“Il Made in Italy non è mai stato così forte in Canada”

 

Nel 2016 come si è strutturato l’interscambio fra Italia e Canada?

L’Italia è il terzo partner commerciale europeo del Canada e il nono a livello globale e ciò testimonia l’importanza degli scambi tra i due Paesi, il cui valore supera i sette miliardi di euro annui. Nel 2016, gli scambi sono stati costanti e proficui, con alcuni settori chiave in continua ascesa. Il Canada ha aumentato l’export in Italia di metalli preziosi, macchinari elettrici, cereali, legumi e olio di semi. D’altro canto, il nostro Paese ha importato dall’Italia una quota crescente di macchinari, componenti per veicoli, oltre, ovviamente, a molti prodotti del vostro incomparabile patrimonio alimentare. Significativo è stato, inoltre, lo scambio a livello di servizi, per un valore superiore a un miliardo di euro. Siamo soddisfatti dei tanti investimenti che negli ultimi anni importanti aziende italiane hanno voluto compiere nel nostro Paese, ne cito solo alcuni: Grissin Bon, Ferrero, Saipem, Autogrill, Enel, Parmalat e Mapei. E siamo sicuri che tali rapporti possano crescere con il nuovo accordo commerciale tra il Canada e l’Unione Europea (CETA), il quale avrà tra i benefici più importanti l’abbattimento del 99% dei dazi doganali, la rimozione delle principali barriere non tariffarie, e l’apertura alle aziende europee delle gare di appalto pubbliche in Canada.

In che condizioni è oggi l’economia del Paese?

L’economia canadese continua a reagire all’abbassamento del prezzo del petrolio, fattore che ha ostacolato gli investimenti e impedito alle esportazioni di ripartire pienamente. Questo fattore ha ostacolato gli investimenti e impedito alle esportazioni di ripartire pienamente. Tuttavia, la crescita della produttività dei settori non correlati al petrolio – che rappresentano il 90% dell’economia totale – resiste. Inoltre, i prezzi globali del petrolio si sono stabilizzati l’anno scorso e sono ora aumentati a 50 dollari USA al barile. Parallelamente, la crescita degli investimenti nel settore del petrolio e del gas dovrebbe tornare nuovamente positiva nel 2017. Altri fattori che rafforzeranno la crescita in Canada sono l’economia statunitense in via di consolidamento; una politica monetaria accomodante; un dollaro meno caro e un sano mercato del lavoro. Anche le azioni fiscali introdotte dal governo stanno favorendo tale crescita; si pensi ai tagli fiscali per le classi medie, l’aumento degli assegni famigliari per i figli a carico, e l’aumento degli investimenti per le infrastrutture pubbliche. Guardando avanti si prevede che la crescita si dovrebbe consolidare intorno al 2,0% nel 2017 per poi stabilizzarsi sull’1,8% nel 2018.

Qual è la percezione canadese dei prodotti Made in Italy?

Il Made in Italy non è mai stato così forte in Canada e continua ad essere molto ricercato ed apprezzato, anche perché non sempre è facile trovarlo. Esso viene subito associato al concetto di qualità, lusso e buon gusto. Certo viene spesso percepito anche come più caro ma ora che l’Accordo economico e commerciale globale (CETA) fra il Canada e l’UE è stato ratificato ci aspettiamo una diminuzione dei prezzi di molti prodotti italiani. Credo che molti prodotti italiani siano complementari a quelli canadesi – per esempio nell’ambito della moda, delle macchine industriali, delle attrezzature di gamma per l’industria automobilistica e delle specialità alimentari. Pertanto incoraggio gli esportatori italiani ad approfittare di questa nicchia nel nostro mercato per espandersi in Canada.

Perché un imprenditore italiano dovrebbe scegliere il Canada per fare affari?

Il Canada offre un ambiente economico, politico e sociale tra i più favorevoli al mondo per fare business. I costi d’impresa sono i più bassi tra tutti i Paesi del G-7; le imposte sugli utili addirittura più basse tra tutti i Paesi del G-20. Forse basterebbe solo questo, ma non è tutto perché a ciò si può aggiungere una forza-lavoro molto istruita, multilingue, multiculturale e dotata di conoscenze molto richieste dal mercato del lavoro ed una qualità della vita che l’OCSE certifica come la più alta tra i sette Paesi più ricchi al mondo. Se aggiungiamo, infine, l’accesso ad altri mercati esteri che l’ingresso nell’economia canadese garantisce, possiamo ben comprendere perchè l’Economist abbia parlato del Canada come di una delle mete ideali per condurre attività imprenditoriali nei prossimi cinque anni. Nello specifico, gli imprenditori italiani beneficerebbero poi di un clima di accoglienza e di riguardo particolare in virtù delle strette ed eccellenti relazioni bilaterali che coinvolgono i nostri due Paesi, basate su storici legami politici, culturali e commerciali.

Quali sono le caratteristiche peculiari del consumatore canadese?

Certamente siamo sempre molto sensibili ai prezzi e sempre in cerca di qualche buon affare. Nonostante la congiuntura economica internazionale leggermente sfavorevole, i nostri consumatori sono sempre inclini a cercare la qualità (che l’Italia può offrire in abbondanza) è abbastanza risaputo. La nostra è una società multiculturale, e per questa ragione gli c’è grande interesse anche per i prodotti alimentari italiani, non solo da parte degli italo-canadesi. Infine, per quanto concerne i prodotti alimentari, devo dire che il consumatore canadese è molto esigente poiché le nostre normative fitosanitarie ed i nostri standard di riferimento sono molto severi. Infatti, tengo a sottolineare che quello che il nostro mercato cerca, in ambito agroalimentare, si sposa benissimo con ciò che l’Italia offre e posso ben dirlo dato che ho avuto il piacere di conoscere a fondo i cibi prelibati e la gastronomia Made in Italy che sono di livello mondiale. Tutti i provvedimenti che i produttori italiani vorranno adottare per garantire ulteriormente la qualità del cibo saranno sicuramente apprezzati dai consumatori canadesi.

Sorgente: “Il Made in Italy non è mai stato così forte in Canada”

Made in Italy, è tempo di riavvicinarsi a Mosca

 

Da quando Trump è diventato Presidente degli USA qualcosa sembra essere profondamente cambiato nelle prospettive delle relazioni bilaterali Russia-Stati Uniti: Mosca e Washington potrebbero infatti, nei prossimi anni, instaurare un asse economico-politico inedito sconfessando in modo radicale le politiche portate avanti durante gli otto anni di Barack Obama.L’Europa quindi rischia di rimanere da sola nel contrasto alle politiche aggressive di Putin e, complice la Brexit, sempre meno credibile sullo scacchiere internazionale.

E’ dunque comprensibile che le sanzioni alla Russia siano un tema tornato prepotentemente alla ribalta sui principali media italiani, i quali tendono ad evidenziare (giustamente) quanto il Made in Italy abbia già scontato un conto salatissimo in questi anni.

I segnali provenienti dall’ultimo aggiornamento ISTAT circa il commercio estero extra UE sono positivi: a dicembre sono stati oltre 9 i punti di crescita registrati dall’export Made in Italy in Russia.

