Lo smobilizzo pro-soluto: il forfaiting

Alle aziende che esportano macchinari, impianti, tecnologia o che eseguono commesse chiavi in mano, viene spesso richiesto di concedere credito ai loro committenti, per periodi che vanno oltre il normale termine commerciale di pagamento.

Spesso la concessione di termini di pagamento, più diluiti nel tempo, può determinare il buon fine di un affare, poiché permette al compratore di autofinanziare i propri pagamenti.

L’esportatore però raramente è in grado di mantenere in portafoglio i crediti che derivano da vendite a medio-lungo termine e preferisce individuare una controparte finanziaria che sia disponibile ad acquisire detti crediti contro pagamento del loro valore attuale.

Le operazioni che l’azienda esportatrice ha a disposizione per trasformare un credito a medio-lungo termine in un introito di cassa a vista, non intendendo o non potendo ricorrere all’auto-finanziamento o ai finanziamenti bancari, sono: lo sconto pro-soluto o forfaiting; il factoring e il credito acquirente.

Lo sconto pro-soluto o forfaiting, è un acquisto senza rivalsa di cambiali tratte o pagherò, espresse nelle principali divise internazionali con scadenze da 6 mesi a 7/8 anni, avallati (o garantiti) da banche o istituti finanziari garantiti, scontate a tasso fisso o variabile.

È possibile applicare tale tecnica anche ai crediti con dilazione da 3 a 24 mesi (considerato quest’ultimo, il limite del credito a breve), ed estendere tale operatività non solo a titoli di credito quali sono gli effetti, ma anche ad impegni di banca, derivanti da corretti utilizzi di crediti documentari con pagamenti differiti

La tavola 1 intende mettere in evidenza le situazioni in cui si può ricorrere alla tecnica del forfaiting. Nel primo caso l’operatore potrà richiedere al proprio istituto di scontare pro-soluto l’impegno di pagamento differito:

• emesso dallo stesso, in presenza di credito confermato;
• emesso da altro istituto bancario italiano (per crediti notificati e confermati da istituti bancari con i quali non si hanno rapporti);
• emessi da banche estere, per crediti avvisati e non confermati da banche italiane.

Si osserva che lo sconto di impegni differiti delle banche a fronte di crediti documentari, permette agli operatori di rientrare da anticipazioni, a suo tempo ottenute e/o ottenere liquidità, evitando di ricorrere ad ulteriori anticipazioni.

Qualora gli istituti bancari avessero già addebitato le commissioni per pagamento differito, il tasso di sconto per il calcolo del valore attuale, dovrebbe essere quanto mai contenuto poiché nel primo caso la banca anticipa il pagamento di un debito proprio, nel secondo, quello di altre banche.

Nei casi in cui avviene uno sconto pro-soluto di effetti (o forfaiting without recourse cioè senza diritto di rivalsa), l’esportatore potrà godere di tutta una serie di vantaggi:

incasso a vista del valore attuale degli effetti, a pochi giorni dalla cessione dei titoli di cui si entra in possesso;

facilita i prefinanziamenti bancari ed elimina costi assicurativi del credito;

trasferimento di tutti i rischi insiti nei titoli ceduti, dal rischio di cambio (se il credito è espresso in valuta out), al rischio di tasso, al rischio paese, al rischio di mancato pagamento;

aumento della liquidità e/o abbassamento dell’indebitamento;

eliminazione del costo amministrativo generato dalla buona gestione dei titoli in portafoglio, incluse tutte le poste di bilancio cui i crediti aziendali danno luogo;

costi fiscali ridotti (bollatura ridotta per il medio-lungo termine);

possibilità di ottenere il contributo Simest.

I titoli, oggetto del forfaiting devono essere:

redatti su moduli internazionali, firmati dal debitore e senza alcuna limitazione alla loro trasferibilità;

avallati dalla banca estera o accompagnati da originale della garanziaemessa dalla banca estera;

girati “without recourse”;

accompagnati da attestazione della banca italiana ed estera con autentica delle firme sia del debitore che dell’avallo (o garanzia) della banca estera.

I tassi tengono conto del costo base (tassi correnti della divisa in cui è espresso il titolo) e dei costi addizionali (rischio politico, commerciale e possibile fluttuazione dei tassi nel periodo considerato) e variano in funzione della divisa in cui sono espressi i titoli, del debitore e dell’avallante e della disponibilità e durata dei titoli.

Il commitment, l’andling fee e il costo dello sconto sono in genere sostenuti dal fornitore; il costo dell’avallo o della garanzia sono solitamente a carico dell’importatore.

L’esportatore prima di proporre alla propria clientela un regolamento a medio/lungo periodo deve sapere:

Se potrà smobilizzare i titoli, e di conseguenza individuare un forfaiter ed ottenerne un impegno. In genere le banche italiane non assumono la veste di forfaiter in via diretta, ma quella di consulente che individua il forfaiterdisponibile allo sconto. È anche il caso di osservare che le aziende spesso si rivolgono direttamente ai forfaiters con il quale hanno in precedenza concluso altre operazioni similari. In tale caso è opportuno che la loro validità (nel tempo o per le cifre oggetto della transazione) sia opportunamente verificata. È altresì il caso di osservare che l’esportatore che per mettere in concorrenza l’eventuale contro- parte, si rivolge contemporaneamente o in successione a più soggetti (banche e forfaiters), fa conoscere l’operazione sul mercato e ne alza i costi.

