Italia-Russia, a salvare l’export sarà la tecnologia

Le news sul mondo dell’export, focus Paesi, mercati esteri, che cosa e dove esportare. Informazioni utili per vendere all’estero.

Giudizi e opinioni positive degli esperti export della nota azienda, leader per i servizi di internazionalizzazione: “dal 2014 si sono aperti nuovi scenari di business circa le innovative tecnologie per l’industria hi-tech, nella ricerca tecnico-scientifica e nell’Ict”.

Saranno l’innovazione e gli strumenti informatici che per il futuro potranno tenere alto il livello dell’export Made in Italy in Russia. Si aprono nuovi scenari di business per le aziende italiane nei settori innovativi dell’industria  della ricerca tecnico-scientifica e dell’information and communication technology.

Il clima di timore e di tensione che ancora tocca l’economia nazionale non frenerà  infatti la domanda della nazione russa di soluzioni di qualità del Bel Paese. Una strategia efficace, anche per il know how italiano, che ha fattocrescere il Pil italiano di circa il 2%, con l’obiettivo di arrivare al 10% entro il 2020.

Sull’andamento dell’export italiano in Russia nel 2015 si tratta di numeri rilevanti e che in tendenza porteranno il saldo del nostro export un 35% in più rispetto il 2009. Tuttavia, in attesa di una distensione religiosa, politica ma anche economica, i margini per investire in Russia sono molto ampi e passano proprio dall’innovazione.
Occorre sfruttare la fase di apertura al mercato italiano a livello industriale e infrastrutturale verso una Russia aperta ai nostri prodotti di alta qualità ed eccellenza in campo hi-tech e software.

Basti pensare che negli ultimi 10 anni sono sorti circa 150 parchi tecnologici e industriali in ben 50 regioni, tutto accompagnato da progetti didattici e universitari verso la direzione scientifica. Tuttavia come afferma il ministro degli Esteri italiano, “La Russia ha bisogno non solo di Made in Italy ma di Made with Italy”. C’è bisogno di un forte connubio tra le due realtà in campo export al fine di rafforzare i rapporti export e far crescere opportunità commerciali floride e durature.

E non a caso anche i cinesi (quasi per ossimoro) apprezzano la tecnologia italiana. Come recita La Stampa “La Cina punta sulla tecnologia e la ricerca Made in Italy e mette a segno un doppio colpo. Il primo, più corposo, è del colosso dei macchinari edilizi Zoomlion, che per 70 milioni di euro,rileva il controllo di una delle più importanti aziende in campo hi-tech. Un investimento che punta ad integrare ed esportare in Estremo Oriente il know how dell’azienda specializzata nella tecnologia per lo smaltimento dei rifiuti. Nelle stesse ore, per 30 milioni, la Khb di Shanghai si compra la un gruppo attivo nel campo dell’immunodiagnostica con sede a Lodi già assodato da anni nel settore di riferimento.

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Etiopia, opportunità in arrivo dal Corno d’Africa

“Le ‪opportunità‬ per le imprese italiane sono enormi, il Paese è stabile e la nostra economia è cresciuta ad un ritmo medio vicino al 10% negli ultimi dieci anni. Oggi però l’Etiopia acquista solo il 2% di prodotti italiani sul totale del proprio import. E’ dunque chiaro a tutti che i margini di miglioramento sono molto ampi, in particolare nel settore della ‪‎meccanica‬, perché il nostro Paese necessita di macchinari di alto livello qualitativo (e l’Italia in questo comparto ha una tradizione consolidata ed indiscutibile) per sviluppare ulteriormente le industrie nazionali”.‬‬‬‬

Questa “dichiarazione d’amore” nei confronti del Made in Italy proviene dalMinistro dell’Industria etiope, Mebrahtu Meles, speaker d’eccezione presente all’evento Country Presentation Ethiopia organizzato presso la sede di ICE-Agenzia di Roma lo scorso 13 maggio.

Gli interventi che si sono susseguiti si possono riassumere in un generale invito al sistema imprenditoriale italiano ad incrementare la propria presenza in Etiopia, nazione capace di passare nell’arco di poco tempo da emblema della povertà ad essere la 12esima nazione con la crescita più rapida a livello globale.

Lo sforzo delle istituzioni e del governo di Addis Abeba sono sotto gli occhi di tutti e le ambizioni per il futuro sono altrettanto importantiperché l’obiettivo dichiarato è quello di trasformare entro il 2025 un Paese con un PIL pro capite pari a 1700 dollari annui in un’economia a medio reddito.

L’impresa non è semplice dal momento che l’Etiopia – a differenza di diversi altri Stati africani – non ha la fortuna di poter contare sulla disponibilità di preziose risorse energetiche ed anche per questa ragione l’economia nazionale è ancora molto dipendente dal settore agricolo.

Il governo di centro-sinistra guidato da Hailè Mariàm Desalegn – solido alleato dei Paesi occidentali – ha recentemente varato un ambizioso piano di sviluppo quinquennale dal nome Growth and Transformation Plan (GTP) 2016-2020 che si concentrerà su:

Sviluppo infrastrutturale e sviluppo del sistema educativo attraverso lo stanziamento di 5 miliardi di dollari; lo sviluppo della rete di trasporti avverrà anche attraverso degli accordi di cooperazione con l’UE (190 milioni di euro) ed a un prestito concesso dalla World Bank (370 milioni di dollari);
Sviluppo dei servizi;
Sviluppo di alcuni settori specifici fra cui tessile, conciario, agricolo ed energetico.