Tuttavia la situazione è ancora ben lontana dall’essere risolta ed infatti nel 2016 le vendite di Roma verso Mosca sono calate del 5,3%.

Il raffronto con il periodo pre sanzioni è ancora più impietoso: se nel 2013, prima della crisi in Ucraina, l’export di prodotti nostrani era arrivato a toccare quota 10,7 miliardi di euro oggi questo dato si attesta a 6,7 miliardi.

In soldoni ci siamo persi per strada ben 4 miliardi di euro solo nel 2016, cifra importante e che sale addirittura a 10 miliardi se si considera la diminuzione registrata in tutto il periodo di vigenza delle sanzioni.

I settori maggiormente colpiti sono stati moda (un miliardo), meccanica strumentale (700 milioni), food&beverage (300 milioni) e in misura diversa molti altri comparti.

Sarebbe quindi, almeno commercialmente, assolutamente auspicabile che la nuova politica di alleanze di Donald Trump spinga anche l’UE a considerare seriamente di eliminare le sanzioni.

Non dimentichiamoci infatti che l’Italia, nel 2013, era il quinto fornitore di beni per il mercato russo.

La grande occasione per un rilancio del Made in Italy in Russia c’è e va colta come ha dichiarato Marinella Loddo, Direttore di ICE Milano, intervenuta in occasione del Forum Milano-Russia: “In Russia abbiamo una grande occasione rappresentata dalla reindustrializzazione. Possiamo portare il nostro know-how e lavorare insieme con i partner per costruire un nuovo modo di produrre ed intendere il Made in. Siamo fiduciosi che la situazione politica possa normalizzarsi, la Russia per noi è una grande ferita che dobbiamo colmare, il nostro export ha subito gravi contraccolpi. Speriamo di tornare a inserire la Russia nel grande mercato delle nostre esportazioni”.

Ma quale è la situazione a livello comunitario?

La speranza che la prossima scadenza delle sanzioni alla Federazione Russa fissata per il 31 gennaio scorso potesse essere l’ultima, è rimasta vana.

Il meccanismo sanzionatorio è stato infatti rinnovato fino al 31 luglio 2017 durante il Consiglio Europeo tenutosi il 21 dicembre scorso.

Un timido segnale è stato lanciato dal premier italiano, Paolo Gentiloni, nel suo primo intervento a Bruxelles del 15 dicembre scorso in occasione del Consiglio Europeo.

L’ex Ministro degli Esteri ha preso la palla al balzo e si è dichiarato contrario a un nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia per la situazione siriana e ha dunque ribadito la ferma volontà dell’Italia di spendersi a favore di una normalizzazione dei rapporti con Mosca.

Queste però rischiano di rimanere solo parole perché, almeno fino ad adesso, le nostre istituzioni sono rimaste saldamente allineate alle decisioni prese a livello europeo.

SACE comunque intravede un timido miglioramento delle relazioni economiche con Mosca nel prossimo futuro e già dal 2017 la performance del nostro export dovrebbe tornare positiva (+1,8%).

Attenzione però perché è assai probabile che se Washington allenterà le sanzioni nei prossimi mesi anche l’UE seguirà il suo esempio.

Certamente questa sarebbe una bella notizia per le nostre imprese esportatrici anche se, ad esser sinceri, sarebbe molto più dignitoso che, una volta tanto, fosse l’Europa ad anticipare i tempi anziché aspettare passivamente le decisioni provenienti dagli Stati Uniti.

Sorgente: Made in Italy, è tempo di riavvicinarsi a Mosca

Il contratto di agenzia in India

Il contratto di agenzia è disciplinato dagli articoli 182 e seguenti della Legge sui Contratti, emanata nel 1872. L’agente è definito come “colui, che viene impiegato per svolgere determinate attività in nome e per conto di altro soggetto o per rappresentare quest’ultimo nei rapporti con terze persone”. Il preponente è, conseguentemente, “colui, in nome e per conto del quale, l’agente agisce”.

Per stabilire se un determinato soggetto agisca in qualità di agente occorre, pertanto, verificare se le azioni poste in essere da quest’ultimo risultino o meno vincolanti per il preponente.

La creazione del rapporto di agenzia non richiede la sottoscrizione di alcun contratto tra le parti; è sufficiente, infatti, che una persona agisca in nome e per conto di un’altra e che quest’ultima “ratifichi” tale comportamento. Il conferimento dell’autorità riconosciuta dal preponente all’agente può avvenire in maniera esplicita (oralmente oppure per iscritto) oppure implicita (desunta dalle circostanze del caso concreto).

Di regola, ogni agente è dotato del potere di compiere qualunque atto ritenuto necessario per tutelare gli interessi del preponente; non è, tuttavia, consentito all’agente compiere atti illeciti, violare i limiti imposti alla sua autorità, o i poteri attribuiti al preponente.

Doveri a carico dell’agente

Nell’esecuzione dell’incarico l’agente deve tutelare gli interessi del preponente in conformità alle istruzioni da quest’ultimo ricevute, o, in assenza di specifiche istruzioni, secondo gli usi in vigore nel settore. Nell’esecuzione dell’incarico l’agente è tenuto a:

  • agire con la stessa cura e con la stessa abilità normalmente impiegate da coloro che operano in quello specificosettore;
  • rendicontare il preponente ogni qualvolta espressamente richiesto, fornendo, se del caso, l’opportuna documentazione;
  • utilizzare, in caso di difficoltà, la massima diligenza nel tentativo di tenersi in contatto con il preponente e di comunicare con lui;
  • versare prontamente al preponente ogni somma ricevuta nell’esercizio delle sue funzioni;
  • non divulgare le informazioni a carattere confidenziale ricevute dal preponente nel corso del rapporto e a non utilizzarle a proprio vantaggio o a svantaggio del preponente;
  •  informare prontamente il preponente di eventuali guadagni straordinari realizzati nel corso dell’attività svolta in nome e per conto del preponente;
  • mantenere strettamente separati i propri interessi da quelli del preponente.

L’agente non può delegare la sua autorità ad un sub-agente.

Diritti dell’Agente

  • L’agente ha diritto a conservare nella sua disponibilità qualunque somma ricevuta per conto e in nome del preponente nel corso dello svolgimento della sua attività di rappresentanza;
  • l’agente ha diritto a ricevere adeguata retribuzione;
  • diritto di riservato dominio: salvo diversa disposizione contrattuale, l’agente ha diritto di trattenere beni, documenti e altri oggetti di proprietà del preponente a garanzia di quanto gli è dovuto;
  • in caso di acquisto di beni per conto del preponente, l’agente ha diritto di bloccare la merce durante il suo trasferimento, qualora il preponente risulti insolvente.

Doveri a carico del Preponente

  • Il preponente è tenuto ad indennizzare l’agente per eventuali danni causati a terzi in conseguenza di atti compiuti in buona fede dall’agente nell’esercizio della sua attività di rappresentanza;
  • il preponente è tenuto a risarcire l’agente per gli eventuali danni da questo subìti a causa della negligenza ed imperizia del preponente;
  • il preponente è tenuto a riconoscere al proprio agente le provvigioni e qualunque altra somma concordata.
  • i doveri appena elencati non possono essere derogati tramite apposite disposizioni contrattuali.

