Pagamenti internazionali, quale scegliere?

Uno dei principali problemi che gli operatori economici si trovano a fronteggiare nel processo di vendita sui mercati esteri è certamente l’individuazione e la scelta della condizione di pagamento da utilizzare. Compratore e venditore cercheranno entrambi di “tirare l’acqua al proprio mulino” cercando di spuntare le condizioni e le clausole che ritengono maggiormente convenienti: chi vende vuole che vi sia certezza circa l’incasso mentre chi paga in genere agisce in modo da posticipare i pagamenti il più possibile.

E’ dunque da questo “braccio di ferro” che scaturirà la definitiva scelta della forma di pagamento.
In generale comunque, va segnalato che esistono vari elementi che influenzano in maniera dirimente tale scelta e fra questi citiamo:

il rischio Paese ovvero le condizioni economico-politiche che sussistono nel Paese della controparte;
• il funzionamento del sistema giuridico nel Paese della controparte;
• la situazione del sistema bancario nel Paese della controparte;
• il rischio commerciale (insolvenza della controparte);
• gli usi, le consuetudini, il regime valutario del Paese di origine del compratore e le normative import -export vigenti nei singoli Paesi;
• la possibilità di attivare una copertura del rischio commerciale e/o politico;
• la possibilità di avere informazioni attendibili sulla affidabilità e solvibilità della controparte;
• il settore merceologico, il mercato di riferimento ed il rapporto contrattuale esistente tra il venditore ed il compratore;
• il volume e la rilevanza economica delle singole forniture;
• la distanza, l’immagazzinamento della merce e la modalità di trasporto;
• la possibilità di attivare, in caso di mancato pagamento, azioni di recupero del credito;
• la possibilità di essere sostituiti con altri fornitori;

Chiaramente la vendita di merci e/o di servizi a compratori esteri comporta rischi supplementari e di maggiore entità rispetto a quelli che si incontrano in ambito nazionale.
Fare business con soggetti stranieri comporta inevitabilmente un aumento del rischio e dell’incertezza e per questo spesso sono gli stessi prezzi applicati al di fuori dei confini a lievitare, specialmente quando si opera con Paesi diversi da quelli dell’Europa occidentale.

Attenzione però perché non è raro che vengano accettati dei semplici assegni bancari firmati dal compratore non considerando che anche dopo alcuni mesi dalla negoziazione e quindi dall’accredito, che viene eseguito non in via definitiva ma “salvo buon fine”, l’assegno bancario può risultare non saldato.
In questi casi per il venditore, oltre il danno subentra la beffa, perché l’istituto bancario sarebbe costretto, suo malgrado, a restituire l’intero importo, precedentemente accreditato, aumentato delle spese e delle commissioni d’insoluto.

Comunque la forma di pagamento maggiormente utilizzata negli scambi internazionali è indiscutibilmente l’apertura di credito documentario ma anche in questo caso possono verificarsi dei problemi imprevisti dall’operatore. E’ infatti un grosso errore ritenere che per riscuotere il credito sia sufficiente andare in banca e consegnare la documentazione relativa perché può succedere che, pur presentando i documenti alla banca, la stessa non sia in grado di eseguire il pagamento avendo rilevato delle irregolarità nei documenti e/o nella loro presentazione.

Per evitare l’insorgere di questo tipo di problematiche è necessario che nell’accordo contrattuale sottoscritto vengano specificate una serie di variabili:

• il quando, ovvero il preciso momento in cui verrà effettuato il pagamento della fornitura;
• il come, ovvero la valuta di pagamento;
• il dove, ovvero il luogo di pagamento;
• gli istituti bancari coinvolti nell’operazione;
• i sistemi di pagamento, ovvero la modalità attraverso la quale si concretizzerà il trasferimento dei fondi;
• la forma tecnica di pagamento che sarà utilizzata.

Relativamente al quando, che rimane una delle variabili maggiormente oggetto di diatribe e discussioni, il pagamento potrà avvenire in tre modalità: pagamento anticipato, pagamento posticipato e pagamento contestuale.

Il pagamento anticipato è la condizione preferita da chi vende poiché esso spedirà la merce solo quando l’importo sarà accreditato definitivamente sul proprio conto corrente.
In questo caso tuttavia potrebbe essere il compratore a nutrire dei dubbi circa l’effettiva spedizione dei prodotti in questione ma potrebbe tutelarsi pretendendo dal venditore l’apertura di un particolare tipo di garanzia l’Advance payment guarantee attraverso cui l’istituto bancario si impegna a riconoscere al compratore l’importo pagato anticipatamente nel caso di mancata spedizione della merce.