Il commercio estero etiope si basa sulle esportazioni di caffè, oro, semi-oleosi e fiori che costituiscono circa i 2/3 del totale mentre le importazioni sono rappresentate soprattutto da petrolio, gas, materie prime, prodotti intermedi, macchinari, attrezzatture, veicoli industriali, prodotti chimici, medico-farmaceutici e fertilizzanti. L’interscambio commerciale con l’Italia ha superato i 365 milioni di euro nel 2015 ed il Belpaese oggi è il 5° Paese fornitore ed il 9° Paese cliente a livello globale guidando inoltre la classifica delle nazioni fornitrici a livello comunitario.

I prodotti del Made in Italy più richiesti sul territorio etiope sono macchinari (45%) e prodotti dell’automotive (17%) mentre Roma acquista da Addis Abeba soprattutto caffè, semi-oleaginosi e prodotti di colture permanenti.

Le opportunità offerte dal Paese si concentrano in diversi settori:

Tessile: è un settore in forte espansione con un ritmo vicino al 10% annuo ed oggi alcuni brand internazionali (fra questi H&M, Tesco e Primark) hanno già trasferito in Etiopia almeno parte delle loro produzioni attratte dal bassissimo costo della manodopera – pari a 50 dollari al mese – e dalla creazione di nuove aree industriali come le “Industrial Development Zones“;
Conciario: il governo ha vietato l’export di pelli non lavorate e per queste esistono ottime opportunità commerciali per i macchinari italiani specializzati in questo tipo di lavorazione;
Energia: le opportunità in questo settore sono numerosissime dall’eolico al solare, passando per l’idroelettrico ed il geotermico;
Edile: oggi il settore rappresenta quasi il 10% della produzione di ricchezza nazionale ed il governo conta di costruire entro il 2020 almeno 200.000 nuovi condomini;
Agricolo: rimane il settore principale ed il vero e proprio motore dell’economia etiope generando l’80% dei posti di lavoro. Le opportunità riguardano non solo tutte le attività collegate con il miglioramento del processo produttivo (specialmente nel food processing) ma anche il comparto del packaging che oggi è dominato dalla presenza di macchinari di bassa qualità soprattutto cinesi.

Avere la consapevolezza di tutte le chances offerte dal mercato etiope è assolutamente positivo ma ad interrompere l’atmosfera idillica dell’evento ci ha pensato l’intervento di Ivan Scalfarotto – Sottosegretario allo Sviluppo economico – che ha avuto il coraggio di sottolineare anche le criticità ed i punti di debolezza che permangono nel sistema Paese dell’ex-colonia italiana.

“Il governo italiano apprezza molto il positivo sentiero intrapreso dall’Etiopia sia sotto il punto di vista dello sviluppo industriale sia in termini di processo di democratizzazione. Nonostante ciò ci sentiamo in dovere di segnalare la presenza di una serie di elementi – fra cui le difficoltà di accesso al credito, le elevate tariffe doganali, la complessità della burocrazia ed il problema del ritardo dei pagamenti – che continuano ad affliggere il Paese e che scoraggiano alcune imprese italiane ad effettuare investimenti sul territorio etiope. Siamo assolutamente convinti che rimuovendo questi ostacoli si potranno ottenere grossi risultati in poco tempo”.

La sincerità e la schiettezza sono molto importanti nella costruzione di rapporti bilaterali proficui e, da questo punto di vista, le prospettive future per le relazioni Italia-Etiopia sembrano potersi sviluppare su solide fondamenta.

Infine anche Simona Autuori, responsabile dell’ufficio ICE Addis Abeba, contattata da Exportiamo.it ha confermato che “l’Etiopia è un Paese a cui guardare con attenzione e questo le nostre aziende lo hanno capito. Dall’apertura dell’Ufficio nel dicembre 2014 ad oggi abbiamo assistito oltre 400 aziende e più di 300 aziende locali si sono rivolte a noi per la ricerca di fornitori italiani. Abbiamo un fitto programma di attività promozionale, a brevissimo una Missione imprenditoriale organizzata in collaborazione con la CCIAA di Udine, a fine agosto un workshop per il settore costruzioni insieme a Veronafiere e importanti partner locali come l’Associazione nazionale degli Architetti e l’ Associazione nazionale dei costruttori e contractors. Per noi è fondamentale dare alle aziende Italiane gli Strumenti per affrontare il mercato, con Aice come capofila. Ci avvaliamo, inoltre, della collaborazione di uno dei piu’ importanti studi legali internazionali, BonelliErede, per la stesura di guide sulle questioni legali e fiscali. Siamo sempre al fianco delle aziende anche con servizi personalizzati ed i risultati sono più che soddisfacenti”.

Le istituzioni italiane ed etiopi sembrano dunque determinate a fare la loro parte, adesso è compito del tessuto imprenditoriale trasformare questo positivo clima di collaborazione in business.

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Fixit, la crisi spinge Helsinki fuori dall’Unione Europea?

Nel dibattito politico internazionale – ormai da qualche tempo – si è ritagliato uno spazio sempre maggiore il tema della Brexit, l’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ed il verdetto definitivo è sempre più vicino con il popolo britannico convocato alle urne per il prossimo 23 giugno.

A dir la verità la tenuta delle istituzioni comunitarie è stata messa più volte in discussione nel corso degli ultimi mesi e si è asssistito così al proliferare dei vari Grexit, Nexit e appunto Brexit e l’elenco continua ad aggiornarsi oggi con una new entry dal nord: Fixit.

Dietro tutte queste sigle, si nasconde il medesimo scenario, ovvero l’eventuale materializzarsi della fuoriuscita di uno di questi stati membri dall’Unione Europea.