Diritti del Preponente

  • Il preponente ha diritto di rifiutare eventuali affari proposti dall’agente;
  • il preponente ha diritto di rivendicare tutti gli eventuali vantaggi derivanti dall’attività svolta dall’agente;
  • il preponente ha diritto di ottenere il risarcimento di eventuali danni subìti a causa della negligenza o imperizia del proprio agente;
  • il preponente ha diritto di contestare eventuali richieste di indennizzo da parte dell’agente.

Risoluzione del Rapporto

Ai sensi dell’articolo 201 della legge sui Contratti, il rapporto di agenzia si intende risolto in presenza delle seguenti circostanze:

  • accordo stipulato tra le parti;
  • revoca del potere di rappresentanza da parte del preponente;
  • rinuncia espressa da parte dell’agente;
  • raggiungimento dell’obiettivo prefissato nel contratto;
  • morte o sopravvenuta incapacità di una delle parti;
  • fallimento del preponente.

Il Diritto dell’Agente all’indennità

L’articolo 222 della Legge sui Contratti stabilisce, in particolare, che “il preponente è tenuto a riconoscere all’agente una somma, a titolo di indennizzo, per gli eventuali pregiudizi subìti in conseguenza degli atti leciti posti in essere nell’esercizio dei poteri conferitigli dal preponente”.

L’articolo 223 prosegue prevedendo, altresì, come il “dovere a carico del preponente di riconoscere un’indennità all’agente, sorga anche qualora questi, agendo in buona fede, abbia causato danni a terzi”.

In virtù del principio contenuto nell’articolo 222, secondo la normativa indiana si configura, pertanto, un contratto implicito tra preponente ed agente, ai sensi del quale, il preponente è chiamato ad indennizzare l’agente per tutte le eventuali perdite subìte e gli ulteriori pregiudizi derivanti dalla realizzazione di atti leciti compiuti nell’esercizio dei poteri, espressamente, conferitigli.

Il carattere della liceità degli atti compiuti dall’agente è, dunque, elemento chiave per rendere esigibile ogni eventuale richiesta di indennità. A questo riguardo, la giurisprudenza indiana ha stabilito come all’agente possa essere riconosciuta un’indennità anche con riferimento a contratti nulli, purché non illeciti, sottoscritti dall’agente nell’esercizio dei poteri conferitigli.

L’articolo 223 introduce un’ulteriore elemento tra le condizioni previste per la richiesta di indennità: la buona fede. L’agente deve, cioè, aver agito nella piena convinzione della liceità dei propri atti o, comunque, senza la consapevolezza che tali atti potessero risultare illeciti. In presenza di tali circostanze, l’agente ha, quindi, diritto ad essere indennizzato per gli atti realizzati in buona fede anche qualora questi abbiano causato dei danni a terzi.
Il diritto all’indennità consente, inoltre, all’agente di ottenere il pagamento delle provvigioni ed il rimborso di tutte le spese sostenute per conto del preponente.

La Corte Suprema indiana, in una significativa pronuncia, ha confermato il carattere accessorio di tale diritto rispetto al contratto stipulato dall’agente per conto del preponente; tale diritto non potrà, pertanto, essere in alcun modo compromesso neppure in presenza di cause che rendano il contratto stipulato per conto del preponente non tutelabile in giudizio.

Nel caso di revoca dei poteri conferiti all’agente da parte del preponente, l’agente ha, comunque, diritto a percepire le provvigioni maturate sino alla data della revoca e tutte le eventuali somme ancora dovute in base agli accordi intercorsi tra le parti.

Diritto dell’Agente al risarcimento dei danni

La normativa che disciplina il diritto al risarcimento dei danni subìti a seguito della risoluzione del contratto di agenzia è contenuta, rispettivamente, negli articoli 205, 206 e 225 della Legge sui Contratti. Ai sensi di tali disposizioni, l’obbligodi provvedere al risarcimento dei danni a carico del preponente insorge:

  • quando il contratto di agenzia sia stato risolto senza giusta causa;
  • nel caso in cui il preponente abbia omesso di fornire adeguato preavviso;
  • qualora l’agente abbia subìto un danno a causa della negligenza o dell’imperizia del preponente.

Secondo la giurisprudenza esistente in materia si può ragionevolmente affermare come le seguenti circostanze possano costituire giusta causa di risoluzione del contratto di agenzia:

  • perdita di reputazione da parte dell’agente;
  • incapacità sopravvenuta, sia fisica che mentale, dell’agente;
  • cattiva condotta dell’agente, tale da giustificare il suo licenziamento;
  • corruzione.

Per quanto riguarda poi l’obbligo previsto a carico del preponente di informare, preventivamente, l’agente della volontà di interrompere il rapporto, occorre sottolineare come non esista una disposizione normativa in grado di fornire una definizione oggettiva ed assoluta del carattere “ragionevole” del preavviso. Tale valutazione verrà, pertanto, effettuata, di volta in volta, dal giudice sulla base delle circostanze del caso concreto. Vale la pena sottolineare, in proposito, come una eventuale clausola contrattuale, che riconosca ad una sola delle parti il diritto di risolvere, unilateralmente, il contratto, sia da ritenersi a tutti gli effetti illecita.

Secondo quanto stabilito ai sensi dell’articolo 225, il preponente è, altresì, responsabile nei confronti dell’agente per idanni, eventualmente, subìti da quest’ultimo a causa della negligenza o imperizia del preponente. Il diritto al risarcimento comporta, tuttavia, l’obbligo a carico dell’agente di dimostrare:

  • di aver subìto un danno;
  • che tale danno è diretta conseguenza del comportamento negligente o, comunque, imprudente del preponente.

In ogni caso, l’agente non ha diritto ad ottenere alcun risarcimento, qualora il preponente sia in grado di dimostrare come le conseguenze derivanti dal proprio comportamento colposo o imprudente avrebbero in ogni caso potuto essere facilmente evitate se solo l’agente avesse adottato misure adeguate (idonee- appropriate), oppure nel caso in cui il danno sia direttamente correlato alla natura dell’incarico svolto dall’agente.

La Legge sui Contratti riconosce all’agente anche il diritto di detenere legalmente i beni di proprietà del preponente. L’agente è autorizzato, in assenza di diversa disposizione contrattuale, a conservare nella sua disponibilità qualunque bene ricevuto dal preponente ed appartenente a quest’ultimo, sia esso mobile o immobile, sino a quando non abbia ottenuto il completo pagamento delle provvigioni dovute o non sia stato rimborsato interamente delle spese effettuate per conto del preponente.

Vale la pena, tuttavia, sottolineare come tale diritto non consenta all’agente, nel tentativo di ottenere soddisfazione, di vendere o disporre altrimenti dei beni di proprietà del preponente, senza il suo preventivo consenso.
Ai sensi dell’Indian Limitation Act, emanato nel 1963, l’agente ha, di regola, 3 anni per poter agire giudizialmente nei confronti del preponente ed ottenere il rimborso delle spese effettuate per conto di quest’ultimo; il termine decorre dal momento in cui il pagamento è stato effettuato. Il medesimo termine trova applicazione in riferimento ad azioni volte ad ottenere il riconoscimento di eventuali somme a titolo di indennità e decorre dal momento in cui tale diritto è insorto.