Il pagamento posticipato è la forma di pagamento cui i compratori guardano con maggiore interesse perché permette loro di ricevere la merce ordinata prima di realizzare il relativo pagamento con il venditore che invece assume su di sé tutti i rischi di mancato pagamento.
Per mitigare l’assunzione di un tale rischio si può prevedere a seconda delle circostanze l’uso di strumenti di tipo assicurativo e/o di tipo bancario come forma di, almeno parziale, tutela.

Il pagamento contestuale, anche conosciuto con il termine Cash on deliverysi materializza quando la fornitura dei prodotti è vincolata alla ricezione di avvenuto pagamento che dovrà strutturarsi attraverso trasferimento dell’intero importo via Swift.

Per quel che riguarda la scelta della moneta di pagamento da utilizzare quello che va sempre attentamente tenuto a mente quando si decide la valuta in cui realizzare la compravendita è il cosiddetto rischio di cambio, ossia scegliendo una moneta diversa da quella usata nel proprio Paese esiste il rischio di incassare una quantità di danaro in moneta nazionale inferiore a quella attesa oppure di dover pagare una somma superiore a quella inizialmente prevista.

Il luogo di pagamento può essere:

nel Paese del venditore, presso cioè, una banca nazionale con cui l’esportatore intrattiene un rapporto di conto;
nel Paese del compratore, presso una banca all’estero nel caso, ad esempio, di pagamenti veicolati attraverso circuiti elettronici di incasso e/o utilizzando conti accentrati di banche italiane all’estero o, ancora, utilizzando un proprio conto corrente nel Paese estero;
in un altro Paese, diverso da quello del venditore e del compratore, nei casi, ad esempio, di crediti documentari utilizzabili presso banche estere.

Esistono diversi sistemi di pagamento che consentono di trasferire denaro in modo veloce e sicuro da una banca ad un’altra. Tra i più utilizzati citiamo: Swift (Society for World- wide Interbank Financial Telecommunications) e Sepa (Single Euro Payments Area).

Swift è un sistema di pagamento internazionale che permette di effettuare una molteplicità di operazioni (esecuzione di pagamenti, assunzioni di impegni, scambio di informazioni, disposizioni per movimentazione di conti, ecc.), attraverso dei cosiddetti Authenticator key che assicurano l’autenticità delle operazioni, rendendole immediatamente operative.

Sepa è, invece, un’area che riguarda i 28 Paesi Comunitari più l’Islanda, il Liechtenstein, la Norvegia e la Svizzera, che permette di effettuare e ricevere pagamenti in euro all’interno del singolo Paese o al di fuori dei confini nazionali, alle stesse condizioni di base accordate nel singolo Paese.

Perché questo sistema di compensazione possa attivarsi è obbligatorio l’utilizzo delle coordinate bancarie fornite da tutte le banche alla propria clientela e, cioè, dei codici IBAN, International Bank Account Number e BIC,Bank identification code.

In conclusione quando si sceglie una forma di pagamento è opportuno operare una riflessione preliminare su quale rappresenti la soluzione più adeguata fra quelle disponibili e, solo dopo aver compiuto tale analisi, si può scegliere fra:

bonifico bancario (banker’s swift transfer or transmission oppure bank transfer via Swift);
rimessa di assegni bancari (check o cheque);
incasso documentario (documents against payment o documents against acceptance);
incasso semplice (clean collection) di effetti (promissory note/bill of exchange) o di ricevute bancarie (receipt);
credito documentario (documentary credit) senza conferma o con conferma.

Il Packaging come strumento di marketing nel Food

Il packaging è quell’attività attraverso la quale un’azienda delinea l’identità del proprio prodotto. Infatti, nonostante il termine packagingidentifichi il processo materiale di confezionamento di un prodotto, l’attività di packaging fa riferimento ad una serie di aspetti immateriali legati alla realizzazione della confezione con la quale il prodotto si presenta sul mercato. In altre parole, studiare un confezionamento vuol dire elaborare ed utilizzare una serie di meccanismi estetici che hanno lo scopo di comunicare un’idea, un’esigenza, un valore a colui che andrà ad utilizzare il prodotto, e cioè il consumatore. Tale accezione è ancor più vera nel settore agroalimentare, dove il packaging ha, per l’azienda, una valenza strategica sempre maggiore.

Il food packaging – come ha spiegato il Dr. Guido Corbella, consulente di strategie aziendali presso PRAXI S.p.a., in occasione del seminario sul food packaging organizzato da ICE – Agenzia e Confindustria Bari e BAT il 15 giugno u.s. – ha subito, negli ultimi anni, una trasformazione da costo di produzione a variabile strategica in grado di creare valore aggiunto per l’impresa. Tale evoluzione è stata, e viene tutt’ora, alimentata da tre importanti tendenze del mercato odierno: l’urbanizzazione, la globalizzazione e la supremazia della Grande Distribuzione Organizzata sulla vendita al dettaglio. Oggi, infatti, la concentrazione della popolazione all’interno dei centri urbani – si consuma sempre più lontano da dove si produce – e la globalizzazione dei consumi – stessi prodotti consumati in luoghi molto distanti tra loro – obbligano le aziende agroalimentari ad impostare un packaging che riduca lo spreco del prodotto dal momento della produzione al momento del consumo. La supremazia della GDO sulla vendita al dettaglio, che dipende peraltro dalle due tendenze sopra descritte, ha invece costretto le aziende del food a rivedere il packaging in termini di funzionalità rispetto alle fasi della logistica e della distribuzione.