Fixit l’ultimo acronimo ad esser stato coniato si riferisce alla possibilità che i cittadini finlandesi decidano attraverso un referendum – previa autorizzazione parlamentare – se rimanere o meno all’interno dell’Ue.

L’input è stato dato da una petizione firmata da più di 50.000 cittadini, discussa ed esaminata lo scorso 28 aprile dal Parlamento di Helsinki e per avere un responso in tal senso, occorrerà attendere circa quattro settimane.

Quel che va detto è che si tratta di un dibattito preliminare “obbligato” perché la petizione ha superato quota 50.000 firme ma, l’opzione di un’uscita della Finlandia dall’Ue non sembra essere ad oggi quella prevalente né all’interno della classe politica finlandese né tanto meno fra i cittadini.

Fixit appare dunque un’ipotesi improbabile, ma non si può negare come rappresenti l’ennesimo segnale che tradisce uno stato di insofferenza piuttosto diffuso nei confronti delle istituzioni e delle regole comunitarie.

A pagarne il conto è la stessa Europa che si indebolisce ulteriormente in uno dei momenti storici più difficili nell’evoluzione del progetto di unione economico-politica continentale.

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Ma da cosa deriva l’insoddisfazione di parte della popolazione finlandese?

La congiuntura economica negativa degli ultimi anni ha certamente avuto, e continua ad avere un peso nella formazione di forze centrifughe che spingono per un allontanamento del Paese dall’Ue.

La narrazione secondo la quale il ritorno ad una moneta nazionale possa produrre un miglioramento della situazione, affascina diversi strati della popolazione. Detto questo è molto complicato immaginare che uscendo dal progetto europeo la condizione economica del Paese possa improvvisamente volgere in meglio perchè Helsinki si trova in una fase di stagflazione in cui, ad un PIL poco dinamico, si abbina un tasso di inflazione addirittura negativo (-0,2%).

Dopo aver patito un triennio di contrazione economica (2012-2014) in cui il PIL si era ridotto in media dell’1% su base annua, nel 2015 il Paese è cresciuto appena dello 0,4% e oggi a destare più di una preoccupazione è soprattutto il dato occupazionale con il tasso di disoccupazione registrato cresciuto fino al 9,4%, ancora inferiore, ma in pericoloso avvicinamento alla media europea ferma oggi al 9,8%.

La crisi ed il declino economico sono dovuti ad una serie di fattori, primo fra tutti il pesante ridimensionamento subito da Nokia, gioiello nazionale che per anni ha sostenuto l’occupazione e l’innovazione nel Paese. A ciò va aggiunta la recente recessione in cui è piombata Mosca che non ha aiutato visto il ruolo di assoluto rilievo per l’economia finnica, nonostante abbia recentemente perso il primato di primo fornitore di beni della Finlandia, scendendo addirittura al terzo posto a causa di un calo elevato (-31%) rispetto al 2014. A questi fattori si aggiunge la forte perdita di competitività del sistema finlandese causata dall’abbassamento del livello di produttività industriale che, a detta degli esperti, porterà il Paese a registrare una performance pessima anche nel 2016 (superiore, a livello comunitario, solo alla Grecia).

La crisi industriale finlandese non può che avere ripercussioni anche sulcommercio estero che, nel corso del 2015, si è contratto sia in uscita (-4%)che in entrata (-6%). Oggi la Finlandia importa più di quanto esporta ed ha prodotto un disavanzo commerciale di circa 700 milioni di euro nel 2015.

Nonostante il periodo attraversato da Helsinki non sia fra i più rosei bisogna comunque ricordare che la popolazione finlandese gode di un elevato reddito medio pro capite (circa 37.000 euro annui), superiore di quasi il 50% rispetto ai livelli medi a disposizione dei cittadini di altri Paesi europei. Pertanto, gli oltre cinque milioni di abitanti hanno un potere di acquisto tale da potersi permettere di comprare prodotti d’eccellenza “Made in Italy” oltre ad essere sensibili alla qualità soprattutto nei classici comparti di eccellenza delle nostre produzioni (alimentare, vini, moda ed arredo).

Le relazioni economico-commerciali tra Italia e Finlandia sono buone e non presentano particolari criticità e sussitono dunque solidi presupposti affinché il saldo commerciale italiano resti positivo nei rapporti bilaterali con Helsinki e i nostri prodotti conquistino sempre più quote di mercato.
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Da Simest novità sugli strumenti a sostegno dell’internazionalizzazione

L’export e la competitività delle nostre imprese sui mercati esteri, soprattutto negli ultimi anni, rappresentano le leve di maggior successo per la crescita e lo sviluppo del sistema economico italiano.

Uno degli istituti del Sistema Italia che interviene a sostegno del processo di internazionalizzazione delle imprese – insieme a Sace e Agenzia ITA,MISE, MAE, Finest – è SIMEST.
L’attività principale di quest’ultimo istituto, controllata da novembre 2012 da Cassa Depositi e Prestiti, è erogare la liquidità necessaria per far fronte ad una serie di esigenze legate alle imprese che intendono avviare, espandersi o consolidare il loro percorso di crescita sui mercati internazionali.

Il suo intervento si inserisce in un contesto di sviluppo commerciale e produttivo ed i suoi prodotti supportano le imprese in varie fasi:

Ricercare ed individuare il Paese estero e le opportunità di businessattraverso lo Scouting delle opportunità nei Paesi Extra UE per le fasi iniziali.