Non esiste alcuna legge o norma in India, che consenta di stabilire la misura dei danni da riconoscere all’agente, in caso di risoluzione anticipata del contratto. In assenza di espressa disposizione contrattuale, pertanto, i tribunali indiani si affidano, di regola, a quanto stabilito in materia dalle norme che disciplinano le altre tipologie contrattuali.

Un criterio comunemente adottato per il calcolo del risarcimento dovuto all’agente prende in esame le somme che l’agente avrebbe guadagnato, qualora il contratto non fosse stato risolto.

Sorgente: Il contratto di agenzia in India

Repubblica Domenicana, dove il business si fa con il sorriso

Repubblica Domenicana, dove il business si fa con il sorriso

La Repubblica Domenicana è un Paese celebre per le sue spiagge da sogno, la gentilezza e l’amabilità dei suoi cittadini e per le sue incredibili bellezze naturali capaci di attrarre e conquistare turisti da ogni parte del mondo. Tuttavia sarebbe superficiale pensare a questo Paese esclusivamente come ad una “realtà da cartolina” dove andare a trascorrere una vacanza esotica per rigenerare il corpo e la mente perché il territorio domenicano è disseminato di opportunità di business che, se adeguatamente studiate ed analizzate, possono costituire uno sbocco commerciale di una certa rilevanza per imprese ed investitori internazionali.

Come ha infatti spiegato l’‎Ambasciatore‬ della Repubblica Domenicana in Italia, Alba Maria Cabral Peña, in occasione del focus sulle opportunità offerte dal Paese organizzato da Lazio Innova a Roma lo scorso 15 giugno “la Repubblica Domenicana, oltre alle migliori ‪spiagge‬ dei Caraibi ed al ‪calore‬‬ dei suoi cittadini, offre un export di elevata qualità, una posizione geografica strategica ma soprattutto ‪stabilità‬ economica, sociale e politica presentando la più alta crescita economica di tutta la regione”.‬‬‬

La popolazione dell’isola è di circa 10 milioni di abitanti, il territorio è suddiviso in 31 province a cui deve essere sommato il Distretto Nazionale della capitale: Santo Domingo. Lo Stato ha un ordinamento democratico ed è attualmente guidato dal politico ed economista Danilo Plutarco Medina Sánchez, recentemente eletto per un secondo mandato con il 61,8% dei consensi.

La temperatura media annuale elevata (oscilla fra i 18 ed i 27 gradi) ed il clima tropicale rendono il territorio del Paese assai fertile per la coltivazione di qualsiasi tipo di cereale.

La Repubblica Domenicana dispone di buone infrastrutture fra cui:

• 8 aeroporti internazionali e più di 270 voli internazionali ogni giorno;
• 12 porti marittimi;
• 5 porti per crociere;
• Una rete stradale ed autostradale ben sviluppata;

Va detto poi che investire nel Paese è vantaggioso per le numerose agevolazioni e gli allettanti incentivi offerti senza dimenticare la vigenza di una affidabile normativa che tutela gli investimenti stranieri. Non è un caso quindi che numerose società straniere si siano affermate sul territorio domenicano specialmente nei seguenti settori: comunicazioni, trasporti, turismo e nei settori industriali delle zone franche.

Uno strumento particolarmente utile è lo Sportello Unico per gli Investimenti (VUI-RD) in grado di mettere a disposizione degli investitori un punto di riferimento attraverso cui è possibile realizzare le operazioni più importanti inclusi certificazioni, licenze e permessi necessari a rendere concreti i progetti di investimento in loco.

L’economia del Paese presenta dei tratti contraddittori: da un lato circa il 40% della popolazione ha un tenore di vita più elevato di quello di noi italiani ma d’altra parte una consistente fetta dei cittadini versa in condizioni vicine all’indigenza. Questa situazione è ben descritta da un dato: i domenicani sono i clienti più “affezionati” di auto Ferrari a livello globale se si rapportano le statistiche sugli acquisti del “Cavallino Rosso” al numero totale di abitanti.

E’ poi curioso rilevare che, sempre in rapporto al numero di abitanti, i cittadini domenicani siano in assoluto quelli che viaggiano di più al mondo dimostrando un apprezzamento vicino all’adorazione per i prodotti del Made in Italy specialmente nei comparti Food, Fashion e Design.

Nonostante la distribuzione della ricchezza non sia omogenea la crescita economica dell’isola è comunque innegabile: nell’ultimo biennio il PIL è cresciuto ad un ritmo di poco superiore al 7%, il Paese ha inoltre prodotto ricchezza per quasi 70 miliardi di dollari nel 2015 ed il PIL pro capite (calcolato a parità di potere d’acquisto) è cresciuto fino a $ 15.000.

Le opportunità di investimento maggiori si riscontrano nel settore deiservizi, manifattura, infrastrutture, agroindustria ed energia. Certamente anche il settore turistico, capace di produrre 6 miliardi annui di PIL, prospetta chance interessanti per le nostre PMI visto e considerato che il Paese, oltre a disporre di 500 km di coste, viene visitato da circa 150.000 italiani ogni anno.

Per quanto riguarda il livello di tassazione, l’imposta sui redditi di impresache si paga in sede di dichiarazione dei redditi è pari al 25% e, sebbene vi siano altri Paesi in cui la stessa è più bassa, va considerato che in Repubblica Domenicana si possono scaricare (se documentate) tutte le spese incluse quelle di rappresentanza.

Poi esistono due ulteriori agevolazioni che meritano una citazione:esenzione totale per il reinvestimento degli utili di impresa ed esenzione dell’imposta sul reddito per investimenti in specifici settori ed aree(soprattutto la zona frontaliera) da sviluppare.

Aprire un’impresa in loco è semplice, facile e veloce grazie ai bassi costi di costituzione e di gestione e grazie alla presenza di un sistema bancario moderno, snello, efficiente e sicuro. Dunque data la bellezza dei luoghi e la presenza di un sistema di un tale sistema di facilitazioni il Paese può davvero rappresentare una miniera di opportunità per chi è alla ricerca di nuovi orizzonti di business.

Sorgente: Repubblica Domenicana, dove il business si fa con il sorriso

Le relazioni italo-russe alla luce del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo

Le relazioni italo-russe alla luce del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo

Dal 16 al 18 giugno San Pietroburgo ha ospitato il Forum Economico Internazionale, evento dedicato agli sviluppi economici mondiali. Questo anno, grazie alla partecipazione del Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Junker, particolare attenzione è stata data alle sanzioni economiche che oppongono la Federazione Russa all’Unione Europea e che di fatto rappresentano uno ostacolo per gli scambi commerciali.

L’Italia ha avuto un ruolo di primo piano essendo stata l’ospite d’onore e avendo partecipato con una delegazione composta da esponenti del mondo politico ed imprenditoriale guidata dal Primo Ministro Matteo Renzi che ha discusso insieme a Putin, presidente della Federazione Russa, eNazarbayev, presidente del Kazakhstan, l’attuale situazione economica e geopolitica continentale.Dalle parole espresse da Renzi, la linea italiana sarà quella di favorire l’interscambio commerciale con la Russia, rispettando ovviamente i limiti imposti attualmente da Bruxelles, e lavorare per il riavvicinamento tra la Federazione e l’Unione Europea. Il Ministro dello Sviluppo Economico italiano Carlo Calenda ha ribadito la volontà di cooperare con la Russia sfruttando i forti legami storici e commerciali che legano Roma con Mosca il cui retaggio storico di lunga data fonda le proprie radici nel periodo sovietico.