Quale potrà essere il tasso di interesse applicabile in contratto per la parte di regolamento differito. Questo punto riveste una grande importanza se ci si avvale all’intervento Simest che richiede l’osservanza delle regole del “Consensus” (accordo tra paesi industrializzati per regolare l’intervento dei rispettivi governi negli interventi finanziari a favore delle rispettive esportazioni).

In breve, tali regole sono:

• Il regolamento del contratto deve prevedere un pagamento anticipatopari ad almeno il 15% del valore fornitura;

Il tasso applicato in contratto deve essere almeno pari a quello previsto dall’accordo di “Consensus” in sede Ocse (tassi Cirr: Commercial Interest Rate of Reference) che rivede mensilmente i tassi minimi applicabili per i contratti conclusi nel periodo: la scadenza degli effetti deve essere almeno semestrale (o maggiore); il primo effetto deve scadere entro i 6 mesi dalla data di spedizione, o in presenza di collaudo, a 6 mesi dal collaudo. L’intervento di Simest sarà pari, nei limiti di un margine percentuale massimo tra tassi Cirr e tassi di mercato riferiti a ciascun paese, peroperazioni agevolabili, al delta esistente tra i tassi di sconto e il tasso del contratto, tenuto conto del risparmiato costo assicurativo del credito (minimum premium benchmark, che resta a carico dell’esportatore), una volta allineati il tasso di sconto ed il tasso del contratto (tasso di interesse);

Quali saranno i costi complessivi dell’operazione e se potrà attivare il contributo Simest. Conoscere i costi e l’eventuale contributo è determinante per fissare il valore della commessa e quindi ottenere un valore attuale pari o vicino all’importo che si desidera incassare. Sia iforfaiters, sia le banche sono in grado di fornire proiezioni di costi e ricavi.

Il valore delle operazioni gradite dal mercato sono per titoli il cui valore oscilli almeno tra i 50.000 e i 100.000 euro, poiché ciascun effetto determina dei costi amministrativi di gestione ed incasso. Può accadere che l’intermediazione del proprio istituto bancario possa permettere la negoziazione di titoli d’importo inferiore; sia le banche che i forfaiters sono in grado di fornire assistenza per l’attivazione e la gestione della pratica Simest.

Abbiamo visto che lo sconto pro-soluto è possibile in presenza di un impegno bancario.

Offrendo uno strumento presente da tempo nei mercati esteri, Sace sta innovando il mercato italiano ponendo una propria garanzia su un credito “corporate” – cioè non assistito da impegno bancario – per un importo non superiore al 95% del valore della fornitura.

La novità sta nel fatto che la relativa polizza ha la caratteristica di esseretrasferibile e quindi di essere volturabile a favore di un istituto bancario/finanziario.

La volturabilità porta alla possibilità di individuare un istituto bancario disponibile a scontare pro-soluto l’intera fornitura o la parte coperta da polizza Sace. Le fasi di tale operatività sono le seguenti:

• L’esportatore è in grado di presentare a Sace un importatore che presenti caratteristiche di bilancio accettabili per l’istituto;

• Sottoscrizione di un contratto che preveda le clausole ritenute essenziali da Sace (titoli internazionali, accettazione da parte del paese del debitore della convenzione di New York; accettazione della fornitura; clausola arbitrale);

• Emissione della polizza da parte di Sace;

• Dichiarazione della banca scontante che intende subentrare all’esportatore in qualità di neo-assicurato e che di conseguenza si assume gli obblighi e gli oneri derivanti dalla voltura della polizza, e che si fa carico anche di eventuali inadempienze. Svolgono azione di consulenza in merito, ovviamente le banche, consulenti professionisti e società finanziarie (forfaiters).

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60 anni fa nasceva il Container

Buon compleanno, container: la scatola che ha cambiato il mondo del trasporto internazionale, non solo marittimo, compie 60 anni. Era infatti l’aprile del 1956 quando l’imprenditore americanoMalcom McLean, caricò a bordo della petroliera “Ideal-X”, ormeggiata a Newark, in New Jersey, 58 cassoni di autocarro contenenti merci di vario tipo. La nave si staccò dalla banchina il 26 aprile (ma secondo alcuni uscì dal bacino portuale solo dopo la mezzanotte del 27) e fu l’inizio di una svolta epocale che avrebbe radicalmente cambiato il modo di effettuare spedizioni da una parte all’altra del globo.

Container

 

 

 

 

 

Merito di un oggetto sicuramente poco affascinate, tenuto insieme da saldature e bulloni, ma sul quale oggi ruota l’intera catena logistica mondiale e che è stato capace di affermarsi, nel corso degli anni, come contenitore ideale per prodotti di ogni tipo. In Italia fu il gruppo Grendi, per primo, a credere nell’utilizzo del container moderno quando, nel 1967, sfruttò un traghetto, il “Vento di Levante”, per il trasporto merci dal porto di Genova a quello di Cagliari. La base di partenza era Calata Bengasi, dove si trova oggi il terminal gestito dal gruppo Messina.

