Repubblica Domenicana, dove il business si fa con il sorriso

Repubblica Domenicana, dove il business si fa con il sorriso

La Repubblica Domenicana è un Paese celebre per le sue spiagge da sogno, la gentilezza e l’amabilità dei suoi cittadini e per le sue incredibili bellezze naturali capaci di attrarre e conquistare turisti da ogni parte del mondo. Tuttavia sarebbe superficiale pensare a questo Paese esclusivamente come ad una “realtà da cartolina” dove andare a trascorrere una vacanza esotica per rigenerare il corpo e la mente perché il territorio domenicano è disseminato di opportunità di business che, se adeguatamente studiate ed analizzate, possono costituire uno sbocco commerciale di una certa rilevanza per imprese ed investitori internazionali.

Come ha infatti spiegato l’‎Ambasciatore‬ della Repubblica Domenicana in Italia, Alba Maria Cabral Peña, in occasione del focus sulle opportunità offerte dal Paese organizzato da Lazio Innova a Roma lo scorso 15 giugno “la Repubblica Domenicana, oltre alle migliori ‪spiagge‬ dei Caraibi ed al ‪calore‬‬ dei suoi cittadini, offre un export di elevata qualità, una posizione geografica strategica ma soprattutto ‪stabilità‬ economica, sociale e politica presentando la più alta crescita economica di tutta la regione”.‬‬‬

La popolazione dell’isola è di circa 10 milioni di abitanti, il territorio è suddiviso in 31 province a cui deve essere sommato il Distretto Nazionale della capitale: Santo Domingo. Lo Stato ha un ordinamento democratico ed è attualmente guidato dal politico ed economista Danilo Plutarco Medina Sánchez, recentemente eletto per un secondo mandato con il 61,8% dei consensi.

La temperatura media annuale elevata (oscilla fra i 18 ed i 27 gradi) ed il clima tropicale rendono il territorio del Paese assai fertile per la coltivazione di qualsiasi tipo di cereale.

La Repubblica Domenicana dispone di buone infrastrutture fra cui:

• 8 aeroporti internazionali e più di 270 voli internazionali ogni giorno;
• 12 porti marittimi;
• 5 porti per crociere;
• Una rete stradale ed autostradale ben sviluppata;

Va detto poi che investire nel Paese è vantaggioso per le numerose agevolazioni e gli allettanti incentivi offerti senza dimenticare la vigenza di una affidabile normativa che tutela gli investimenti stranieri. Non è un caso quindi che numerose società straniere si siano affermate sul territorio domenicano specialmente nei seguenti settori: comunicazioni, trasporti, turismo e nei settori industriali delle zone franche.

Uno strumento particolarmente utile è lo Sportello Unico per gli Investimenti (VUI-RD) in grado di mettere a disposizione degli investitori un punto di riferimento attraverso cui è possibile realizzare le operazioni più importanti inclusi certificazioni, licenze e permessi necessari a rendere concreti i progetti di investimento in loco.

L’economia del Paese presenta dei tratti contraddittori: da un lato circa il 40% della popolazione ha un tenore di vita più elevato di quello di noi italiani ma d’altra parte una consistente fetta dei cittadini versa in condizioni vicine all’indigenza. Questa situazione è ben descritta da un dato: i domenicani sono i clienti più “affezionati” di auto Ferrari a livello globale se si rapportano le statistiche sugli acquisti del “Cavallino Rosso” al numero totale di abitanti.

E’ poi curioso rilevare che, sempre in rapporto al numero di abitanti, i cittadini domenicani siano in assoluto quelli che viaggiano di più al mondo dimostrando un apprezzamento vicino all’adorazione per i prodotti del Made in Italy specialmente nei comparti Food, Fashion e Design.

Nonostante la distribuzione della ricchezza non sia omogenea la crescita economica dell’isola è comunque innegabile: nell’ultimo biennio il PIL è cresciuto ad un ritmo di poco superiore al 7%, il Paese ha inoltre prodotto ricchezza per quasi 70 miliardi di dollari nel 2015 ed il PIL pro capite (calcolato a parità di potere d’acquisto) è cresciuto fino a $ 15.000.

Le opportunità di investimento maggiori si riscontrano nel settore deiservizi, manifattura, infrastrutture, agroindustria ed energia. Certamente anche il settore turistico, capace di produrre 6 miliardi annui di PIL, prospetta chance interessanti per le nostre PMI visto e considerato che il Paese, oltre a disporre di 500 km di coste, viene visitato da circa 150.000 italiani ogni anno.

Per quanto riguarda il livello di tassazione, l’imposta sui redditi di impresache si paga in sede di dichiarazione dei redditi è pari al 25% e, sebbene vi siano altri Paesi in cui la stessa è più bassa, va considerato che in Repubblica Domenicana si possono scaricare (se documentate) tutte le spese incluse quelle di rappresentanza.