Con la presenza delle principali compagnie italiane sul territorio russo, per il ministro Calenda l’obiettivo nazionale sarà quello di comprendere in che modo lavorare per permettere alla piccola e media imprenditoria di passare dall’export verso la Russia al mondo degli investimenti il quale, grazie alle Zone Economiche Speciali o di libero scambio ed alla fiscalità agevolata presente in alcuni territori, non può essere trascurato e tralasciato dalle imprese italiane.

Infatti, secondo i dati presentati dalla Banca Centrale di Mosca, il volume degli investimenti diretti italiani nella Federazione è stato di appena 73 milioni di dollari, valore molto basso superato di gran lunga da altri Paesi europei tra cui spicca la Francia che nel 2015 ha investito più di 1,6 miliardi. A fronte di questi dati ed in difesa delle aziende italiane è intervenuto l’Ambasciatore italiano in Russia Cesare Maria Ragaglini secondo cui il business nazionale sta gradualmente aumentando il volume degli investimenti nel mercato russo in settori strategici come quello della chimica, dell’industria alimentare, della moda e degli accessori.

Venerdì 17 giugno si è anche svolta la Tavola Rotonda “Russia-Italy: Made with Italy, new pillar for a streghtening bilateral cooperation” vista come un passo importante per migliorare i rapporti a livello economico-commerciale tra l’Italia e la Russia che durante il Forum hanno siglato accordi dal valore superiore al miliardo di euro.

Parlando dello scambio commerciale, l’Italia nel 2013 era il secondo esportatore verso la Russia fra i Paesi dell’Unione Europea con 10,8 miliardi di euro di export, un interscambio di 40 miliardi di euro e un tasso di crescita nell’ordine dell’8,4 per cento. Le sanzioni economiche imposte a partire dal 2014 a seguito della Crisi Ucraina hanno notevolmente ridotto il valore delle esportazioni italiane verso il mercato russo sceso di 3,7 miliardi di euro rispetto al 2013 attestandosi a 7,1 miliardi.

Questi dati potrebbero subire un ulteriore ridimensionamento qualora le sanzioni continuassero a persistere: proprio venerdì scorso l’Unione Europea ha prolungato le sanzioni alla Russia fino al 23 giugno 2017 per gli eventi in Crimea e Sebastopoli ed in questa settimana è stata presa in considerazione la possibilità di ampliare ed inasprire tali misure economiche restrittive.

L’Italia, qualora le sanzioni fossero mantenute, potrebbe essere uno dei Paesi europei che subirà maggiormente le conseguenze economiche e commerciali. L’Istituto di Studi Economici Internazionali di Vienna (WIFO) ha di recente redatto un report in cui, prendendo in considerazione gli effetti delle sanzioni sull’intera Europa, ha sottolineato come l’Italia sia il Paese che ha subito maggiori perdite rappresentate da 80 mila posti di lavoro in meno nel 2015 e lo 0,1 per cento del PIL. Dati preoccupanti che potrebbero aggravarsi nel breve futuro e, sempre secondo il WIFO, arrivare alla perdita di 215 mila posti di lavoro e 7 miliardi di PIL.

Stime negative che però contrastano con il clima positivo che si è andato a creare a San Pietroburgo e con la volontà del mondo imprenditoriale italiano di rafforzare i rapporti con quello russo e sfruttare seriamente i vantaggi offerti dalle circa settanta Zone Economiche Speciali, area geografiche che dispongono delle infrastrutture necessarie per avviare un intero ciclo produttivo industriale e che garantiscono agevolazioni fiscali.

Sorgente: Le relazioni italo-russe alla luce del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo

Hawaii, il paradiso naturale che ha voglia di Made in Italy

Sono in molti a pensare che queste isole, in grado di sedurre ed attrarre visitatori e turisti da ogni parte del globo, siano semplicemente un luogo esotico di rara bellezza posto nel bel mezzo all’Oceano Pacifico ma questa è solo una parte della verità. Le Hawaii dimostrano infatti anche un certo dinamismo dal punto di vista economico e sono in grado di produrre un PIL pari a circa 80 miliardi dollari annui (2015) rappresentando il 43º stato per superficie, il 40º per popolazione ed addirittura il 13º più densamente popolato dei 50 stati USA.

L’arcipelago consta di 8 isole principali – Hawaii (the Big Island), Maui,Oahu, Kauai, Molokai, Lanai, Nihua e Kahoolawe – ricoperte di palme, fiori e vulcani e caratterizzate da un clima generalmente favorevole durante tutto il corso dell’anno.

Delle 13 zone climatiche del mondo, le Hawaii ne vantano 11, ognuna con ecosistemi e caratteristiche metereologiche uniche che creano situazioni molto diverse fra loro non solo fra le isole ma anche all’interno delle stesse: spesso accade infatti che a distanza di pochi chilometri possano coesistere, nello stesso momento, condizioni climatiche drasticamente differenti.

La capitale dello Stato è la celebre Honolulu – unica realtà urbana di un certo rilievo con oltre 400mila abitanti – mentre altre realtà come Hilo, Kailua, Waipahu e Kaneohe possono contare su popolazioni assai più ristrette che oscillano fra i 35 ed i 40 mila abitanti.

La posizione delle Hawaii rende poi inevitabile che l’isola sia attraversata da influenze e culture differenti: la maggioranza degli abitanti dell’arcipelago (circa il 40%) è di origine asiatica ma è anche massiccia la presenza di europei (circa il 30%) e dei cosiddetti “multiracial americans” (circa il 20%). C’è poi da dire che gli indigeni hawaiani sono ormai minoranza nel loro stesso Stato rappresentando una cifra vicina al 5% della popolazione totale.

Le Hawaii hanno due lingue ufficiali: quella inglese e quella hawaiana e nonostante la lingua hawaiana sia insegnata nelle scuole essa non è comunemente usata nella vita quotidiana.
L’economia hawaiana non si fonda solo sugli introiti derivanti dal consistente afflusso turistico ma anche su agricoltura (canna da zucchero, ananas, papaia, avocado, noci di macadamia e caffè), allevamento del bestiame, trasformazione di prodotti alimentari e prodotti derivati del metallo, dell’argilla e del vetro. Inoltre vi è anche da segnalare l’ascesa di alcune industrie emergenti fra cui:

Attività di Ricerca e Sviluppo (R&D) che coinvolge molti settori come astronomia, oceanografia, biologia marina, biotecnologie ed alta tecnologia in generale;
Energia ed in particolare lo sviluppo delle risorse rinnovabili (le bio-masse, l’energia geotermica, l’energia idroelettrica e l’energia solare) per ridurre la dipendenza energetica dell’isola dal petrolio;
Agribusiness anche grazie all’attività dell’Agribusiness Development Corporation (ADC) volta a gestire la transizione dell’agricoltura hawaiana dal predominio delle industrie di zucchero e ananas alla diversificazione delle colture.

