto per l’eolico; la società sta entrando nel settore con 4 mila ettari di aree industriali sottoposte a bonifiche e non utilizzabili per altri scopi.

In totale, sono previsti 9 miliardi di incentivi per circa 20 anni, ovvero 435 milioni di euro all’anno.

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Puntare troppo sul made in Italy fa male?

Come scrive l’Economist, quella italiana nei confronti della qualità nazionale è una vera e propria ossessione: e se è vero che gli italiani sono i primi a richiedere le tutele dei prodotti tipici (sono 924 i prodotti italiani garantiti dall’Europa contro, ad esempio, i 361 della Spagna), è anche vero che gli stessi italiani – sostiene il giornale – non sarebbero così bravi nella vendita. Probabilmente perché, aggiunge, non esistono catene di vendita internazionale italiana che possano spingere adeguatamente i prodotti made in Italy nei mercati (almeno) più appetibili. È quel che avviene, a ben pensare, anche all’interno dei nostri confini, indifendibili: un terzo del mercato è in mano a Carrefour e Auchan (ovvero, ai francesi).

Ancora, secondo l’Economist, le ragioni di questo fallimento (l’esempio più celebrato è quello di Eataly, che ha tuttavia un fatturato non paragonabile ai big globali) consistono proprio nella tendenza a “sacralizzare” il made in Italy: “L’Italia tradisce un innato protezionismo: piuttosto che competere sui mercati mondiali, i produttori italiani chiedono l’aiuto dell’Europa per tutelare i loro marchi tradizionali e massimizzare le rendite che riescono a estrarre dal loro prodotti di qualità”. Insomma, ossessionati dal tentativo di difendere le denominazioni, le tradizioni e le indicazioni geografiche, il giornale afferma che i produttori italiani abbiano in realtà trascurato aspetti importanti come produttività e inventiva.

Nel dimostrar ciò, il giornale compie degli esempi abbastanza lampanti. Qualche anno fa i produttori della “focaccia di Recco” sono riusciti a ottenere una certificazione che impone l’utilizzo della denominazione “di Recco” solamente se la preparazione della focaccia è effettuata secondo la complessa e specifica ricetta originale, e solo se la focaccia viene prodotta nel comune di Recco e in un altro paio di piccoli comuni limitrofi. Peccato che, sostiene ancora l’Economist, qualche mese fa durante una fiera dell’artigianato i carabinieri sono arrivati a chiudere il relativo stand, e i gestori sono stati denunciati per frode alimentare. Ma soprattutto: se la focaccia si può produrre solo a Recco, e non si può surgelare e quindi trasportare, le possibilità di consumare il prodotto fuori Recco sono praticamente minime.

Insomma, in conclusione – aggiunge l’Economist – la sacralizzazione della tradizione italiana sarebbe anche una delle ragioni che spiega perché la produttività in Italia non cresce oramai da più di un decennio. Tutto male, dunque? Non proprio. Perché, in fondo, il giornale lancia una speranza: “I pomodori arrivano dal Nuovo Mondo, la mozzarella viene fatta con il latte di bufala, un animale dell’Asia portato in Italia durante le invasioni barbariche, il basilico arriva dall’India. E sono stati i migranti a portare la pizza di là dell’oceano, negli Stati Uniti. Il genio italiano si trova nell’inventiva e nell’adattabilità, non in un’immaginaria tradizione canonizzata dalle leggi dello stato”.

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AEO, certificazione di affidabilità doganale

L’AEO (Authorized Economic Operator) è alla base del nuovo Codice Doganale e rappresenta uno status che può essere ottenuto da tutti gli operatori economici che, nello svolgimento delle loro attività, disciplinate dalla regolamentazione doganale, fanno parte della catena del commercio internazionale.

Il riconoscimento dell’autorizzazione consente di essere destinatari di agevolazioni e vantaggi, diretti e indiretti, in merito alle operazioni doganali.

Lo status definisce un concetto di affidabilità doganale degli operatori autorizzati, ritenuti più sicuri, rispetto agli altri.

L’autorizzazione AEO comprende le autorizzazioni AEOC (Authorized Economic Operator for Customs semplification) e AEOS (Authorized Economic Operator for Security and Safety), per le quali si può fare richiesta singolarmente.

Per ottenere la qualifica di AEO l’operatore economico deve rispettare determinati criteri:

• Assenza di reati connessi all’attività economica;
• Conformità alla normativa doganale;
• Procedure affidabili per la gestione della scritture commerciale e per i trasporti;
• Competenze e qualifiche professionali (AEOC);
• Standard di sicurezza (AEOS).

L’operatore non è obbligato a divenire AEO, in quanto è una scelta soggettiva, dove i criteri per l’ottenimento dello status si identificano nellatipologia di operatore economico (società di persone o di capitali), nelle dimensioni dell’impresa e nel ruolo che occupa nel ciclo del commercio.