Effettuare uno studio di prefattibilità, di fattibilità economico/finanziaria o di mercato attraverso un finanziamento a tasso agevolato (attualmente 0,50%) da restituire in 3 anni (di cui 1 di preammortamento). Il finanziamento può coprire fino al 100% dell’importo delle spese ammissibili (viaggi, trasferte, personale interno e consulenze) e può essere concesso, nei limiti del “de minimis”, e nel limite del 12,5% della media dei fatturati degli ultimi 3 esercizi, per un importo comunque non superiore a:

  • euro 100.000,00 per studi collegati ad investimenti commerciali;
  • euro 200.000,00 per studi collegati ad investimenti produttivi.

 

Avviare un programma di assistenza tecnica, sostenere spese relative alla formazione o addestramento del personale estero in loco attraverso un finanziamento a tasso agevolato (attualmente 0,50%) da restituire in 3 anni e 6 mesi (di cui 18 mesi di preammortamento). Il finanziamento può coprire fino al 100% dell’importo delle spese ammissibili (retribuzioni del personale interno, viaggi, trasferte e consulenze esterne) e può essere concesso, nei limiti del “de minimis” e nel limite del 12,5% della media dei fatturati degli ultimi 3 esercizi, per un importo comunque non superiore a euro 300.000,00.

Aprire uno showroom, un punto vendita, un magazzino o una rappresentanza stabile in un Paese Extra UE per lanciare propri prodotti o servizi: attraverso il un finanziamento a tasso agevolato (attualmente 0,50%) da restituire in 6 anni (di cui 2 di preammortamento). Il finanziamento può coprire fino al 85% dell’importo delle spese ammissibili (spese di gestione e funzionamento, spese per attività promozionali ed interventi vari) e può essere concesso, nei limiti del “de minimis” e nel limite del 25% della media dei fatturati degli ultimi 3 esercizi.

Partecipare a Fiera e Mostre su mercati Extra UE: attraverso un finanziamento a tasso agevolato (attualmente 0,50%) da restituire in 4 anni (di cui 2 di preammortamento). Il finanziamento può coprire fino al 85% dell’importo delle spese ammissibili (spese di gestione e funzionamento, spese per attività promozionali ed interventi vari) e può essere concesso, nei limiti del “de minimis” e nel limite del 12,5% della media dei fatturati degli ultimi 3 esercizi, per un importo comunque non superiore a:

  • euro 100.000,00 per PMI o aggregazioni di PMI riconducibili alla stessa proprietà;
  • euro 300.000,00 per aggregazioni di PMI riconducibili alla stessa proprietà.

Rigenerare la solidità patrimoniale delle imprese esportatrici: attraverso un finanziamento a tasso agevolato (attualmente 0,50%) da restituire in 7 anni (di cui 2 di preammortamento) se si rispettano i parametri di soglia o in un’unica soluzione dopo i 2 anni di preammortamento se i parametri non sono rispettati. Il finanziamento massimo concedibile é euro 300.000,00 nel limite del “de minimis” e nel limite del 25% del patrimonio netto dell’impresa richiedente.

Aprire o ampliare una unità produttiva in un Paesi extra UE attraverso l’intervento di Simest (in conto proprio e a valere sul Fondo di Venture Capital) nel capitale sociale dell’impresa estera fino ad un massimo del 49%. In tale operazione l’impresa italiana proponente può ottenere anche un contributo in conto interessi sul finanziamento bancario eventualmente richiesto per sottoscrivere la sua quota nel capitale sociale dell’impresa estera. L’agevolazione copre il 90% della quota di partecipazione italiana al capitale dell’impresa estera fino al 51% del capitale di quest’ultima. La partecipazione di Simest e del Fondo di Venture Capital dovranno essere riacquistate dall’impresa italiana entro 8 anni.

 

Aprire una unità produttiva in paesi UE compresa l’Italia per futuri progetti Extra UE: attraverso il Fondo di Start Up ossia far intervenire Simest nel capitale sociale dell’impresa da costituire o neo costituita (max 18 mesi) fino ad un massimo del 49%. La durata della partecipazione può variare da 2 a 4 anni (fino ad un massimo di 6 anni, qualora lo richieda la specificità del progetto). In questa operazione la Simest partecipa alla distribuzione degli utili.

Sviluppare investimenti produttivi, investire in innovazione e ricerca applicata in Italia o in UE: Simest può acquisire una partecipazione di minoranza (fino ad un massimo del 49%) nel capitale sociale dell’impresa italiana e/o loro controllate nell’UE, inclusa l’Italia. La durata massima della partecipazione è 8 anni.

Tale panoramica non esaustiva ha l’obiettivo di mostrare alcune delle possibilità attivabili sul mercato nazionale per richiedere liquidità ad un costo contenuto, seppur non immune da valutazioni sulla bancabilità delle aziende stesse e da richieste di garanzie bancarie, assicurative o di confidi convenzionati.
Un’importante novità di questi giorni nell’ambito dell’offerta degli strumenti a supporto dell’internazionalizzazione rientra la destinazione da parte di Simest di una quota del Fondo per la Crescita Sostenibile non assistita da garanzie che si affianca al Fondo 394/81 che gestisce direttamente per conto del Ministero dello Sviluppo Economico.

 

Le risorse a disposizione destinate a questa finalità ammontano a 80 milioni di euro e saranno utilizzate per due degli strumenti agevolati elencati in precedenza a disposizione delle imprese:

• i programmi di inserimento sui mercati extra UE finalizzati al lancio e alla diffusione di nuovi prodotti e servizi a marchio italiano;
• la patrimonializzazione delle PMI esportatrici con l’obiettivo di migliorare e salvaguardare la solidità patrimoniale di queste imprese.

A entrambi i finanziamenti si potrà accedere con un’ ulteriore riduzione delle garanzie.