A livello commerciale fare business alle Hawaii comporta numerosi vantaggi fra cui incentivi fiscali, procedure di registrazione agevolate e specifici piani di assistenza economica e molte info utili possono essere rintracciate cliccando qui.

In particolare risulta molto interessante il programma Hi-Growth lanciato dal governatore Ige per far crescere l’economia stimolando innovazione e creazione di nuovi posti di lavoro. Nello specifico il programma vuole facilitare lo sviluppo di un vero e proprio ecosistema dell’innovazione che supporti le realtà imprenditoriali ad alto potenziale di crescita attraverso lo stanziamento di capitali di investimento.

Sul territorio dello Stato si trovano anche delle zone franche che operano al di là delle tassazioni e dei dazi americani, aiutando le aziende ad abbattere i costi.

Inoltre si segnala la presenza di un Business Action Center, un organo che assiste imprese di piccole dimensioni nello svolgimento di una serie di attività fra cui registrazioni societarie e di personale, ottenimento di licenze e più in generale con servizi di consulenza aziendale.

L’interscambio Italia-Hawaii è oggi ancora molto limitato nonostante il Made in Italy e l’Italia siano molto apprezzati dagli hawaiani ed esercitino su di essi un forte fascino. Buona parte del merito di questo sentimentpositivo va attribuito al nostro cibo che è molto popolare nell’arcipelago ma anche ai grandi nomi della moda e del design.

Va poi sottolineato che l’Italia sta cominciando a farsi conoscere anche in altri settori soprattutto grazie ad Ansaldo Honolulu che, in collaborazione con Hitachi Rail Italy, sta progettando e costruendo i vagoni per il nuovo sistema di trasporto ferroviario di Honolulu (che prevede la costruzione di 20 treni) e lo scorso mese ha presentato il primo treno senza conducente e senza personale degli States per il trasporto urbano.

Certamente una bella soddisfazione ed un buon punto di partenza per far crescere l’appeal delle nostre PMI anche nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico. Aloha!

Sorgente: Hawaii, il paradiso naturale che ha voglia di Made in Italy

E’ ora di investire in Africa

Il continente africano è una realtà vasta, complessa, variegata e dunque difficile da descrivere come un corpo unico. Allo stesso tempo però essa è attraversata da caratteri e tipicità comuni che consentono di individuare alcuni punti di contatto fra i 54 diversi Stati che la compongono. Delle opportunità presenti e future generate dalle peculiarità del Continente nero si è discusso lo scorso 30 maggio in occasione del convegno organizzato dal Cna Industria di Roma dal titolo “La nuova frontiera dell’Africa: opportunità di business e strategie per le imprese italiane”.

Quando si parla di Africa è certamente la crescita demografica uno dei primi elementi su cui soffermarsi perché secondo l’Onu, nel 2050, più del 50% della crescita della popolazione mondiale avverrà in Africa con una cittadinanza che dovrebbe più che raddoppiare nei prossimi 34 anni passando da 1,1 a 2,4 miliardi. Secondo queste stime la Nigeria, oggi il Paese più popoloso del continente, potrebbe addirittura superare gli USA passando dagli attuali 181 milioni a ben 444 milioni di abitanti.

Inoltre a rafforzarsi sarà anche la tendenza già in atto da qualche tempo che vede le popolazioni degli Stati africani trasferirsi dalle campagne alle città tanto che nel 2020 si dovrebbero contare ben 7 metropoli con popolazione superiori ai 5 milioni di abitanti: Lagos (14,2 milioni), Kinshasa(12,8), Il Cairo (12,5), Luanda (7,1), Abidjan (5,5), Nairobi (5,2) e Dar es Salaam(5,1).

La forza dei numeri di questo continente è tanto straordinaria da apparire quasi inarrestabile ed è per questo che esso deve essere considerato il vero mercato del futuro. Un Paese che nonostante presenti notevoli aspetti di criticità e rischiosità è una miniera di enormi potenziali opportunità.

Già oggi l’Africa è, dopo l’Asia, la seconda regione a maggiore crescita economica a livello globale e, sebbene non si debbano mai dimenticare i punti di partenza, che sono ancora molto modesti rispetto a quelli della maggior parte degli altri Paesi a livello mondiale, i margini di miglioramento sono incredibili.
Alcuni Paesi africani la cui economia è fortemente basata sullo sfruttamento delle risorse del sottosuolo come Nigeria ed Angola vivono oggi una fase delicata in ragione del sensibile calo del prezzo delle materie prime sui mercati internazionali ma anche a causa del rallentamento dell’economia cinese che ha ridotto le importazioni di prodotti dal continente nero.

Non tutti i mali vengono però per nuocere ed in effetti questi due eventi negativi potrebbero tramutarsi in una grossa opportunità di riconversione delle economie di alcuni dei Paesi africani e renderli così meno dipendenti dal petrolio favorendo lo sviluppo delle rinnovabili e/o promuovendo l’instaurarsi di nuove e positive partnership commerciali.

Fra i settori più promettenti in cui investire in Africa ci sono leinfrastrutture (stradali, ferroviarie, portuali, sanitarie, tecnologiche, energetiche etc…) che sono oggi responsabili di oltre la metà della recente crescita economica del Paese e le previsioni parlano di un incremento esponenziale delle necessità infrastrutturali africane nel prossimo trentennio.

Ma la vera risorsa madre su cui puntare è l’agricoltura capace di generare un quarto del PIL africano e dare lavoro ad una cifra che oscilla fra il 60 e l’80% del totale dei cittadini. L’Africa possiede un patrimonio agricolo ancora inesplorato tanto che il 50% delle terre non sono coltivate del pianeta si trovano qui ma, a causa di una produttività bassissima, essa si trova costretta ad importare circa 30 miliardi di dollari annui di prodotti del comparto Food&Beverage.

Dalla collaborazione, specialmente a livello tecnologico (cessione di know-how, vendita di macchinari, attrezzature, etc…) fra imprese occidentali ed africane passa una delle potenziali chiavi di volta del futuro del Paese ed il Made in Italy, capace di stupire il mondo intero per la qualità dei suoi prodotti e per la capacità di lavorarli può giocare un ruolo di primissimo piano in questo processo.

Altri settori su cui vale la pena tenere accesi i riflettori sono farmaceutico, sanità, turismo e servizi finanziari.

Inoltre in Africa si sta ampliando una classe media (triplicata negli ultimi 30 anni) che oggi conta oltre 350 milioni di persone e che nel 2060 dovrebbe superare il miliardo. Questo sembra essere un aspetto completamente ignorato dalle imprese italiane che non sembrano essere a conoscenza del grande valore del mercato interno africano, nonostante l’ottima reputazione di cui i nostri prodotti godono sul territorio. Nel 2030 la middle-class africana avrà un potere di spesa si circa 2200 miliardi di dollari e molti brand mondiali hanno fiutato le opportunità cominciando ad aprire sedi e fabbriche in loco.

Adesso tocca anche al Belpaese mettersi in moto ma il consiglio da dare alle nostre imprese è, come sempre, quello di studiare, documentarsi e non farsi trascinare da fretta ed approssimazione prima di decidere quale dei 54 mercati scegliere per ampliare i propri orizzonti di business.