Poi esistono due ulteriori agevolazioni che meritano una citazione:esenzione totale per il reinvestimento degli utili di impresa ed esenzione dell’imposta sul reddito per investimenti in specifici settori ed aree(soprattutto la zona frontaliera) da sviluppare.

Aprire un’impresa in loco è semplice, facile e veloce grazie ai bassi costi di costituzione e di gestione e grazie alla presenza di un sistema bancario moderno, snello, efficiente e sicuro. Dunque data la bellezza dei luoghi e la presenza di un sistema di un tale sistema di facilitazioni il Paese può davvero rappresentare una miniera di opportunità per chi è alla ricerca di nuovi orizzonti di business.

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Le relazioni italo-russe alla luce del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo

Le relazioni italo-russe alla luce del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo

Dal 16 al 18 giugno San Pietroburgo ha ospitato il Forum Economico Internazionale, evento dedicato agli sviluppi economici mondiali. Questo anno, grazie alla partecipazione del Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Junker, particolare attenzione è stata data alle sanzioni economiche che oppongono la Federazione Russa all’Unione Europea e che di fatto rappresentano uno ostacolo per gli scambi commerciali.

L’Italia ha avuto un ruolo di primo piano essendo stata l’ospite d’onore e avendo partecipato con una delegazione composta da esponenti del mondo politico ed imprenditoriale guidata dal Primo Ministro Matteo Renzi che ha discusso insieme a Putin, presidente della Federazione Russa, eNazarbayev, presidente del Kazakhstan, l’attuale situazione economica e geopolitica continentale.Dalle parole espresse da Renzi, la linea italiana sarà quella di favorire l’interscambio commerciale con la Russia, rispettando ovviamente i limiti imposti attualmente da Bruxelles, e lavorare per il riavvicinamento tra la Federazione e l’Unione Europea. Il Ministro dello Sviluppo Economico italiano Carlo Calenda ha ribadito la volontà di cooperare con la Russia sfruttando i forti legami storici e commerciali che legano Roma con Mosca il cui retaggio storico di lunga data fonda le proprie radici nel periodo sovietico.

Con la presenza delle principali compagnie italiane sul territorio russo, per il ministro Calenda l’obiettivo nazionale sarà quello di comprendere in che modo lavorare per permettere alla piccola e media imprenditoria di passare dall’export verso la Russia al mondo degli investimenti il quale, grazie alle Zone Economiche Speciali o di libero scambio ed alla fiscalità agevolata presente in alcuni territori, non può essere trascurato e tralasciato dalle imprese italiane.

Infatti, secondo i dati presentati dalla Banca Centrale di Mosca, il volume degli investimenti diretti italiani nella Federazione è stato di appena 73 milioni di dollari, valore molto basso superato di gran lunga da altri Paesi europei tra cui spicca la Francia che nel 2015 ha investito più di 1,6 miliardi. A fronte di questi dati ed in difesa delle aziende italiane è intervenuto l’Ambasciatore italiano in Russia Cesare Maria Ragaglini secondo cui il business nazionale sta gradualmente aumentando il volume degli investimenti nel mercato russo in settori strategici come quello della chimica, dell’industria alimentare, della moda e degli accessori.

Venerdì 17 giugno si è anche svolta la Tavola Rotonda “Russia-Italy: Made with Italy, new pillar for a streghtening bilateral cooperation” vista come un passo importante per migliorare i rapporti a livello economico-commerciale tra l’Italia e la Russia che durante il Forum hanno siglato accordi dal valore superiore al miliardo di euro.

Parlando dello scambio commerciale, l’Italia nel 2013 era il secondo esportatore verso la Russia fra i Paesi dell’Unione Europea con 10,8 miliardi di euro di export, un interscambio di 40 miliardi di euro e un tasso di crescita nell’ordine dell’8,4 per cento. Le sanzioni economiche imposte a partire dal 2014 a seguito della Crisi Ucraina hanno notevolmente ridotto il valore delle esportazioni italiane verso il mercato russo sceso di 3,7 miliardi di euro rispetto al 2013 attestandosi a 7,1 miliardi.

Questi dati potrebbero subire un ulteriore ridimensionamento qualora le sanzioni continuassero a persistere: proprio venerdì scorso l’Unione Europea ha prolungato le sanzioni alla Russia fino al 23 giugno 2017 per gli eventi in Crimea e Sebastopoli ed in questa settimana è stata presa in considerazione la possibilità di ampliare ed inasprire tali misure economiche restrittive.

L’Italia, qualora le sanzioni fossero mantenute, potrebbe essere uno dei Paesi europei che subirà maggiormente le conseguenze economiche e commerciali. L’Istituto di Studi Economici Internazionali di Vienna (WIFO) ha di recente redatto un report in cui, prendendo in considerazione gli effetti delle sanzioni sull’intera Europa, ha sottolineato come l’Italia sia il Paese che ha subito maggiori perdite rappresentate da 80 mila posti di lavoro in meno nel 2015 e lo 0,1 per cento del PIL. Dati preoccupanti che potrebbero aggravarsi nel breve futuro e, sempre secondo il WIFO, arrivare alla perdita di 215 mila posti di lavoro e 7 miliardi di PIL.