Per la Patrimonializzazione delle PMI esportatrici tutte le richieste possono essere ammesse ai benefici del Fondo per la crescita sostenibile, mentre per i Programmi di inserimento sui mercati extra UE le richieste devono essere finalizzate alla realizzazione del programma in un solo Paese di destinazione attraverso l’apertura di una sola struttura (un solo ufficio, un solo negozio o corner). Per quest’ultimo intervento resta ferma la possibilità di richiedere il finanziamento a valere sul solo Fondo 394/81.

Sorgente: Da Simest novità sugli strumenti a sostegno dell’internazionalizzazione

L’Alleanza del Pacifico è sempre più “green”

L’Alleanza del Pacifico è un accordo commerciale stipulato tra Cile, Colombia, Messico e Perù con l’obiettivo di intensificare la collaborazione economica fra i Paesi membri, sviluppare il 5° mercato più grande su scala globale e ridurre le diseguaglianze promuovendo lo sviluppo, e di conseguenza il miglioramento delle condizioni di vita, di 210 milioni di cittadini con età media inferiore ai 30 anni.

I temi sopracitati sono stati oggetto dell’incontro organizzato da ICE ed ANIE lo scorso 9 maggio a Milano a cui erano presenti i rappresentanti dei quattro Paesi: Danilo Nùnez Izquierdo -Ministerio de Energìa de Chile-,Ricardo Humberto Ramirez Carrero – Subdirector de Energía del UPME- (Colombia), Nelson Mojarro Gonzàlez – Rappresentante in Europa del Ministero dell’Energia in Messico – e Carlos Herrera – Direttore Esecutivo PROINVERSION.

L’ “Alianza del Pacifico” è nata nel 2012 per creare un mercato comune, sul modello dell’Unione Europea e intende dunque favorire la libera circolazione di beni, servizi, capitali e persone.

Anche grazie a questo accordo oggi i Paesi membri risultano essere le quattro economie più dinamiche e sviluppate del Sud America, primato raggiunto attraverso le politiche di liberalizzazione avviate dai rispettivi governi.

I risultati ottenuti dalla nascita dell’Alleanza sono diversi, tra i più importanti ricordiamo:

• l’eliminazione del 90% dei dazi sulle merci (l’orizzonte futuro è di eliminare il restante 10% entro il 2020);

• la creazione del MILA (Mercato Integrato Latino-Americani) ovvero il più grande mercato azionario del continente;

• la libera circolazione delle persone ottenuta grazie all’annullamento degli obblighi di visto;

• l’accresciuto interscambio culturale promosso tanto a livello formativo quanto a livello imprenditoriale con lo scopo di accrescere innovazione, produttività e favorire l’apertura di ambasciate e delegazioni commerciali comuni.

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L’effetto positivo dell’accordo si è generato con il passare degli anni ed hainciso in maniera consistente sul PIL. In effetti le stime per il 2016 parlano di un aumento della ricchezza pari al 3.3% in Perù, 2.8% in Colombia, 2.5% in Messico e in Cile. Sono positive anche le previsioni per il 2017-2018, biennio in cui il PIL dovrebbe crescere rispettivamente del 5% in Perù e con un ritmo superiore al 3% negli altri Paesi membri.

Secondo i dati diffusi dal Fondo monetario internazionale e del WTO, i quattro Stati membri producono il 40% del PIL sudamericano e generano il 60% di tutto l’export dell’area grazie al settore dell’Oil&Gas e al settore minerario (i quattro Paesi sono internazionalmente riconosciuti come leader mondiali nella produzione di oro, argento e smeraldi).

I rappresentanti dei Paesi presenti all’incontro, hanno inoltre focalizzato il loro intervento sulle opportunità di investimento nel settore energetico, in particolare sulle fonti rinnovabili e sulle tecnologie ambientali.

Quello che ne è emerso è che negli ultimi anni si è assistito ad una accelerazione degli investimenti, pubblici e privati, ma anche a numerose riforme ed investimenti da parte dei governi dei Paesi membri.

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In Cile, la domanda di energia rinnovabile raddoppierà entro il 2030 e attraverso il piano “Energia 2050” si arriverà ad un mix energetico che sarà trainato dall’utilizzo di fonti rinnovabili (70%).

In Perù, il governo supportato dalle banche risulta essere molto attivo nel settore fotovoltaico, grazie alle favorevoli condizioni climatiche, e risulta essere lo Stato leader per la produzione di fotovoltaico in America Latina.

Confermando la capacità nell’attrarre investimenti nelle rinnovabili, ilMessico punta invece a triplicare la potenza dell’eolico entro il 2018, investendo diversi miliardi in investimenti in parchi eolici.

Il governo colombiano infine, ha appena approvato un pacchetto di incentivi per le energie rinnovabili, dimostrando un potenziale eccezionale nel settore delle rinnovabili anche in termini di business.

Sorgente: L’Alleanza del Pacifico è sempre più “green”

Cina, il saldo commerciale con l’Italia è di -17,7 miliardi

 

 

 

 

 

 

Ieri il Parlamento europeo è tornato ad esprimersi sullo status dell’economia cinese rifiutandole il riconoscimento di economia di mercato. Questo rifiuto è un comportamento protettivo da parte dell’Europa verso i suoi mercati interni, molto più deboli del gigante orientale: secondo uno studio dell’Epi, in caso di un via libera al Mes (Market economic status) per la Cina i posti a rischio in Italia sarebbero tra i 200mila e i 400mila.