La storia inevitabilmente finirà per porre sulle luci della ribalta su “l’ultimo mercato rimasto” come spiegato da Massimo Zaurrini, direttore Responsabile di Africa e Affari ed InfoAfrica. Il tessuto imprenditoriale italiano deve semplicemente decidere se anticipare i tempi o se essere costretto, come troppo spesso accade, a rincorrere.

Sorgente: It’s time for Africa!

Etiopia, opportunità in arrivo dal Corno d’Africa

“Le ‪opportunità‬ per le imprese italiane sono enormi, il Paese è stabile e la nostra economia è cresciuta ad un ritmo medio vicino al 10% negli ultimi dieci anni. Oggi però l’Etiopia acquista solo il 2% di prodotti italiani sul totale del proprio import. E’ dunque chiaro a tutti che i margini di miglioramento sono molto ampi, in particolare nel settore della ‪‎meccanica‬, perché il nostro Paese necessita di macchinari di alto livello qualitativo (e l’Italia in questo comparto ha una tradizione consolidata ed indiscutibile) per sviluppare ulteriormente le industrie nazionali”.‬‬‬‬

Questa “dichiarazione d’amore” nei confronti del Made in Italy proviene dalMinistro dell’Industria etiope, Mebrahtu Meles, speaker d’eccezione presente all’evento Country Presentation Ethiopia organizzato presso la sede di ICE-Agenzia di Roma lo scorso 13 maggio.

Gli interventi che si sono susseguiti si possono riassumere in un generale invito al sistema imprenditoriale italiano ad incrementare la propria presenza in Etiopia, nazione capace di passare nell’arco di poco tempo da emblema della povertà ad essere la 12esima nazione con la crescita più rapida a livello globale.

Lo sforzo delle istituzioni e del governo di Addis Abeba sono sotto gli occhi di tutti e le ambizioni per il futuro sono altrettanto importantiperché l’obiettivo dichiarato è quello di trasformare entro il 2025 un Paese con un PIL pro capite pari a 1700 dollari annui in un’economia a medio reddito.

L’impresa non è semplice dal momento che l’Etiopia – a differenza di diversi altri Stati africani – non ha la fortuna di poter contare sulla disponibilità di preziose risorse energetiche ed anche per questa ragione l’economia nazionale è ancora molto dipendente dal settore agricolo.

Il governo di centro-sinistra guidato da Hailè Mariàm Desalegn – solido alleato dei Paesi occidentali – ha recentemente varato un ambizioso piano di sviluppo quinquennale dal nome Growth and Transformation Plan (GTP) 2016-2020 che si concentrerà su:

Sviluppo infrastrutturale e sviluppo del sistema educativo attraverso lo stanziamento di 5 miliardi di dollari; lo sviluppo della rete di trasporti avverrà anche attraverso degli accordi di cooperazione con l’UE (190 milioni di euro) ed a un prestito concesso dalla World Bank (370 milioni di dollari);
Sviluppo dei servizi;
Sviluppo di alcuni settori specifici fra cui tessile, conciario, agricolo ed energetico.

Il commercio estero etiope si basa sulle esportazioni di caffè, oro, semi-oleosi e fiori che costituiscono circa i 2/3 del totale mentre le importazioni sono rappresentate soprattutto da petrolio, gas, materie prime, prodotti intermedi, macchinari, attrezzatture, veicoli industriali, prodotti chimici, medico-farmaceutici e fertilizzanti. L’interscambio commerciale con l’Italia ha superato i 365 milioni di euro nel 2015 ed il Belpaese oggi è il 5° Paese fornitore ed il 9° Paese cliente a livello globale guidando inoltre la classifica delle nazioni fornitrici a livello comunitario.

I prodotti del Made in Italy più richiesti sul territorio etiope sono macchinari (45%) e prodotti dell’automotive (17%) mentre Roma acquista da Addis Abeba soprattutto caffè, semi-oleaginosi e prodotti di colture permanenti.

Le opportunità offerte dal Paese si concentrano in diversi settori:

Tessile: è un settore in forte espansione con un ritmo vicino al 10% annuo ed oggi alcuni brand internazionali (fra questi H&M, Tesco e Primark) hanno già trasferito in Etiopia almeno parte delle loro produzioni attratte dal bassissimo costo della manodopera – pari a 50 dollari al mese – e dalla creazione di nuove aree industriali come le “Industrial Development Zones“;
Conciario: il governo ha vietato l’export di pelli non lavorate e per queste esistono ottime opportunità commerciali per i macchinari italiani specializzati in questo tipo di lavorazione;
Energia: le opportunità in questo settore sono numerosissime dall’eolico al solare, passando per l’idroelettrico ed il geotermico;
Edile: oggi il settore rappresenta quasi il 10% della produzione di ricchezza nazionale ed il governo conta di costruire entro il 2020 almeno 200.000 nuovi condomini;
Agricolo: rimane il settore principale ed il vero e proprio motore dell’economia etiope generando l’80% dei posti di lavoro. Le opportunità riguardano non solo tutte le attività collegate con il miglioramento del processo produttivo (specialmente nel food processing) ma anche il comparto del packaging che oggi è dominato dalla presenza di macchinari di bassa qualità soprattutto cinesi.

Avere la consapevolezza di tutte le chances offerte dal mercato etiope è assolutamente positivo ma ad interrompere l’atmosfera idillica dell’evento ci ha pensato l’intervento di Ivan Scalfarotto – Sottosegretario allo Sviluppo economico – che ha avuto il coraggio di sottolineare anche le criticità ed i punti di debolezza che permangono nel sistema Paese dell’ex-colonia italiana.

“Il governo italiano apprezza molto il positivo sentiero intrapreso dall’Etiopia sia sotto il punto di vista dello sviluppo industriale sia in termini di processo di democratizzazione. Nonostante ciò ci sentiamo in dovere di segnalare la presenza di una serie di elementi – fra cui le difficoltà di accesso al credito, le elevate tariffe doganali, la complessità della burocrazia ed il problema del ritardo dei pagamenti – che continuano ad affliggere il Paese e che scoraggiano alcune imprese italiane ad effettuare investimenti sul territorio etiope. Siamo assolutamente convinti che rimuovendo questi ostacoli si potranno ottenere grossi risultati in poco tempo”.

La sincerità e la schiettezza sono molto importanti nella costruzione di rapporti bilaterali proficui e, da questo punto di vista, le prospettive future per le relazioni Italia-Etiopia sembrano potersi sviluppare su solide fondamenta.

Infine anche Simona Autuori, responsabile dell’ufficio ICE Addis Abeba, contattata da Exportiamo.it ha confermato che “l’Etiopia è un Paese a cui guardare con attenzione e questo le nostre aziende lo hanno capito. Dall’apertura dell’Ufficio nel dicembre 2014 ad oggi abbiamo assistito oltre 400 aziende e più di 300 aziende locali si sono rivolte a noi per la ricerca di fornitori italiani. Abbiamo un fitto programma di attività promozionale, a brevissimo una Missione imprenditoriale organizzata in collaborazione con la CCIAA di Udine, a fine agosto un workshop per il settore costruzioni insieme a Veronafiere e importanti partner locali come l’Associazione nazionale degli Architetti e l’ Associazione nazionale dei costruttori e contractors. Per noi è fondamentale dare alle aziende Italiane gli Strumenti per affrontare il mercato, con Aice come capofila. Ci avvaliamo, inoltre, della collaborazione di uno dei piu’ importanti studi legali internazionali, BonelliErede, per la stesura di guide sulle questioni legali e fiscali. Siamo sempre al fianco delle aziende anche con servizi personalizzati ed i risultati sono più che soddisfacenti”.