Ciò premesso, il food packaging, in quanto leva di marketing per le imprese agroalimentari, deve assolvere, oggi, a cinque funzioni principali, e cioè:
sicurezza: garantire l’integrità del prodotto e prevenire la manipolazione del contenuto;
estensione della durata del prodotto: deve essere realizzato utilizzando materiali/tecnologie che garantiscano un allungamento della shelf life del contenuto, come, ad esempio, la Modified Atmosphere Packaging, tecnologia di confezionamento basata sulla sostituzione dell’aria con una miscela di gas;
logistica: deve agevolare il trasporto del contenuto dal magazzino al distributore e dal distributore al consumatore;
informazioni al consumatore: attraverso specifici sistemi di etichettatura, deve fornire al consumatore una serie di informazioni sul prodotto come, ad esempio, le informazioni nutrizionali, le istruzioni per il consumo, la tracciabilità e le istruzioni per il corretto smaltimento dell’imballaggio;
marketing: deve essere realizzato secondo una logica di brand identification ed essere quindi utilizzato come vero e proprio strumento di promozione e vendita.

Una volta inquadrate le funzioni cui il food packaging deve assolvere, l’azienda deve scegliere il tipo di packaging con cui presentare il proprio prodotto sul mercato. Tale scelta deve essere fatta seguendo due criteri, strettamente connessi tra loro: la sostenibilità ed il materiale da utilizzare.
La sostenibilità riguarda la possibilità o meno per l’azienda di sopportare eventuali costi e/o rischi legati alla scelta di un determinato tipo di confezionamento, ed è legata ad aspetti economici, ambientali, culturali e sociali.
Il packaging di un prodotto agroalimentare, infatti, deve essere sostenibile da un punto di vista:

economico: non pesare eccessivamente sul costo totale di produzione del prodotto;
ambientale: conforme a specifiche disposizioni in materia di eco-sostenibilità e rispetto del’ambiente;
culturale: coerente con la cultura ed i valori del consumatore;
sociale: coerente con le esigenze del target cui si rivolge (adulti vs bambini, uomini vs donne, famiglie vs single, ecc.).

La scelta del materiale da utilizzare, l’altro criterio che influenza il tipo di confezionamento con il quale “vestire” il prodotto, deve essere coerente con l’analisi effettuata sulla sostenibilità e deve tenere in considerazione alcuni aspetti fondamentali:

il confezionamento deve essere “ammortizzato” nel medio-lungo termineevitando quindi cambiamenti frequenti che possano disorientare il consumatore e risultare costosi;
l’imballaggio deve garantire la visibilità del contenuto, deve permettere il consumo in tempi differiti e deve essere maneggevole e di facile utilizzo.

In questa fase è importante pianificare ed implementare un’efficace attività di R&D basata sull’acquisizione di informazioni dai distributori o addirittura dai consumatori stessi.
Scegliere il materiale vuol dire poi necessariamente scegliere il fornitore del materiale e quindi valutare aspetti differenti come la provenienza del fornitore (produzione Made in Italy vs fornitore estero), la presenza del fornitore a livello locale, eventuali accordi di fornitura già in essere, la tipologia di macchinari da utilizzare, ecc.

Da un punto di vista organizzativo, programmare una strategia dipackaging vuol dire disporre di risorse umane che abbiano sviluppato adeguate competenze nel campo delle tecnologie alimentari e delle tecnologie del packaging, oppure che conoscano in maniera approfondita le tecniche di marketing e l’intero framework normativo che disciplina il food packaging. Oltre alle risorse interne, l’azienda necessita anche del supporto di strutture esterne quali l’Istituto Italiano Imballaggio, l’Indicod (ente italiano autorizzato al rilascio dei codici a barre), le Università, il Conai, l’Ordine dei Tecnologi alimentari, ecc., per essere aggiornata sulle disposizione vigenti in materia.