Stime negative che però contrastano con il clima positivo che si è andato a creare a San Pietroburgo e con la volontà del mondo imprenditoriale italiano di rafforzare i rapporti con quello russo e sfruttare seriamente i vantaggi offerti dalle circa settanta Zone Economiche Speciali, area geografiche che dispongono delle infrastrutture necessarie per avviare un intero ciclo produttivo industriale e che garantiscono agevolazioni fiscali.

Sorgente: Le relazioni italo-russe alla luce del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo

Energie rinnovabili, incentivi per 9 miliardi. La mappa dei fondi

 

 

 

 

 

435 milioni di euro all’anno

9 miliardi di euro in vent’anni

1.370 megawatt installati

È stato firmato ieri dal ministro per lo Sviluppo Economico Carlo Calenda il decreto che assegna nuovi incentivi alle energie rinnovabili diverse dal fotovoltaico.

Il provvedimento ha recepito in parte le nuove disposizioni europee e permetterà di ottenere gli incentivi solo partecipando a gare a cui saranno ammessi progetti che usano tecnologie diverse.

Le aste previste dal nuovo decreto si baseranno sul meccanismo dei ribassi, che potrà andare da un minimo del 2 a un massimo del 30%.

Enel intende partecipare per sviluppare i progetti sull’eolico on shore e aggiungere 20 megawatt nel geotermico. Eni parteciperà alle aste soprattutto per l’eolico; la società sta entrando nel settore con 4 mila ettari di aree industriali sottoposte a bonifiche e non utilizzabili per altri scopi.

In totale, sono previsti 9 miliardi di incentivi per circa 20 anni, ovvero 435 milioni di euro all’anno.

Sorgente: Energie rinnovabili, incentivi per 9 miliardi. La mappa dei fondi – Info Data

Puntare troppo sul made in Italy fa male?

Come scrive l’Economist, quella italiana nei confronti della qualità nazionale è una vera e propria ossessione: e se è vero che gli italiani sono i primi a richiedere le tutele dei prodotti tipici (sono 924 i prodotti italiani garantiti dall’Europa contro, ad esempio, i 361 della Spagna), è anche vero che gli stessi italiani – sostiene il giornale – non sarebbero così bravi nella vendita. Probabilmente perché, aggiunge, non esistono catene di vendita internazionale italiana che possano spingere adeguatamente i prodotti made in Italy nei mercati (almeno) più appetibili. È quel che avviene, a ben pensare, anche all’interno dei nostri confini, indifendibili: un terzo del mercato è in mano a Carrefour e Auchan (ovvero, ai francesi).

Ancora, secondo l’Economist, le ragioni di questo fallimento (l’esempio più celebrato è quello di Eataly, che ha tuttavia un fatturato non paragonabile ai big globali) consistono proprio nella tendenza a “sacralizzare” il made in Italy: “L’Italia tradisce un innato protezionismo: piuttosto che competere sui mercati mondiali, i produttori italiani chiedono l’aiuto dell’Europa per tutelare i loro marchi tradizionali e massimizzare le rendite che riescono a estrarre dal loro prodotti di qualità”. Insomma, ossessionati dal tentativo di difendere le denominazioni, le tradizioni e le indicazioni geografiche, il giornale afferma che i produttori italiani abbiano in realtà trascurato aspetti importanti come produttività e inventiva.

Nel dimostrar ciò, il giornale compie degli esempi abbastanza lampanti. Qualche anno fa i produttori della “focaccia di Recco” sono riusciti a ottenere una certificazione che impone l’utilizzo della denominazione “di Recco” solamente se la preparazione della focaccia è effettuata secondo la complessa e specifica ricetta originale, e solo se la focaccia viene prodotta nel comune di Recco e in un altro paio di piccoli comuni limitrofi. Peccato che, sostiene ancora l’Economist, qualche mese fa durante una fiera dell’artigianato i carabinieri sono arrivati a chiudere il relativo stand, e i gestori sono stati denunciati per frode alimentare. Ma soprattutto: se la focaccia si può produrre solo a Recco, e non si può surgelare e quindi trasportare, le possibilità di consumare il prodotto fuori Recco sono praticamente minime.