Più nello specifico, come mostrano i dati dell’Istat, il nostro Paese ha verso la Cina uno sbilanciamento commerciale: il saldo commerciale del 2015 si è chiuso in negativo, arrivando a -17,7 miliardi. Importiamo molto di più di quanto riusciamo ad esportare. La maggioranza del nostro import cinese riguarda: i prodotti del tessile-abbigliamento (6,6 miliardi di valore ed una crescita del 7,4% rispetto al 2014), i computer e l’elettronica (4,1 miliardi, +4,8%) e gli apparecchi elettronici (3,3 miliardi, +17,9%).

Sorgente: Cina, il saldo commerciale con l’Italia è di -17,7 miliardi – Info Data Blog

Export PMI: come funziona il nuovo sistema Amazon

 

 

 

 

 

 

Nel 2015 il numero di imprese europee che hanno venduto almeno un prodotto al di fuori dei propri rispettivi confini nazionali è aumentato di oltre il 50% rispetto a quanto non fosse stato riscontrato nel corso dell’anno precedente. Un trend che ha naturalmente suscitato l’attenzione di alcuni grandi operatori commerciali e logistici, pronti a garantire i migliori strumenti di sviluppo, ivi compreso Amazon, leader internazionale dell’e-commerce al dettaglio. Ma come funziona il nuovo sistema paneuropeo della società di Bezos?


Che cosa è il nuovo Programma Paneuropeo di Logistica di Amazon

Il nuovo Programma Paneuropeo di Logistica di Amazon è una nuova iniziativa di logistica che la società ha predisposto per permettere a tutti i venditori italiani ed europei di poter espandere la propria attività nel vecchio Continente, offrendo le proprie competenze logistiche e il proprio servizio clienti, disponibile nella lingua locale del cliente. I prodotti venduti attraverso il nuovo Programma Paneuropeo di Logistica di Amazon verranno inoltre ricompresi nel marketplace dell’azienda, rendendosi automaticamente disponibili a milioni di potenziali clienti. Ne consegue che, la PMI che si rivolgerà al programma, potrà beneficiare di una ricca serie di benefit in grado di rendere più semplice, efficiente ed economica la gestione delle spedizioni.


Come partecipare al Programma Paneuropeo di Logistica di Amazon

Il primo step per poter partecipare al Programma di Amazon è quello di creare un account da venditore europeo, attraverso il quale creare e gestire le offerte su cinque marketplace (Amazon.co.uk, Amazon.fr, Amazon.de, Amazon.it e Amazon.es). Successivamente, al venditore sarà richiesto di confermare quali sono i prodotti idonei al programma paneuropeo e, inoltre, creare gli ASIN per i propri prodotti, qualora non fossero già presenti nel catalogo Amazon.

Ulteriormente, sarà necessario abilitare il Programma Paneuropeo di Logistica di Amazon nelle proprie impostazioni di Logistica di Amazon del Seller Central e, quindi, creare le offerte di logistica di Amazon con lo stesso FNSKU in tutti i marketplace europei di Amazon. Il Fulfillment Network SKU, denominato FNSKU, è il codice identificativo che Amazon utilizza per identificare un prodotto unico, inviato a un centro logistico Amazon, e il venditore a esso associato. Il venditore dovrà quindi creare un’offerta di Logistica di Amazon attiva per ogni FNSKU in ciascuno dei cinque marketplace europei di Amazon, dallo stesso pool di inventario, con lo stesso identico tipo di etichettatura.

Infine, il venditore dovrà registrare un ASIN idoneo al Programma di logistica Amazon e spedire gli ASIN al centro logistico europeo del Paese prescelto. Gli ASIN verranno qui stoccati nei centri logistici europei senza costi aggiuntivi.


Le dichiarazioni dell’azienda

Aiuteremo i venditori a raggiungere in maniera più efficiente i clienti in Europa e allo stesso tempo permetteremo ai clienti finali di beneficiare di spedizioni più veloci con costi minori. Raggiungere più facilmente milioni di nuovi clienti, offre alle Pmi l’opportunità di incrementare le proprie esportazioni e far crescere con successo la loro attività all’estero” – ha dichiarato Francois Saugier, EU seller services director della compagnia.

Sorgente: Export PMI: come funziona il nuovo sistema Amazon

Il nuovo codice della UE: le dichiarazioni di origine preferenziale a lungo termine

 

 

Il concetto di origine preferenziale

E’ uno strumento che consente ai prodotti importati e/o esportati da o verso alcuni Paesi e che soddisfano precisi requisiti la concessione di benefici daziari.

Tali benefici riguardano la concessione di un “trattamento preferenziale”, ovvero la riduzione dei dazi o la loro esenzione.

Alla base vi è generalmente un accordo tra due o più Paesi, attraverso il quale per lo scambio di determinati prodotti riconosciuti come originari di uno dei Paesi contraenti, viene riservato appunto un “trattamento preferenziale”.
Ciò significa ad esempio che la concessione di benefici daziari da parte dell’U.E. a determinati Paesi è reciprocamente riconosciuta, all’atto dell’importazione a destino, a merci esportate dalla UE nei Paesi extracomunitari firmatari degli accordi di origine preferenziale.

Articolo 64 Regolamento 952/2013

Per le merci che beneficiano di misure preferenziali, contenute in accordi che l’Unione ha concluso con alcuni paesi o territori non facenti parte del suo territorio doganale o con gruppi di tali paesi o territori, le norme sull’origine preferenziale sono stabilite da tali accordi.