Infine, in un’ottica di marketing 3.0, il food packaging – come ha sottolineato la Dr.ssa Lucia Lamonarca, consulente di progetti per la food innovation, in occasione del seminario sul food packaging organizzato da ICE – Agenzia e Confindustria Bari e BAT il 15 giugno u.s. – “non può prescindere dall’innovazione e dalle nuove tecnologie a disposizione del mercato”. Ciò pone l’azienda di fronte a nuove opportunità, in termini di nuove modalità di confezionamento del prodotto. Si potrebbe quindi optare per uno Smart Packaging, e cioè un tipo di imballaggio che consenta di monitorare le condizioni del prodotto dando indicazioni al consumatore su come utilizzarlo e consumarlo, oppure utilizzare un Active Packaging, l’imballaggio che interagisce con il prodotto o l’ambiente circostante rilasciando sostanze utili o assorbendo quelle indesiderate, per aumentare la shelf life, la qualità e la sicurezza del prodotto, o ancora etichettare l’imballaggio attraverso un sistema di QR Code (Quick Response Code) – codice a barre bidimensionale leggibile da uno smartphone – che fornisca al consumatore informazioni sul prodotto quali, ad esempio, la certificazione di origine, i dettagli di produzione, la storytelling o le informazioni sulla vendita online e l’assistenza clienti.

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In ripresa l’agricoltura italiana. Ecco chi produce cosa in Europa

Nel 2015 è in ripresa il valore aggiunto del settore agricolo a prezzi correnti. Come ha scritto Istat ammonta infatti a 33,1 miliardi di euro, pari al 2,3% del valore aggiunto nazionale. Rispetto al 2014 la crescita è del 5,6% a prezzi correnti e del 3,8% in volume. I prezzi dei prodotti agricoli venduti (output) […]

Nel 2015 è in ripresa il valore aggiunto del settore agricolo a prezzi correnti. Come ha scritto Istat ammonta infatti a 33,1 miliardi di euro, pari al 2,3% del valore aggiunto nazionale. Rispetto al 2014 la crescita è del 5,6% a prezzi correnti e del 3,8% in volume.

I prezzi dei prodotti agricoli venduti (output) risultano in lieve calo(-0,5%), mentre i prezzi dei prodotti acquistati (input) segnano una flessione più marcata (-3,3%); ne deriva un recupero dei margini rispetto al 2014.

Il valore aggiunto del comparto agroalimentare, che oltre al settore agricolo comprende quello dell’industria alimentare, nel 2015 cresce del 4,2% in valori correnti e del 2,3% in volume.

Anche sul versante dell’occupazione, le unità di lavoro nel settore agricolo crescono complessivamente del 2,2%; particolarmente pronunciato è l’incremento delle unità dipendenti (+2,8%), cui si associa una crescita dell’1,9% di quelle indipendenti. Risultati positivi si registrano anche per l’industria alimentare, dove l’aumento delle unità di lavoro è pari allo 0,7%.

Nel 2015 la crescita della produzione agricola in volume risulta rilevante per le coltivazioni legnose (+12,3%) mentre è più contenuta per gli allevamenti zootecnici (+0,8%) e le attività di supporto (+0,5%).

Si registra, invece, un calo per le produzioni foraggere (-4,3%), le coltivazioni erbacee (-2,8%) e le attvità agricole secondarie (-0,6%).

E in Europa? Chi produce più pomodori in Europa? Da dove viene il grosso della carne bovina? Verrebbe da rispondere Italia alla prima domanda e Irlanda alla seconda. In realtà entrambe le risposte sono false. Per scoprire chi produce cosa abbiamo preso i dati da Eurostat e diviso la produzione in valori assoluti e pro capite. Nel primo caso si possono evincere i grandi produttori. Nel secondo le vocazioni agricoli delle singole nazioni.

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Il nuovo codice della UE: le dichiarazioni di origine preferenziale a lungo termine

 

 

Il concetto di origine preferenziale

E’ uno strumento che consente ai prodotti importati e/o esportati da o verso alcuni Paesi e che soddisfano precisi requisiti la concessione di benefici daziari.

Tali benefici riguardano la concessione di un “trattamento preferenziale”, ovvero la riduzione dei dazi o la loro esenzione.

Alla base vi è generalmente un accordo tra due o più Paesi, attraverso il quale per lo scambio di determinati prodotti riconosciuti come originari di uno dei Paesi contraenti, viene riservato appunto un “trattamento preferenziale”.
Ciò significa ad esempio che la concessione di benefici daziari da parte dell’U.E. a determinati Paesi è reciprocamente riconosciuta, all’atto dell’importazione a destino, a merci esportate dalla UE nei Paesi extracomunitari firmatari degli accordi di origine preferenziale.

Articolo 64 Regolamento 952/2013

Per le merci che beneficiano di misure preferenziali, contenute in accordi che l’Unione ha concluso con alcuni paesi o territori non facenti parte del suo territorio doganale o con gruppi di tali paesi o territori, le norme sull’origine preferenziale sono stabilite da tali accordi.