L’iter da seguire per l’autorizzazione comprende:

• Domanda redatta su formulario presente nell’Allegato 6 del Reg. UE 2015/341;
• Allegato 2 alla circ. 36 D del 21.12.2007 ADM (riguardanti le informazioni generali);
• Allegato 3 della circ. 36 D del 21.12.2007 ADM (assenza di procedure e reati);
• Questionario di autovalutazione.

Entro 120 giorni dall’istanza presentata dal richiedente, l’autorità doganale competente deve provvedere al rilascio della certificazione AEO, in alternativa il termine può essere prorogato di altri 60 giorni.

Attraverso l’attività di audit l’agenzia doganale avrà conoscenza approfondita dell’operatore e un quadro delle attività svolte, dallo stesso, attraverso la raccolta di informazioni, documenti ed evidenze oggettive, quindi, è importante che il richiedente si prepari meticolosamente per questa fase e mantenga sempre attivo il canale di comunicazione tra la propria struttura e il team degli uffici doganali per agevolare le attività affinché si svolgano nel minor tempo possibile.

Nel caso in cui dovessero risultare delle lacune sarà interesse dell’autorità doganali individuare le azioni correttive affinché sia possibile rilasciare la dichiarazione, per tanto risulta opportuno discutere in maniera costruttiva e collaborativa le eventuali soluzioni.

La strada che porta all’autorizzazione non è semplice, poiché prevede dei controlli interni da parte degli Uffici doganali e la costituzione di un reparto ad hoc, tuttavia presenta numerosi vantaggi tra cui la riduzione dei controlli fisici e documentali, migliori relazioni con le autorità doganali, maggiore velocità nelle spedizioni e diminuzione dei problemi legati alla sicurezza.

È inoltre, fondamentale, segnalare gli accordi di Mutuo Riconoscimentocon Paesi terzi che permette il riconoscimento dell’autorizzazione AEO e fornisce benefici reciproci agli operatori. Attualmente l’Unione Europea ha concluso accordi per il riconoscimento con Norvegia, SvizzeraGiappone,Andorra, Stati Uniti e Cina.

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Vendere online conviene: crescita del 150% per le imprese che vendono online

Le news sul mondo dell’export, focus Paesi, mercati esteri, che cosa e dove esportare. Informazioni utili per vendere all’estero.

Secondo quanto afferma Unioncamere, dal 2009 al 2015 le società di commercio elettronico sono aumentate di 9mila unità, garantendo pertanto un saldo attivo notevolmente superiore a quanto non sia avvenuto in altri settori “tradizionali”. Dai prodotti di abbigliamento ai libri, dai giocattoli agli occhiali, non vi è segmento di mercato che oggi non sia interessato dalla vendita attraverso il commercio elettronico: una presenza non più discreta, ma sempre più preponderante, sostenuta da una crescita del numero delle imprese pari al 151,6 per cento, in media il 25,3 per cento all’anno.

Per intendere in che modo si sia evoluto il trend, sia sufficiente ricordare che nello stesso periodo l’insieme del settore del commercio al dettaglio, un bacino di attività economiche di poco superiore a 870mila aziende, ha guadagnato solo 7.170 imprese, pari ad una crescita dello 0,83 per cento nell’arco dei sei anni. Non solo: sempre secondo quanto affermava Unioncamere, anche considerando chi vende all’ingrosso, l’intero comparto del commercio, costituito da 1,5 milioni di imprese, ha fatto un passo in avanti di soli 0,12 punti percentuali, o 1.876 aziende.

Territorialmente, il ritmo più ripido di nuove aziende operanti nel commercio elettronico è stato conseguito dalle attività abruzzesi (+260 per cento), seguite da quelli pugliesi (+218 per cento) e da quelle campane (+202 per cento). Tralasciando i termini relativi, e passando a quelli assoluti, come era lecito attendersi la crescita più consistente si registra in Lombardia (1.694 imprese in più nei sei anni in esame), davanti a Campania (+1.069 imprese in più) e nel Lazio (+983 imprese in più). Se invece scendiamo in un livello di dettaglio ancora maggiore, e ci occupiamo delle sole province, in testa troviamo Roma con 1.384 imprese alla fine del 2015, Milano con 1.260 imprese e Napoli con 897 imprese.

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Il paradosso della produttività. Confronta l’Italia con Germania, Usa e Uk 

A partire dal 2000 circa il 90% delle economie Ocse ha segnato un rallentamento del trend di crescita della produttività. Al tempo stesso, l’aumento delle disuguaglianze ha fatto sì che nel 2012 il reddito del 10% dei più ricchi dell’Ocse sia cresciuto fino a diventare 10 volte più grande rispetto a quello del 10% più povero,