Le istituzioni italiane ed etiopi sembrano dunque determinate a fare la loro parte, adesso è compito del tessuto imprenditoriale trasformare questo positivo clima di collaborazione in business.

Sorgente: Etiopia, opportunità in arrivo dal Corno d’Africa

Fixit, la crisi spinge Helsinki fuori dall’Unione Europea?

Nel dibattito politico internazionale – ormai da qualche tempo – si è ritagliato uno spazio sempre maggiore il tema della Brexit, l’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ed il verdetto definitivo è sempre più vicino con il popolo britannico convocato alle urne per il prossimo 23 giugno.

A dir la verità la tenuta delle istituzioni comunitarie è stata messa più volte in discussione nel corso degli ultimi mesi e si è asssistito così al proliferare dei vari Grexit, Nexit e appunto Brexit e l’elenco continua ad aggiornarsi oggi con una new entry dal nord: Fixit.

Dietro tutte queste sigle, si nasconde il medesimo scenario, ovvero l’eventuale materializzarsi della fuoriuscita di uno di questi stati membri dall’Unione Europea.

Fixit l’ultimo acronimo ad esser stato coniato si riferisce alla possibilità che i cittadini finlandesi decidano attraverso un referendum – previa autorizzazione parlamentare – se rimanere o meno all’interno dell’Ue.

L’input è stato dato da una petizione firmata da più di 50.000 cittadini, discussa ed esaminata lo scorso 28 aprile dal Parlamento di Helsinki e per avere un responso in tal senso, occorrerà attendere circa quattro settimane.

Quel che va detto è che si tratta di un dibattito preliminare “obbligato” perché la petizione ha superato quota 50.000 firme ma, l’opzione di un’uscita della Finlandia dall’Ue non sembra essere ad oggi quella prevalente né all’interno della classe politica finlandese né tanto meno fra i cittadini.

Fixit appare dunque un’ipotesi improbabile, ma non si può negare come rappresenti l’ennesimo segnale che tradisce uno stato di insofferenza piuttosto diffuso nei confronti delle istituzioni e delle regole comunitarie.

A pagarne il conto è la stessa Europa che si indebolisce ulteriormente in uno dei momenti storici più difficili nell’evoluzione del progetto di unione economico-politica continentale.

fixit2

Ma da cosa deriva l’insoddisfazione di parte della popolazione finlandese?

La congiuntura economica negativa degli ultimi anni ha certamente avuto, e continua ad avere un peso nella formazione di forze centrifughe che spingono per un allontanamento del Paese dall’Ue.

La narrazione secondo la quale il ritorno ad una moneta nazionale possa produrre un miglioramento della situazione, affascina diversi strati della popolazione. Detto questo è molto complicato immaginare che uscendo dal progetto europeo la condizione economica del Paese possa improvvisamente volgere in meglio perchè Helsinki si trova in una fase di stagflazione in cui, ad un PIL poco dinamico, si abbina un tasso di inflazione addirittura negativo (-0,2%).

Dopo aver patito un triennio di contrazione economica (2012-2014) in cui il PIL si era ridotto in media dell’1% su base annua, nel 2015 il Paese è cresciuto appena dello 0,4% e oggi a destare più di una preoccupazione è soprattutto il dato occupazionale con il tasso di disoccupazione registrato cresciuto fino al 9,4%, ancora inferiore, ma in pericoloso avvicinamento alla media europea ferma oggi al 9,8%.

La crisi ed il declino economico sono dovuti ad una serie di fattori, primo fra tutti il pesante ridimensionamento subito da Nokia, gioiello nazionale che per anni ha sostenuto l’occupazione e l’innovazione nel Paese. A ciò va aggiunta la recente recessione in cui è piombata Mosca che non ha aiutato visto il ruolo di assoluto rilievo per l’economia finnica, nonostante abbia recentemente perso il primato di primo fornitore di beni della Finlandia, scendendo addirittura al terzo posto a causa di un calo elevato (-31%) rispetto al 2014. A questi fattori si aggiunge la forte perdita di competitività del sistema finlandese causata dall’abbassamento del livello di produttività industriale che, a detta degli esperti, porterà il Paese a registrare una performance pessima anche nel 2016 (superiore, a livello comunitario, solo alla Grecia).

La crisi industriale finlandese non può che avere ripercussioni anche sulcommercio estero che, nel corso del 2015, si è contratto sia in uscita (-4%)che in entrata (-6%). Oggi la Finlandia importa più di quanto esporta ed ha prodotto un disavanzo commerciale di circa 700 milioni di euro nel 2015.

Nonostante il periodo attraversato da Helsinki non sia fra i più rosei bisogna comunque ricordare che la popolazione finlandese gode di un elevato reddito medio pro capite (circa 37.000 euro annui), superiore di quasi il 50% rispetto ai livelli medi a disposizione dei cittadini di altri Paesi europei. Pertanto, gli oltre cinque milioni di abitanti hanno un potere di acquisto tale da potersi permettere di comprare prodotti d’eccellenza “Made in Italy” oltre ad essere sensibili alla qualità soprattutto nei classici comparti di eccellenza delle nostre produzioni (alimentare, vini, moda ed arredo).

Le relazioni economico-commerciali tra Italia e Finlandia sono buone e non presentano particolari criticità e sussitono dunque solidi presupposti affinché il saldo commerciale italiano resti positivo nei rapporti bilaterali con Helsinki e i nostri prodotti conquistino sempre più quote di mercato.
Sorgente: Fixit, la crisi spinge Helsinki fuori dall’Unione Europea?

Cina, il saldo commerciale con l’Italia è di -17,7 miliardi

 

 

 

 

 

 

Ieri il Parlamento europeo è tornato ad esprimersi sullo status dell’economia cinese rifiutandole il riconoscimento di economia di mercato. Questo rifiuto è un comportamento protettivo da parte dell’Europa verso i suoi mercati interni, molto più deboli del gigante orientale: secondo uno studio dell’Epi, in caso di un via libera al Mes (Market economic status) per la Cina i posti a rischio in Italia sarebbero tra i 200mila e i 400mila.

Più nello specifico, come mostrano i dati dell’Istat, il nostro Paese ha verso la Cina uno sbilanciamento commerciale: il saldo commerciale del 2015 si è chiuso in negativo, arrivando a -17,7 miliardi. Importiamo molto di più di quanto riusciamo ad esportare. La maggioranza del nostro import cinese riguarda: i prodotti del tessile-abbigliamento (6,6 miliardi di valore ed una crescita del 7,4% rispetto al 2014), i computer e l’elettronica (4,1 miliardi, +4,8%) e gli apparecchi elettronici (3,3 miliardi, +17,9%).

Sorgente: Cina, il saldo commerciale con l’Italia è di -17,7 miliardi – Info Data Blog