Insomma, in conclusione – aggiunge l’Economist – la sacralizzazione della tradizione italiana sarebbe anche una delle ragioni che spiega perché la produttività in Italia non cresce oramai da più di un decennio. Tutto male, dunque? Non proprio. Perché, in fondo, il giornale lancia una speranza: “I pomodori arrivano dal Nuovo Mondo, la mozzarella viene fatta con il latte di bufala, un animale dell’Asia portato in Italia durante le invasioni barbariche, il basilico arriva dall’India. E sono stati i migranti a portare la pizza di là dell’oceano, negli Stati Uniti. Il genio italiano si trova nell’inventiva e nell’adattabilità, non in un’immaginaria tradizione canonizzata dalle leggi dello stato”.

Sorgente: Puntare troppo sul made in Italy fa male?

AEO, certificazione di affidabilità doganale

L’AEO (Authorized Economic Operator) è alla base del nuovo Codice Doganale e rappresenta uno status che può essere ottenuto da tutti gli operatori economici che, nello svolgimento delle loro attività, disciplinate dalla regolamentazione doganale, fanno parte della catena del commercio internazionale.

Il riconoscimento dell’autorizzazione consente di essere destinatari di agevolazioni e vantaggi, diretti e indiretti, in merito alle operazioni doganali.

Lo status definisce un concetto di affidabilità doganale degli operatori autorizzati, ritenuti più sicuri, rispetto agli altri.

L’autorizzazione AEO comprende le autorizzazioni AEOC (Authorized Economic Operator for Customs semplification) e AEOS (Authorized Economic Operator for Security and Safety), per le quali si può fare richiesta singolarmente.

Per ottenere la qualifica di AEO l’operatore economico deve rispettare determinati criteri:

• Assenza di reati connessi all’attività economica;
• Conformità alla normativa doganale;
• Procedure affidabili per la gestione della scritture commerciale e per i trasporti;
• Competenze e qualifiche professionali (AEOC);
• Standard di sicurezza (AEOS).

L’operatore non è obbligato a divenire AEO, in quanto è una scelta soggettiva, dove i criteri per l’ottenimento dello status si identificano nellatipologia di operatore economico (società di persone o di capitali), nelle dimensioni dell’impresa e nel ruolo che occupa nel ciclo del commercio.

L’iter da seguire per l’autorizzazione comprende:

• Domanda redatta su formulario presente nell’Allegato 6 del Reg. UE 2015/341;
• Allegato 2 alla circ. 36 D del 21.12.2007 ADM (riguardanti le informazioni generali);
• Allegato 3 della circ. 36 D del 21.12.2007 ADM (assenza di procedure e reati);
• Questionario di autovalutazione.

Entro 120 giorni dall’istanza presentata dal richiedente, l’autorità doganale competente deve provvedere al rilascio della certificazione AEO, in alternativa il termine può essere prorogato di altri 60 giorni.

Attraverso l’attività di audit l’agenzia doganale avrà conoscenza approfondita dell’operatore e un quadro delle attività svolte, dallo stesso, attraverso la raccolta di informazioni, documenti ed evidenze oggettive, quindi, è importante che il richiedente si prepari meticolosamente per questa fase e mantenga sempre attivo il canale di comunicazione tra la propria struttura e il team degli uffici doganali per agevolare le attività affinché si svolgano nel minor tempo possibile.

Nel caso in cui dovessero risultare delle lacune sarà interesse dell’autorità doganali individuare le azioni correttive affinché sia possibile rilasciare la dichiarazione, per tanto risulta opportuno discutere in maniera costruttiva e collaborativa le eventuali soluzioni.

La strada che porta all’autorizzazione non è semplice, poiché prevede dei controlli interni da parte degli Uffici doganali e la costituzione di un reparto ad hoc, tuttavia presenta numerosi vantaggi tra cui la riduzione dei controlli fisici e documentali, migliori relazioni con le autorità doganali, maggiore velocità nelle spedizioni e diminuzione dei problemi legati alla sicurezza.

È inoltre, fondamentale, segnalare gli accordi di Mutuo Riconoscimentocon Paesi terzi che permette il riconoscimento dell’autorizzazione AEO e fornisce benefici reciproci agli operatori. Attualmente l’Unione Europea ha concluso accordi per il riconoscimento con Norvegia, SvizzeraGiappone,Andorra, Stati Uniti e Cina.

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Il Packaging come strumento di marketing nel Food

Il packaging è quell’attività attraverso la quale un’azienda delinea l’identità del proprio prodotto. Infatti, nonostante il termine packagingidentifichi il processo materiale di confezionamento di un prodotto, l’attività di packaging fa riferimento ad una serie di aspetti immateriali legati alla realizzazione della confezione con la quale il prodotto si presenta sul mercato. In altre parole, studiare un confezionamento vuol dire elaborare ed utilizzare una serie di meccanismi estetici che hanno lo scopo di comunicare un’idea, un’esigenza, un valore a colui che andrà ad utilizzare il prodotto, e cioè il consumatore. Tale accezione è ancor più vera nel settore agroalimentare, dove il packaging ha, per l’azienda, una valenza strategica sempre maggiore.