Le regole di origine preferenziale

In linea di massima le regole di origine preferenziale possono cambiare in funzione del prodotto oggetto dell’esportazione (quindi della sua voce doganale) e del Paese di destino. Al fine di poter conferire l’origine preferenziale ad un merce è necessario che questa subisca una lavorazione sufficiente (regole di trasformazione indicate negli allegati II dei singoli protocolli di origine firmati dalla UE con i vari Paesi extracomunitari)

L’esportatore e la dichiarazione in dogana

L’azienda esportatrice, una volta stabilito se il prodotto oggetto della vendita all’estero soddisfa le condizioni per essere definito preferenziale, richiede il rilascio del certificato Eur1 o appone la dichiarazione di origine preferenziale su fattura (che risulta essere libera se l’importo della spedizione è inferiore a 6.000 oppure deve essere autorizzata dalla dogana se l’importo della spedizione risultasse superiore)

Il necessario coinvolgimento del fornitore

Quando l’esportatore non risulta essere il produttore dei beni (merci di pura commercializzazione) deve necessariamente richiedere al proprio fornitore un’apposita dichiarazione scritta nella quale il fornitore attesti (o meno) se le merci rispondo alle regole per poter essere definite preferenziali se esportati verso il Paese di destino.
Anche nel caso in cui l’esportatore sia il produttore dovrà richiedere al fornitore apposita dichiarazione al fine di poter valutare se la trasformazione apportata alle materie prime (o semilavorati) acquistati  è stata sufficiente o meno  al conferimento dell’origine preferenziale.

Articolo 61 Reg. 2447/2105: Dichiarazione del fornitore (fornitura per fornitura)

Nel fornire all’esportatore o all’operatore le informazioni necessarie per determinare il carattere originario delle merci ai fini delle disposizioni relative agli scambi preferenziali tra l’Unione e alcuni paesi o territori (carattere originario preferenziale), il fornitore si serve di una dichiarazione del proprio fornitore. 
Per ciascuna spedizione di merci è redatta una dichiarazione del fornitore distinta, tranne nei casi previsti all’articolo 62del presente regolamento (dichiarazioni al lungo termine)
La dichiarazione è contenuta nella fattura commerciale relativa a detta spedizione oppure in un bollettino di consegna o in un qualsiasi altro documento commerciale che descriva le merci in questione in modo sufficientemente particolareggiato per consentirne l’identificazione.
La dichiarazione può essere fornita in qualsiasi momento, anche dopo la consegna delle merci.

Articolo 62 Reg. 2447/2015: Le dichiarazioni a lungo termine

Quando un fornitore invia regolarmente spedizioni di merci a un esportatore o a un operatore e si prevede che il carattere originario delle merci di tutte queste spedizioni sia lo stesso, il fornitore può presentare un’unica dichiarazione a copertura di invii successivi di tali merci (dichiarazione a lungo termine del fornitore).

La dichiarazione a lungo termine del fornitore può essere valida per un periodo massimo di due anni a decorrere dalla data della compilazione.
La dichiarazione a lungo termine del fornitore può essere redatta con effetto retroattivo per merci consegnate prima della compilazione. Tale dichiarazione a lungo termine del fornitore può essere valida per un periodo massimo di un anno prima della data della compilazione. Il periodo di validità scade alla data in cui la dichiarazione a lungo termine del fornitore è stata compilata.

Il fornitore informa immediatamente l’esportatore o l’operatore interessato qualora la dichiarazione a lungo termine del fornitore non sia valida in relazione ad alcune o a tutte le spedizioni di merci fornite e da fornire.

Articolo 64 Reg. 2447/2015

Per i prodotti che hanno ottenuto il carattere originario preferenziale, la dichiarazione del fornitore è compilata conformemente all’allegato 22-15.

Tuttavia, le dichiarazioni a lungo termine del fornitore per tali prodotti sono compilate conformemente all’allegato 22-16. 

Per i prodotti che sono stati sottoposti a lavorazione o trasformazione nell’Unione senza ottenere il carattere originario preferenziale, la dichiarazione del fornitore è compilata conformemente all’allegato 22-17. Tuttavia, le dichiarazioni a lungo termine del fornitore per tali prodotti sono compilate conformemente all’allegato 22-18.

Si segnala che il precedente Reg. 1207/2001 (e successive modifiche), che aveva a suo tempo previsto il modulo di dichiarazione di fornitori, deve intendersi a tutti gli effetti incorporato nel nuovo Codice Unionale per cui i format per tutti le dichiarazioni sono quelli previsti dal Reg. 2447/2015

La dichiarazione del fornitore reca una firma manoscritta del fornitore.

Tuttavia, se la dichiarazione del fornitore e la fattura sono redatte con mezzi elettronici, esse:

  • possono essere autenticate elettronicamente
  • oppure il fornitore può fornire all’esportatore o all’operatore un impegno scritto in cui assume la piena responsabilità per ogni dichiarazione del fornitore che lo identifichi come se questa recasse effettivamente la sua firma manoscritta.