Le regole di origine preferenziale

In linea di massima le regole di origine preferenziale possono cambiare in funzione del prodotto oggetto dell’esportazione (quindi della sua voce doganale) e del Paese di destino. Al fine di poter conferire l’origine preferenziale ad un merce è necessario che questa subisca una lavorazione sufficiente (regole di trasformazione indicate negli allegati II dei singoli protocolli di origine firmati dalla UE con i vari Paesi extracomunitari)

L’esportatore e la dichiarazione in dogana

L’azienda esportatrice, una volta stabilito se il prodotto oggetto della vendita all’estero soddisfa le condizioni per essere definito preferenziale, richiede il rilascio del certificato Eur1 o appone la dichiarazione di origine preferenziale su fattura (che risulta essere libera se l’importo della spedizione è inferiore a 6.000 oppure deve essere autorizzata dalla dogana se l’importo della spedizione risultasse superiore)

Il necessario coinvolgimento del fornitore

Quando l’esportatore non risulta essere il produttore dei beni (merci di pura commercializzazione) deve necessariamente richiedere al proprio fornitore un’apposita dichiarazione scritta nella quale il fornitore attesti (o meno) se le merci rispondo alle regole per poter essere definite preferenziali se esportati verso il Paese di destino.
Anche nel caso in cui l’esportatore sia il produttore dovrà richiedere al fornitore apposita dichiarazione al fine di poter valutare se la trasformazione apportata alle materie prime (o semilavorati) acquistati  è stata sufficiente o meno  al conferimento dell’origine preferenziale.

Articolo 61 Reg. 2447/2105: Dichiarazione del fornitore (fornitura per fornitura)

Nel fornire all’esportatore o all’operatore le informazioni necessarie per determinare il carattere originario delle merci ai fini delle disposizioni relative agli scambi preferenziali tra l’Unione e alcuni paesi o territori (carattere originario preferenziale), il fornitore si serve di una dichiarazione del proprio fornitore. 
Per ciascuna spedizione di merci è redatta una dichiarazione del fornitore distinta, tranne nei casi previsti all’articolo 62del presente regolamento (dichiarazioni al lungo termine)
La dichiarazione è contenuta nella fattura commerciale relativa a detta spedizione oppure in un bollettino di consegna o in un qualsiasi altro documento commerciale che descriva le merci in questione in modo sufficientemente particolareggiato per consentirne l’identificazione.
La dichiarazione può essere fornita in qualsiasi momento, anche dopo la consegna delle merci.

Articolo 62 Reg. 2447/2015: Le dichiarazioni a lungo termine

Quando un fornitore invia regolarmente spedizioni di merci a un esportatore o a un operatore e si prevede che il carattere originario delle merci di tutte queste spedizioni sia lo stesso, il fornitore può presentare un’unica dichiarazione a copertura di invii successivi di tali merci (dichiarazione a lungo termine del fornitore).

La dichiarazione a lungo termine del fornitore può essere valida per un periodo massimo di due anni a decorrere dalla data della compilazione.
La dichiarazione a lungo termine del fornitore può essere redatta con effetto retroattivo per merci consegnate prima della compilazione. Tale dichiarazione a lungo termine del fornitore può essere valida per un periodo massimo di un anno prima della data della compilazione. Il periodo di validità scade alla data in cui la dichiarazione a lungo termine del fornitore è stata compilata.

Il fornitore informa immediatamente l’esportatore o l’operatore interessato qualora la dichiarazione a lungo termine del fornitore non sia valida in relazione ad alcune o a tutte le spedizioni di merci fornite e da fornire.

Articolo 64 Reg. 2447/2015

Per i prodotti che hanno ottenuto il carattere originario preferenziale, la dichiarazione del fornitore è compilata conformemente all’allegato 22-15.

Tuttavia, le dichiarazioni a lungo termine del fornitore per tali prodotti sono compilate conformemente all’allegato 22-16. 

Per i prodotti che sono stati sottoposti a lavorazione o trasformazione nell’Unione senza ottenere il carattere originario preferenziale, la dichiarazione del fornitore è compilata conformemente all’allegato 22-17. Tuttavia, le dichiarazioni a lungo termine del fornitore per tali prodotti sono compilate conformemente all’allegato 22-18.

Si segnala che il precedente Reg. 1207/2001 (e successive modifiche), che aveva a suo tempo previsto il modulo di dichiarazione di fornitori, deve intendersi a tutti gli effetti incorporato nel nuovo Codice Unionale per cui i format per tutti le dichiarazioni sono quelli previsti dal Reg. 2447/2015

La dichiarazione del fornitore reca una firma manoscritta del fornitore.

Tuttavia, se la dichiarazione del fornitore e la fattura sono redatte con mezzi elettronici, esse:

  • possono essere autenticate elettronicamente
  • oppure il fornitore può fornire all’esportatore o all’operatore un impegno scritto in cui assume la piena responsabilità per ogni dichiarazione del fornitore che lo identifichi come se questa recasse effettivamente la sua firma manoscritta.

Documenti che  non costituiscono prova dell’origine preferenziale

Per concludere la nostra trattazione ci permettiamo di rammentare agli operatori che non costituiscono prova del carattere preferenziale le seguenti casistiche:

Le fatture di acquisto recanti indicazioni generiche:

  • Merce di origine italiana/UE
  • Merce “Made in Italy”
  • Goods of Italian Origin
  • Certificati di origine non preferenziale
  • Merce di origine preferenziale della UE
  • Dichiarazioni da parte del fornitore non conformi al Reg. 2447/2015
  • Attestazioni di origine preferenziale relativi ad accordi differenti.