Il food packaging – come ha spiegato il Dr. Guido Corbella, consulente di strategie aziendali presso PRAXI S.p.a., in occasione del seminario sul food packaging organizzato da ICE – Agenzia e Confindustria Bari e BAT il 15 giugno u.s. – ha subito, negli ultimi anni, una trasformazione da costo di produzione a variabile strategica in grado di creare valore aggiunto per l’impresa. Tale evoluzione è stata, e viene tutt’ora, alimentata da tre importanti tendenze del mercato odierno: l’urbanizzazione, la globalizzazione e la supremazia della Grande Distribuzione Organizzata sulla vendita al dettaglio. Oggi, infatti, la concentrazione della popolazione all’interno dei centri urbani – si consuma sempre più lontano da dove si produce – e la globalizzazione dei consumi – stessi prodotti consumati in luoghi molto distanti tra loro – obbligano le aziende agroalimentari ad impostare un packaging che riduca lo spreco del prodotto dal momento della produzione al momento del consumo. La supremazia della GDO sulla vendita al dettaglio, che dipende peraltro dalle due tendenze sopra descritte, ha invece costretto le aziende del food a rivedere il packaging in termini di funzionalità rispetto alle fasi della logistica e della distribuzione.

Ciò premesso, il food packaging, in quanto leva di marketing per le imprese agroalimentari, deve assolvere, oggi, a cinque funzioni principali, e cioè:
sicurezza: garantire l’integrità del prodotto e prevenire la manipolazione del contenuto;
estensione della durata del prodotto: deve essere realizzato utilizzando materiali/tecnologie che garantiscano un allungamento della shelf life del contenuto, come, ad esempio, la Modified Atmosphere Packaging, tecnologia di confezionamento basata sulla sostituzione dell’aria con una miscela di gas;
logistica: deve agevolare il trasporto del contenuto dal magazzino al distributore e dal distributore al consumatore;
informazioni al consumatore: attraverso specifici sistemi di etichettatura, deve fornire al consumatore una serie di informazioni sul prodotto come, ad esempio, le informazioni nutrizionali, le istruzioni per il consumo, la tracciabilità e le istruzioni per il corretto smaltimento dell’imballaggio;
marketing: deve essere realizzato secondo una logica di brand identification ed essere quindi utilizzato come vero e proprio strumento di promozione e vendita.

Una volta inquadrate le funzioni cui il food packaging deve assolvere, l’azienda deve scegliere il tipo di packaging con cui presentare il proprio prodotto sul mercato. Tale scelta deve essere fatta seguendo due criteri, strettamente connessi tra loro: la sostenibilità ed il materiale da utilizzare.
La sostenibilità riguarda la possibilità o meno per l’azienda di sopportare eventuali costi e/o rischi legati alla scelta di un determinato tipo di confezionamento, ed è legata ad aspetti economici, ambientali, culturali e sociali.
Il packaging di un prodotto agroalimentare, infatti, deve essere sostenibile da un punto di vista:

economico: non pesare eccessivamente sul costo totale di produzione del prodotto;
ambientale: conforme a specifiche disposizioni in materia di eco-sostenibilità e rispetto del’ambiente;
culturale: coerente con la cultura ed i valori del consumatore;
sociale: coerente con le esigenze del target cui si rivolge (adulti vs bambini, uomini vs donne, famiglie vs single, ecc.).

La scelta del materiale da utilizzare, l’altro criterio che influenza il tipo di confezionamento con il quale “vestire” il prodotto, deve essere coerente con l’analisi effettuata sulla sostenibilità e deve tenere in considerazione alcuni aspetti fondamentali:

il confezionamento deve essere “ammortizzato” nel medio-lungo termineevitando quindi cambiamenti frequenti che possano disorientare il consumatore e risultare costosi;
l’imballaggio deve garantire la visibilità del contenuto, deve permettere il consumo in tempi differiti e deve essere maneggevole e di facile utilizzo.

In questa fase è importante pianificare ed implementare un’efficace attività di R&D basata sull’acquisizione di informazioni dai distributori o addirittura dai consumatori stessi.
Scegliere il materiale vuol dire poi necessariamente scegliere il fornitore del materiale e quindi valutare aspetti differenti come la provenienza del fornitore (produzione Made in Italy vs fornitore estero), la presenza del fornitore a livello locale, eventuali accordi di fornitura già in essere, la tipologia di macchinari da utilizzare, ecc.

Da un punto di vista organizzativo, programmare una strategia dipackaging vuol dire disporre di risorse umane che abbiano sviluppato adeguate competenze nel campo delle tecnologie alimentari e delle tecnologie del packaging, oppure che conoscano in maniera approfondita le tecniche di marketing e l’intero framework normativo che disciplina il food packaging. Oltre alle risorse interne, l’azienda necessita anche del supporto di strutture esterne quali l’Istituto Italiano Imballaggio, l’Indicod (ente italiano autorizzato al rilascio dei codici a barre), le Università, il Conai, l’Ordine dei Tecnologi alimentari, ecc., per essere aggiornata sulle disposizione vigenti in materia.