Documenti che  non costituiscono prova dell’origine preferenziale

Per concludere la nostra trattazione ci permettiamo di rammentare agli operatori che non costituiscono prova del carattere preferenziale le seguenti casistiche:

Le fatture di acquisto recanti indicazioni generiche:

  • Merce di origine italiana/UE
  • Merce “Made in Italy”
  • Goods of Italian Origin
  • Certificati di origine non preferenziale
  • Merce di origine preferenziale della UE
  • Dichiarazioni da parte del fornitore non conformi al Reg. 2447/2015
  • Attestazioni di origine preferenziale relativi ad accordi differenti.

Sorgente: Il nuovo codice della UE: le dichiarazioni di origine preferenziale a lungo termine

60 anni fa nasceva il Container

Buon compleanno, container: la scatola che ha cambiato il mondo del trasporto internazionale, non solo marittimo, compie 60 anni. Era infatti l’aprile del 1956 quando l’imprenditore americanoMalcom McLean, caricò a bordo della petroliera “Ideal-X”, ormeggiata a Newark, in New Jersey, 58 cassoni di autocarro contenenti merci di vario tipo. La nave si staccò dalla banchina il 26 aprile (ma secondo alcuni uscì dal bacino portuale solo dopo la mezzanotte del 27) e fu l’inizio di una svolta epocale che avrebbe radicalmente cambiato il modo di effettuare spedizioni da una parte all’altra del globo.

Container

 

 

 

 

 

Merito di un oggetto sicuramente poco affascinate, tenuto insieme da saldature e bulloni, ma sul quale oggi ruota l’intera catena logistica mondiale e che è stato capace di affermarsi, nel corso degli anni, come contenitore ideale per prodotti di ogni tipo. In Italia fu il gruppo Grendi, per primo, a credere nell’utilizzo del container moderno quando, nel 1967, sfruttò un traghetto, il “Vento di Levante”, per il trasporto merci dal porto di Genova a quello di Cagliari. La base di partenza era Calata Bengasi, dove si trova oggi il terminal gestito dal gruppo Messina.

«Siamo stati i primi – ricorda Bruno Musso, presidente di Grendi – a portare il container negli scali italiani. Anche se la nave che attrezzammo inizialmente poteva trasportare appena 31 scatole di alluminio a viaggio. Ma fu una svolta epocale, che nonostante l’intuizione non fu compresa immediatamente dall’ambiente marittimo, specialmente dai lavoratori portuali, che temevano ripercussioni negative sul loro lavoro quotidiano». Quella introdotta dal container fu, nel panorama della logistica, anche una rivoluzione economica visto che, con l’affermarsi dei contenitori, si abbassò notevolmente il costo di trasporto delle merci. Prima degli anni ‘60 le spese delle spedizioni dagli Stati Uniti all’Europa ammontavano a circa il 12% delle esportazioni e al 10% delle importazioni. Una delle maggiori voci di costo consisteva, nel porto di partenza, nello spostare da terra su nave la merce e poi, una volta raggiunto lo scalo di arrivo, movimentare gli stessi prodotti su camion o su treno.

A Genova, nel principale porto italiano, la prima gru per la movimentazione dei contenitori fu installata nel 1968 nella zona di Ponte Libia. Spetta invece alla Spezia il primato tra gli scali nazionali, per aver avuto, nel 1972, un terminal interamente dedicato ai container, nella stessa superficie dove adesso sorgono le banchine gestite dal gruppo Contship. «Anche in questo caso – aggiunge Musso – è stato Grendi ad avere prima di altri questa idea, dopo che decidemmo di lasciare il capoluogo ligure. Di lì a poche settimane ci seguì anche la famiglia Ravano. Fu un’intuizione azzeccata». Oggi, a distanza di 60 anni dalla nascita dei container, sono i porti asiatici a fare la parte del leone: Shanghai è lo scalo più trafficato con 36,5 milioni di teu movimentati ogni anno, mentre Singapore è secondo con 30,9 milioni di teu. Nella top 100 mondiale, Genova è il primo porto italiano di destinazione finale, al 71esimo posto, seguito dallo scalo spezzino, 98esimo .

La metamorfosi di Dubai, New York e altre 8 città del mondo

Da Dubai a New York, da Shanghai a Parigi, da Toronto a Venezia. Ecco come sono cambiate le città in pochissimi anni (grazie alla tecnologia).