Sorgente: Il nuovo codice della UE: le dichiarazioni di origine preferenziale a lungo termine

Tunisia – incentivi e settori chiave per investimenti imprese italiane

Tunisia - Photo credit: Cernavoda via Foter.com / CC BY-SA

 

In occasione della missione imprenditoriale organizzata a Tunisi daConfindustria, ICE-Agenzia e ABI, con il patrocinio del Ministero dello Sviluppo Economico e del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, si apre oggi il business forum Italia-Tunisia, dedicato alle relazioni politico-economiche tra i due Paesi e alle opportunità di collaborazione e di investimento offerte dal mercato tunisino per le aziende italiane, soprattutto nei settori agricoltura, infrastrutture e costruzioni, energie rinnovabili.

Incentivi e agevolazioni per investimenti esteri in Tunisia

Secondo i dati diffusi da SACE in occasione della missione di questi giorni, sebbene nel 2015 il flusso degli investimenti diretti esteri (IDE) sia calato a causa delle incertezze politiche del Paese, si prevede “un leggero miglioramento nel prossimo biennio, subordinato al mantenimento della relativa stabilità istituzionale”.

Un elemento che può contribuire a rendere il Paese attraente per l’investitore estero è la presenza di zone di sviluppo regionale. La zona di sviluppo regionale è un’area in cui le imprese ricevono incentivi per gli investimenti realizzati nei settori dell’industria, dell’artigianato e per alcune attività di servizio.

Gli incentivi, spiega l’API, Agenzia per la promozione dell’Industria e dell’Innovazione in Tunisia, possono essere di natura fiscale o finanziaria.

Incentivi fiscali

  • esonero dell’imposta sulle società e dell’imposta sul reddito delle persone fisiche durante i primi dieci anni e abbattimento del 50% di tali redditi o benefici nel corso dei dieci anni successivi,
  • deduzione totale dei redditi o benefici reinvestiti nella sottoscrizione del capitale iniziale o al suo aumento,
  • esonero del contributo al FOPROLOS (Fondi di Promozione di Alloggio per i Salariati) durante i primi cinque anni di esercizio.

 

Incentivi finanziari

  • premio d’investimento dell‘8% dell’investimento globale, fondo di avviamento incluso, con un tetto massimo di 500mila dinari tunisini, pari a oltre 217mila euro,
  • incentivo del 15% dell’investimento globale, fino ad un massimo di un milione di dinari tunisini, pari a circa 435mila euro.

Gli incentivi per alcune zone di sviluppo regionale, considerate prioritarie, sono ancora maggiori:

  • premio d’investimento del 25% dell’investimento globale, fondo di avviamento incluso, con un tetto massimo di 1,5 milioni di DT (per i nuovi imprenditori, il premio è elevato al 30%, con un tetto massimo di 2 milioni di DT),
  • premio a titolo della partecipazione dello Stato alle spese d’infrastruttura, pari all’85% dei fondi stanziati dall’impresa,
  • presa in carico dei contributi salariali dovuti dal datore di lavoro alla previdenza sociale per i primi dieci anni a partire dalla data di inizio effettiva dell’attività,
  • nell’ambito dei servizi legati alla cultura, incentivo dell’8% del costo del progetto, escluso il costo del terreno, per la creazione di società teatrali,
  • per i servizi ricreativi e il tempo libero (parchi di divertimento per la famiglia ed i bambini, residence e camping, parchi di divertimento) incentivo del 15% del costo del progetto, escluso il costo del terreno.

Iran – imprese italiane alla ricerca di opportunita’ di business

Italia-Tunisia: interscambio e presenza di imprese

Nel 2015, secondo i dati diffusi da SACE, le esportazioni italiane hanno superato i 3 miliardi di euro, pur riducendosi del 7,8% rispetto al 2014. Isettori principali dell’export italiano sono stati:

  • moda (19%),
  • prodotti della raffinazione (16%),
  • prodotti siderurgici (15%)
  • meccanica strumentale (11%).

Sempre nel 2015 le importazioni dalla Tunisia sono aumentate del 4,4%, soprattutto in prodotti tessili e alimentari.

L’Italia è tra i principali investitori stranieri in Tunisia, insieme a Francia, Germania e Gran Bretagna. Nel Paese sono presenti circa 750 imprese italiane, attive soprattutto nel settore tessile e dell’abbigliamento. Sono inoltre presenti gruppi industriali italiani dei settori energetico, del trasporto, della metallurgia e delle costruzioni.

Sorgente: Tunisia – incentivi e settori chiave per investimenti imprese italiane – FASI.biz

Export italiano verso nuovi mercati. I prodotti belli e ben fatti raggiungeranno i 15 miliardi nel 2021

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Secondo uno studio effettuato dal Centro Studi Confindustria e da Prometeia, nei prossimi 6 anni il made in Italy del “bello e ben fatto” (bbf, che comprende alimentari, arredo, moda e accessori di fascia alta) aumenterà del 43% nei 30 principali nuovi mercati emergenti. Più precisamente: gli Emirati Arabi offriranno il maggior contributo alla crescita (passando dai 2 ai quasi 3 miliardi), seguiti dalla Russia, che toccherà i 2,6 miliardi, e dalla Cina che sfiorerà i 2,5 miliardi.

Nel 2021 tutti e 30 questi Paesi assorbiranno il 23% dell’export italiano (pari al 20% nel 2015) raggiungendo così i 15 miliardi (4,5 miliardi in più rispetto ai livelli del 2015). I settori coinvolti saranno soprattutto: l’abbigliamento (che raggiungerà i 3,5 miliardi), l’arredamento (3,3 miliardi) e l’alimentare (2,8 miliardi).

Sorgente: Export italiano verso nuovi mercati. I prodotti belli e ben fatti raggiungeranno i 15 miliardi nel 2021