Infine, in un’ottica di marketing 3.0, il food packaging – come ha sottolineato la Dr.ssa Lucia Lamonarca, consulente di progetti per la food innovation, in occasione del seminario sul food packaging organizzato da ICE – Agenzia e Confindustria Bari e BAT il 15 giugno u.s. – “non può prescindere dall’innovazione e dalle nuove tecnologie a disposizione del mercato”. Ciò pone l’azienda di fronte a nuove opportunità, in termini di nuove modalità di confezionamento del prodotto. Si potrebbe quindi optare per uno Smart Packaging, e cioè un tipo di imballaggio che consenta di monitorare le condizioni del prodotto dando indicazioni al consumatore su come utilizzarlo e consumarlo, oppure utilizzare un Active Packaging, l’imballaggio che interagisce con il prodotto o l’ambiente circostante rilasciando sostanze utili o assorbendo quelle indesiderate, per aumentare la shelf life, la qualità e la sicurezza del prodotto, o ancora etichettare l’imballaggio attraverso un sistema di QR Code (Quick Response Code) – codice a barre bidimensionale leggibile da uno smartphone – che fornisca al consumatore informazioni sul prodotto quali, ad esempio, la certificazione di origine, i dettagli di produzione, la storytelling o le informazioni sulla vendita online e l’assistenza clienti.

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Hawaii, il paradiso naturale che ha voglia di Made in Italy

Sono in molti a pensare che queste isole, in grado di sedurre ed attrarre visitatori e turisti da ogni parte del globo, siano semplicemente un luogo esotico di rara bellezza posto nel bel mezzo all’Oceano Pacifico ma questa è solo una parte della verità. Le Hawaii dimostrano infatti anche un certo dinamismo dal punto di vista economico e sono in grado di produrre un PIL pari a circa 80 miliardi dollari annui (2015) rappresentando il 43º stato per superficie, il 40º per popolazione ed addirittura il 13º più densamente popolato dei 50 stati USA.

L’arcipelago consta di 8 isole principali – Hawaii (the Big Island), Maui,Oahu, Kauai, Molokai, Lanai, Nihua e Kahoolawe – ricoperte di palme, fiori e vulcani e caratterizzate da un clima generalmente favorevole durante tutto il corso dell’anno.

Delle 13 zone climatiche del mondo, le Hawaii ne vantano 11, ognuna con ecosistemi e caratteristiche metereologiche uniche che creano situazioni molto diverse fra loro non solo fra le isole ma anche all’interno delle stesse: spesso accade infatti che a distanza di pochi chilometri possano coesistere, nello stesso momento, condizioni climatiche drasticamente differenti.

La capitale dello Stato è la celebre Honolulu – unica realtà urbana di un certo rilievo con oltre 400mila abitanti – mentre altre realtà come Hilo, Kailua, Waipahu e Kaneohe possono contare su popolazioni assai più ristrette che oscillano fra i 35 ed i 40 mila abitanti.

La posizione delle Hawaii rende poi inevitabile che l’isola sia attraversata da influenze e culture differenti: la maggioranza degli abitanti dell’arcipelago (circa il 40%) è di origine asiatica ma è anche massiccia la presenza di europei (circa il 30%) e dei cosiddetti “multiracial americans” (circa il 20%). C’è poi da dire che gli indigeni hawaiani sono ormai minoranza nel loro stesso Stato rappresentando una cifra vicina al 5% della popolazione totale.

Le Hawaii hanno due lingue ufficiali: quella inglese e quella hawaiana e nonostante la lingua hawaiana sia insegnata nelle scuole essa non è comunemente usata nella vita quotidiana.
L’economia hawaiana non si fonda solo sugli introiti derivanti dal consistente afflusso turistico ma anche su agricoltura (canna da zucchero, ananas, papaia, avocado, noci di macadamia e caffè), allevamento del bestiame, trasformazione di prodotti alimentari e prodotti derivati del metallo, dell’argilla e del vetro. Inoltre vi è anche da segnalare l’ascesa di alcune industrie emergenti fra cui:

Attività di Ricerca e Sviluppo (R&D) che coinvolge molti settori come astronomia, oceanografia, biologia marina, biotecnologie ed alta tecnologia in generale;
Energia ed in particolare lo sviluppo delle risorse rinnovabili (le bio-masse, l’energia geotermica, l’energia idroelettrica e l’energia solare) per ridurre la dipendenza energetica dell’isola dal petrolio;
Agribusiness anche grazie all’attività dell’Agribusiness Development Corporation (ADC) volta a gestire la transizione dell’agricoltura hawaiana dal predominio delle industrie di zucchero e ananas alla diversificazione delle colture.