1) Dubai

L’articolo parte dal centro urbano che più è cambiato di più in assoluto negli ultimi vent’anni: Dubai. Con i suoi due milioni e mezzo di abitanti, la città degli Emirati Arabi Uniti è uno degli esempi di come la tecnologia sappia mutare un territorio e le abitudini quotidiane. E basta una foto a capire come dal deserto, spesso, possono nascere dei veri gioielli. (Immagini di bongorama & mediavida)

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2) New York City

Anche la città americana, con i suoi 9 milioni di abitanti, ha rivoluzionato spesso il suo look arrivando oggi, ad essere, uno dei centri più avanzati e affascinanti del mondo. E la sua metamorfosi è avvenuta rapidamente come già dimostra il passaggio dal 1876 al 1932 (Immagini del DailyMail). Fino ad arrivare i giorni nostri e alla volontà di diventare più “green”. (Qui, per i più curiosi, la trovate raccontata in 30 Gif animate).

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3) Shanghai

Anche in Cina i mutamenti architettonici si sono susseguiti a velocità sostenuta. La dimostrazione è Shanghai che, nel corso degli anni, si è evoluta moltissimo diventando, con i suoi 15 milioni di abitanti, una delle città più popolate al mondo e più innovative. Pensate che la prima foto è del 1990 mentre la seconda è stata scattata nel 2010 (immagini by The  Atlantic)

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4) Shenzhen

Ma anche Shenzhen non scherza, nonostante abbia “solo” 9 milioni abitanti. «Là dove c’era l’erba ora c’è.. una città» recitava la famosa canzone di Celentano. Ed è un verso applicabile a quello che è successo in questa zona della Cina, diventata, in soli trent’anni (le foto di TwistedSifter sono databili 1980-2011) uno dei poli tecnologici più importanti del mondo:

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5) Parigi

Per mostrare com’è la capitale francese si sia trasformata nel corso degli anni è bastato prendere uno dei simboli principali della città: la Tour Eiffel. Come sentinella immobile, infatti, ha assistito ai cambiamenti che sono avvenuti intorno ai suoi piedi. Ma il fascino, nonostante strutture sempre più moderne e un vero bombardamento di luci, è rimasto davvero intatto. (Le foto sono tratte da FineArtAmerica & WallpaperUp).

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Origine preferenziale delle merci

In ambito doganale esistono due concetti di origine che contemplano finalità diverse, parliamo infatti di origine non preferenziale e origine preferenziale.

Il concetto di origine non preferenziale gravita attorno a misure limitative all’importazione quali divieti, contingenti, massimali, dazi antidumping, etichettatura di origine, ecc.

Per origine preferenziale invece si intende uno status insito della merce grazie al quale risulta assegnataria di diritto ad un trattamento tariffario preferenziale – un dazio ridotto o un’esenzione del dazio – in ragione di specifici accordi di libero scambio stipulati tra paese esportatore e paese di destinazione della merce.

Altra caratteristica per attribuire l’origine preferenziale delle merci è quella della sostanziale trasformazione ovvero il prodotto deve risultare sufficientemente trasformato e lavorato.

L’Unione Europea ha ratificato accordi di commercio preferenziale sia di natura bilaterale, sia di natura unilaterale.

Gli accordi di natura bilaterale si verificano con la creazione di un’area di libero scambio e prevedono esenzioni o riduzioni dei dazi per quelle merci che sono originarie di uno dei due paesi contraenti.

Gli accordi di natura unilaterale si concretizzano attraverso la concessione, da parte dell’Unione Europea, di riduzione o esenzione daziaria a favore di paesi terzi nel momento in cui i prodotti vengono importati nel territorio comunitario e tra questi distinguiamo gli Accordi con paesi ACP (Africa, Caraibi, Pacifico) e gli Accordi SPG (sistema delle preferenze generalizzate).

Altri accordi commerciali sono identificati nei cosiddetti accordi di Unione Doganale che si basano sulla nozione di libera circolazione delle merci ed è sufficiente che un prodotto sia in “libera circolazione” per far sì che benefici di esenzioni o riduzioni daziarie. Attualmente l’Ue ha in essere questo genere di accordi con Turchia, San Marino e Andorra.

I documenti che garantiscono e certificano l’origine preferenziale delle merci sono vari e tra questi occorre distinguere tra:

Certificato Eur 1: valido tra tutti i Paesi firmatari di accordi bilaterali;

Dichiarazione di origine preferenziale in fattura;

Form A: documento valido solo per import da Paesi in via di sviluppo;

ATR: valido solo per interscambio di prodotti industriali con la Turchia, per i prodotti agricoli e siderurgici si utilizza il certificato Eur 1.

Il certificato Eur 1 è rilasciato dall’autorità doganale del Paese esportatore attraverso richiesta fatta dall’esportatore stesso o suo rappresentante autorizzato. Il rilascio del suddetto certificato è legato al controllo effettuato dalle autorità competenti che svolgono tutti i controlli necessari per verificare il carattere originario dei prodotti e sono autorizzate a richiedere qualsiasi prova e ad effettuare qualsiasi controllo diretto all’esportatore nonché tutte le verifiche ritenute opportune.