La crescita della produttività  sta rallentando in molte economie emergenti avanzate e sulla scia della crisi.  Lo confermano i nuovi dati contenuti neCompendio di indicatori 2016 della produttività diffuso dall’Ocse.  “Ci sono fondamenta e legami comuni tra il rallentamento della produttività che si osserva nei Paesi avanzati (e anche negli emergenti) e l’aumento delle disparità di reddito. Sono entrambi ostacoli che rischiano di innescare un circolo vizioso a tutto svantaggio della crescita, rendendo vani gli sforzi che mirano a rilanciarla.” A partire dal 2000 circa il 90% delle economie Ocse ha segnato un rallentamento del trend di crescita della produttività. Al tempo stesso, l’aumento delle disuguaglianze ha fatto sì che nel 2012 il reddito del 10% dei piu’ ricchi dell’Ocse sia cresciuto fino a diventare 10 volte piu’ grande rispetto a quello del 10% piu’ povero, mentre alla meta’ degli anni 80 era ‘solo’ sette volte piu’ grande. In termini di ricchezza, la situazione e’ ancora piu’ netta: il 10% della popolazione controlla la meta’ della ricchezza delle famiglie nei 18 Paesi Ocse per cui sono disponibili i dati. Gli anni della crisi – sottolinea l’Ocse – hanno amplificato entrambi i problemi in un clima di bassi investimenti e alta disoccupazione, ma hanno fatto emergere anche altre sfide sui modi in cui funziona l’economia. Ad esempio la crescita della finanza nell’economia globale puo’ avere distolto gli investimenti dalle attivita’ produttive, risultando al tempo stesso in una maggiore concentrazione della ricchezza. Anche la crescita dell’economia digitale pone nuove sfide per i posti di lavoro e le competenze, proprio nel momento in cui le crescenti disparità fanno sì che le persone con i redditi più bassi investano meno nella formazione, il che finisce per peggiorare le disparità e ridurre la produttività. (Radiocor)

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L’Italia, le energie rinnovabili e l’industria del riciclo

Le news sul mondo dell’export, focus Paesi, mercati esteri, che cosa e dove esportare. Informazioni utili per vendere all’estero.

L’Agenzia internazionale dell’energia ha recentemente redatto la classifica dei Paesi che utilizzano il fotovoltaico, il rapporto riguarda l’Italia al primo posto con il 12% di energia coperta dai pannelli solari, seguono la Francia, la Svizzera e la Germania rispettivamente con una copertura del 10% e 8%.

La ricerca descrive anche la capacità produttiva mondiale del fotovoltaico che nel  2015 è cresciuta di 50 GW per un totale di circa 250 GW. Cina e Giappone hanno fatto registrare  una forte crescita a livello produttivo rilevanti, superando entrambi i numeri aspettati.

Il rapporto inoltre conferma una posizione di importanza dell’Italia nel campo dell’energia Green, ottenuta grazie agli enormi sforzi e investimenti attuati negli scorsi 10 anni portando ai massimi valori la produzione di energia pulita (45%). In questo periodo dove i finanziamenti per le energie rinnovabili sono calati, mentre aumentano quelli per petrolio, carbone e gas (grazie a una piccola ripresa economica iniziata nel 2014), il nostro Paese non deve abbandonare l’idea di una nazione eco-green, a maggior ragione in questa fase dove le tendenze mondiali si dirigono sempre più verso le questa direzioni (vedi i paesi del Nord Europa).

Anche in campo riciclo e rifiuti l’Italia non è da meno. EGO International Group è stata presente alla fiera mondiale IFAT a Monaco, evento mondiale del settore. La fiera ha proposto per la prima volta delle dimostrazioni dal vivo dedicate al riciclo dell’acqua, dei rifiuti e di materiali pesanti.

Riciclo di veicoli: L’associazione delle aziende tedesche di riciclo e smaltimento dell’acciaio ha mostrato al pubblico il processo per il riciclo di automezzi: grandi presentazioni pratiche, relative allo stoccaggio, alla bonifica, all’eliminazione di sostanze nocive.

Riciclo di materiali da costruzione: L’associazione delle tecnologie per l’industria edilizia, l’ambiente e i macchinari ha organizzato esibizioni dal vivo di macchine, escavatori e attrezzature varie per la lavorazione di asfalto, calcestruzzo, acciaio e materiali da costruzione.

Protezione contro le inondazioni: a IFAT l’associazione europea per la protezione contro le inondazioni (EVH) ha presentato un container costruito per collaudare sistemi di protezione contro le inondazioni.

Trattamento delle reti idriche: la protezione civile tedesca ha realizzato una demo sulla produzione di acqua potabile e sul contenimento delle perdite di petrolio. Per la prima volta gli operatori in visita a IFAT hanno assistito ai lavori di costruzione di reti idriche. Esperti hanno risposto a domande su materiali, tecniche di posa e ambiti applicativi.

Nel complesso la fiera ha riscosso un enorme successo: 80.000 visitatori, nuove tecnologie in atto e tante proposte che si realizzeranno nel 2017.

Sorgente: L’Italia, le energie rinnovabili e l’industria del riciclo: anche la EGO International in visita alla manifestazione IFAT a Monaco, prima a livello mondiale nel settore