A livello commerciale fare business alle Hawaii comporta numerosi vantaggi fra cui incentivi fiscali, procedure di registrazione agevolate e specifici piani di assistenza economica e molte info utili possono essere rintracciate cliccando qui.

In particolare risulta molto interessante il programma Hi-Growth lanciato dal governatore Ige per far crescere l’economia stimolando innovazione e creazione di nuovi posti di lavoro. Nello specifico il programma vuole facilitare lo sviluppo di un vero e proprio ecosistema dell’innovazione che supporti le realtà imprenditoriali ad alto potenziale di crescita attraverso lo stanziamento di capitali di investimento.

Sul territorio dello Stato si trovano anche delle zone franche che operano al di là delle tassazioni e dei dazi americani, aiutando le aziende ad abbattere i costi.

Inoltre si segnala la presenza di un Business Action Center, un organo che assiste imprese di piccole dimensioni nello svolgimento di una serie di attività fra cui registrazioni societarie e di personale, ottenimento di licenze e più in generale con servizi di consulenza aziendale.

L’interscambio Italia-Hawaii è oggi ancora molto limitato nonostante il Made in Italy e l’Italia siano molto apprezzati dagli hawaiani ed esercitino su di essi un forte fascino. Buona parte del merito di questo sentimentpositivo va attribuito al nostro cibo che è molto popolare nell’arcipelago ma anche ai grandi nomi della moda e del design.

Va poi sottolineato che l’Italia sta cominciando a farsi conoscere anche in altri settori soprattutto grazie ad Ansaldo Honolulu che, in collaborazione con Hitachi Rail Italy, sta progettando e costruendo i vagoni per il nuovo sistema di trasporto ferroviario di Honolulu (che prevede la costruzione di 20 treni) e lo scorso mese ha presentato il primo treno senza conducente e senza personale degli States per il trasporto urbano.

Certamente una bella soddisfazione ed un buon punto di partenza per far crescere l’appeal delle nostre PMI anche nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico. Aloha!

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Vendere online conviene: crescita del 150% per le imprese che vendono online

Le news sul mondo dell’export, focus Paesi, mercati esteri, che cosa e dove esportare. Informazioni utili per vendere all’estero.

Secondo quanto afferma Unioncamere, dal 2009 al 2015 le società di commercio elettronico sono aumentate di 9mila unità, garantendo pertanto un saldo attivo notevolmente superiore a quanto non sia avvenuto in altri settori “tradizionali”. Dai prodotti di abbigliamento ai libri, dai giocattoli agli occhiali, non vi è segmento di mercato che oggi non sia interessato dalla vendita attraverso il commercio elettronico: una presenza non più discreta, ma sempre più preponderante, sostenuta da una crescita del numero delle imprese pari al 151,6 per cento, in media il 25,3 per cento all’anno.

Per intendere in che modo si sia evoluto il trend, sia sufficiente ricordare che nello stesso periodo l’insieme del settore del commercio al dettaglio, un bacino di attività economiche di poco superiore a 870mila aziende, ha guadagnato solo 7.170 imprese, pari ad una crescita dello 0,83 per cento nell’arco dei sei anni. Non solo: sempre secondo quanto affermava Unioncamere, anche considerando chi vende all’ingrosso, l’intero comparto del commercio, costituito da 1,5 milioni di imprese, ha fatto un passo in avanti di soli 0,12 punti percentuali, o 1.876 aziende.

Territorialmente, il ritmo più ripido di nuove aziende operanti nel commercio elettronico è stato conseguito dalle attività abruzzesi (+260 per cento), seguite da quelli pugliesi (+218 per cento) e da quelle campane (+202 per cento). Tralasciando i termini relativi, e passando a quelli assoluti, come era lecito attendersi la crescita più consistente si registra in Lombardia (1.694 imprese in più nei sei anni in esame), davanti a Campania (+1.069 imprese in più) e nel Lazio (+983 imprese in più). Se invece scendiamo in un livello di dettaglio ancora maggiore, e ci occupiamo delle sole province, in testa troviamo Roma con 1.384 imprese alla fine del 2015, Milano con 1.260 imprese e Napoli con 897 imprese.

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E’ ora di investire in Africa

Il continente africano è una realtà vasta, complessa, variegata e dunque difficile da descrivere come un corpo unico. Allo stesso tempo però essa è attraversata da caratteri e tipicità comuni che consentono di individuare alcuni punti di contatto fra i 54 diversi Stati che la compongono. Delle opportunità presenti e future generate dalle peculiarità del Continente nero si è discusso lo scorso 30 maggio in occasione del convegno organizzato dal Cna Industria di Roma dal titolo “La nuova frontiera dell’Africa: opportunità di business e strategie per le imprese italiane”.