I compiti dell’esportatore sono quelli di dimostrare l’origine preferenziale delle merci esportate e la conservazione dei certificati stessi per un periodo di almeno tre anni ai fini di eventuali controlli da parte dell’autorità doganale.

I controlli possono essere effettuati in ragione di fondati motivi o persondaggio e la non veritiera dichiarazione dell’esportatore sull’origine delle merci configura il reato di falso in atto pubblico, che ha come conseguenza l’onere della prova e la reclusione fino a due anni.

Il modello Form A invece viene rilasciato mediante richiesta scritta da parte dell’esportatore, accompagnata da tutti i documenti utili a provare che i prodotti per il qual viene richiesto il modello sono originari, il documento ha validità di 10 mesi.

Per quanto riguarda gli interscambi di un valore inferiore ai 6.000€ e in caso di operatori autorizzati dalla dogana (Esportatori Autorizzati), la maggior parte degli accordi prevede che il certificato Eur 1 possa essere sostituito da una dichiarazione sulla fattura, ovvero una sorta di autocertificazione, che dev’essere presentata in forma scritta con la firma dell’esportatore stesso, che dovrà essere in grado, in qualsiasi momento di esibirlo alle autorità doganali qualora ne facciano richiesta.

In conclusione, nell’ambito del commercio internazionale, la definizione del concetto di origine risulta importante in quanto da essa scaturiscono i diversi trattamenti doganali e fiscali per le merci. É importante ricordare che la disciplina ai fini doganali non deve assolutamente confondersi con il concetto di provenienza delle merci in quanto essa fa riferimento al luogo di produzione o di sostanziale lavorazione delle merci e discende da precise regole come abbiamo visto.

Sorgente: Origine preferenziale delle merci

Ecommerce birrifici artigianali in Italia, è tempo di investire

Sempre più giovani startupper sono attratti dal Food & Beverage. In particolare, il prodotto più venduto ed esportato è la birra artigianale italiana.

Nel mondo del business non è sempre valido il principio per il quale “uno più uno, uguale due” ma, se parliamo di ecommerce di birrifici artigianali in Italia, siamo convinti che non ci saranno grosse sorprese. Innanzitutto occorre specificare quali siano gli addendi della “somma” che andremo a spiegare: i microbirrifici italiani e il commercio elettronico del settore Food & Beverage.

PRIMO ADDENDO: Microbirrifici italiani

Partiamo dunque con il primo addendo. Sebbene l’Italia non abbia una lunga tradizione di produzione e commercializzazione di birra, i dati degli ultimi anni ci hanno confermato quanto il consumo di tale bevanda sia in ascesa nel nostro Paese e, di conseguenza, quanto i giovani startupper siano attratti da tale business: +20% rispetto al 2011 (oltre 30 milioni di litri nel 2014). Centinaia di giovani in tutto il Paese stanno avviando microbirrifici artigianali e il volume d’affari in questo settore è in fortissima ascesa. Oggi infatti circa il 60% di queste attività fattura dai 100 mila agli 800 mila euro l’anno. Non male se pensiamo che, nella maggior parte dei casi, si tratta di microimprese che non superano le cinque unità di lavoratori ciascuna. E a proposito di dipendenti, almeno un microbirrificio italiano su due ha assunto in questi mesi personale a tempo indeterminato. Una situazione florida dunque per i produttori della bevanda luppolata più famosa al mondo. Tale stato di grazia è confermato anche dai dati riguardante l’export di tale prodotto artigianale: +27% nel 2015 rispetto all’anno precedente e +200% se confrontiamo i dati 2004 con quelli del 2014.

SECONDO ADDENDO: Commercio elettronico Food & Beverage

Già ampiamente sottolineato sulle pagine di questo blog, il commercio elettronico nel nostro Paese sta gradualmente prendendo piede e ogni anno si registrano sensibili progressi in termini di spese web dei consumer italiani. In particolare, il 2015 è stato l’anno del Food & Grocery, con un valore di acquisti che ha raggiunto i 16,6 miliardi di euro, pari a un +16% su base annua (dati Netcomm). Numeri mostruosi se si pensa alla particolare reticenza allo shopping online di prodotti alimentari, considerati “sacri” dalla stragrande maggioranza degli italiani. Oggi, superata anche questa barriera culturale, il Food & Beverage in Italia risulta essere uno dei mercati più dinamici nel panorama dell’ecommerce B2C.

“UNO PIU’ UNO, UGUALE DUE”

Dati alla mano ed esperienza pluriennale nel settore web ci rendono piuttosto sicuri di quanto andiamo a dire: è tempo di investire nel commercio elettronico del Food & Beverage. In particolare, è tempo che gli ecommerce di birrifici artigianali in Italia conquistino il mercato web del nostro Paese. I tempi sono ormai maturi, i consumatori di birra non vedono l’ora di scegliere e acquistare le proprie bottiglie preferite direttamente dallo smartphone.

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