Quando si parla di Africa è certamente la crescita demografica uno dei primi elementi su cui soffermarsi perché secondo l’Onu, nel 2050, più del 50% della crescita della popolazione mondiale avverrà in Africa con una cittadinanza che dovrebbe più che raddoppiare nei prossimi 34 anni passando da 1,1 a 2,4 miliardi. Secondo queste stime la Nigeria, oggi il Paese più popoloso del continente, potrebbe addirittura superare gli USA passando dagli attuali 181 milioni a ben 444 milioni di abitanti.

Inoltre a rafforzarsi sarà anche la tendenza già in atto da qualche tempo che vede le popolazioni degli Stati africani trasferirsi dalle campagne alle città tanto che nel 2020 si dovrebbero contare ben 7 metropoli con popolazione superiori ai 5 milioni di abitanti: Lagos (14,2 milioni), Kinshasa(12,8), Il Cairo (12,5), Luanda (7,1), Abidjan (5,5), Nairobi (5,2) e Dar es Salaam(5,1).

La forza dei numeri di questo continente è tanto straordinaria da apparire quasi inarrestabile ed è per questo che esso deve essere considerato il vero mercato del futuro. Un Paese che nonostante presenti notevoli aspetti di criticità e rischiosità è una miniera di enormi potenziali opportunità.

Già oggi l’Africa è, dopo l’Asia, la seconda regione a maggiore crescita economica a livello globale e, sebbene non si debbano mai dimenticare i punti di partenza, che sono ancora molto modesti rispetto a quelli della maggior parte degli altri Paesi a livello mondiale, i margini di miglioramento sono incredibili.
Alcuni Paesi africani la cui economia è fortemente basata sullo sfruttamento delle risorse del sottosuolo come Nigeria ed Angola vivono oggi una fase delicata in ragione del sensibile calo del prezzo delle materie prime sui mercati internazionali ma anche a causa del rallentamento dell’economia cinese che ha ridotto le importazioni di prodotti dal continente nero.

Non tutti i mali vengono però per nuocere ed in effetti questi due eventi negativi potrebbero tramutarsi in una grossa opportunità di riconversione delle economie di alcuni dei Paesi africani e renderli così meno dipendenti dal petrolio favorendo lo sviluppo delle rinnovabili e/o promuovendo l’instaurarsi di nuove e positive partnership commerciali.

Fra i settori più promettenti in cui investire in Africa ci sono leinfrastrutture (stradali, ferroviarie, portuali, sanitarie, tecnologiche, energetiche etc…) che sono oggi responsabili di oltre la metà della recente crescita economica del Paese e le previsioni parlano di un incremento esponenziale delle necessità infrastrutturali africane nel prossimo trentennio.

Ma la vera risorsa madre su cui puntare è l’agricoltura capace di generare un quarto del PIL africano e dare lavoro ad una cifra che oscilla fra il 60 e l’80% del totale dei cittadini. L’Africa possiede un patrimonio agricolo ancora inesplorato tanto che il 50% delle terre non sono coltivate del pianeta si trovano qui ma, a causa di una produttività bassissima, essa si trova costretta ad importare circa 30 miliardi di dollari annui di prodotti del comparto Food&Beverage.

Dalla collaborazione, specialmente a livello tecnologico (cessione di know-how, vendita di macchinari, attrezzature, etc…) fra imprese occidentali ed africane passa una delle potenziali chiavi di volta del futuro del Paese ed il Made in Italy, capace di stupire il mondo intero per la qualità dei suoi prodotti e per la capacità di lavorarli può giocare un ruolo di primissimo piano in questo processo.

Altri settori su cui vale la pena tenere accesi i riflettori sono farmaceutico, sanità, turismo e servizi finanziari.

Inoltre in Africa si sta ampliando una classe media (triplicata negli ultimi 30 anni) che oggi conta oltre 350 milioni di persone e che nel 2060 dovrebbe superare il miliardo. Questo sembra essere un aspetto completamente ignorato dalle imprese italiane che non sembrano essere a conoscenza del grande valore del mercato interno africano, nonostante l’ottima reputazione di cui i nostri prodotti godono sul territorio. Nel 2030 la middle-class africana avrà un potere di spesa si circa 2200 miliardi di dollari e molti brand mondiali hanno fiutato le opportunità cominciando ad aprire sedi e fabbriche in loco.

Adesso tocca anche al Belpaese mettersi in moto ma il consiglio da dare alle nostre imprese è, come sempre, quello di studiare, documentarsi e non farsi trascinare da fretta ed approssimazione prima di decidere quale dei 54 mercati scegliere per ampliare i propri orizzonti di business.

La storia inevitabilmente finirà per porre sulle luci della ribalta su “l’ultimo mercato rimasto” come spiegato da Massimo Zaurrini, direttore Responsabile di Africa e Affari ed InfoAfrica. Il tessuto imprenditoriale italiano deve semplicemente decidere se anticipare i tempi o se essere costretto, come troppo spesso accade, a rincorrere.

Sorgente: It’s time for Africa!