«Siamo stati i primi – ricorda Bruno Musso, presidente di Grendi – a portare il container negli scali italiani. Anche se la nave che attrezzammo inizialmente poteva trasportare appena 31 scatole di alluminio a viaggio. Ma fu una svolta epocale, che nonostante l’intuizione non fu compresa immediatamente dall’ambiente marittimo, specialmente dai lavoratori portuali, che temevano ripercussioni negative sul loro lavoro quotidiano». Quella introdotta dal container fu, nel panorama della logistica, anche una rivoluzione economica visto che, con l’affermarsi dei contenitori, si abbassò notevolmente il costo di trasporto delle merci. Prima degli anni ‘60 le spese delle spedizioni dagli Stati Uniti all’Europa ammontavano a circa il 12% delle esportazioni e al 10% delle importazioni. Una delle maggiori voci di costo consisteva, nel porto di partenza, nello spostare da terra su nave la merce e poi, una volta raggiunto lo scalo di arrivo, movimentare gli stessi prodotti su camion o su treno.

A Genova, nel principale porto italiano, la prima gru per la movimentazione dei contenitori fu installata nel 1968 nella zona di Ponte Libia. Spetta invece alla Spezia il primato tra gli scali nazionali, per aver avuto, nel 1972, un terminal interamente dedicato ai container, nella stessa superficie dove adesso sorgono le banchine gestite dal gruppo Contship. «Anche in questo caso – aggiunge Musso – è stato Grendi ad avere prima di altri questa idea, dopo che decidemmo di lasciare il capoluogo ligure. Di lì a poche settimane ci seguì anche la famiglia Ravano. Fu un’intuizione azzeccata». Oggi, a distanza di 60 anni dalla nascita dei container, sono i porti asiatici a fare la parte del leone: Shanghai è lo scalo più trafficato con 36,5 milioni di teu movimentati ogni anno, mentre Singapore è secondo con 30,9 milioni di teu. Nella top 100 mondiale, Genova è il primo porto italiano di destinazione finale, al 71esimo posto, seguito dallo scalo spezzino, 98esimo .

Industry 4.0, al via piano da 50 miliardi di euro entro il 2020

La Commissione europea ha presentato ieri un pacchetto di misure per sostenere e collegare le iniziative nazionali per la digitalizzazione dell’industria e dei servizi connessi in tutti i settori e per stimolare gli investimenti attraverso reti e partenariati strategici. Ha proposto inoltre misure concrete per accelerare lo sviluppo di norme tecniche comuni nei settori prioritari, quali le reti di comunicazione 5G o la cibersicurezza, e modernizzare i servizi pubblici. Nell’ambito dei piani odierni, la Commissione creerà un cloud europeo che, come primo obiettivo, fornirà a 1,7 milioni di ricercatori e 70 milioni di professionisti della scienza e della tecnologia europei un ambiente virtuale per l’archiviazione, la gestione, l’analisi e il riutilizzo di grandi volumi di dati della ricerca Qui il comunicato stampa.

Qui il Q&A relativo al pacchetto, dove si spiega chi fa cosa. Sotto la mappa dei soggetti interessati. Per ingrandire basta cliccare.

 

Sorgente: Industry 4.0, al via piano da 50 miliardi di euro entro il 2020. Ecco quello che sappiamo – ilSole24ORE

Pakistan, la middle class alla ricerca del Made in Italy

Con poco meno di 200 milioni di abitanti, il Pakistan rappresenta un enorme potenziale mercato per le nostre aziende che non può essere assolutamente trascurato: è questo il messaggio lanciato dal “Pakistan Trade & Investment Forum” tenutosi presso la Sala Conferenze Internazionali del Ministero degli Affari Esteri lo scorso 5 aprile a Roma.

Ad aprire i lavori con il suo contributo, il Ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni ha voluto sottolineare come:

“La nostra ‪business‬ ‪community‬ debba guardare con grande interesse al Pakistan perché esso vanta la quinta più ampia ‪‎classe‬ ‪media‬ a livello globale a cui il sistema italiano può fornire beni e know-how in grande quantità”.‬‬‬‬‬‬‬‬

La cornice in cui i rapporti Italia-Pakistan si sono sviluppati negli ultimi anni è quella di una amichevole collaborazione anche perché i due Paesi – oltre ai legittimi interessi economici – si trovano a condividere l’interesse comune della lotta e del contrasto al terrorismo e già nel 2013 è stato ratificato il Memorandum d’intesa sulla Cooperazione nel settore della difesa tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo della Repubblica islamica del Pakistan.

Il Pakistan, oltre ad essere di per sé un mercato dalle potenzialità assai interessanti – nel quale si stima esista oggi una classe media di circa 60 milioni – ha altre caratteristiche vantaggiose trovandosi innanzitutto in una posizione strategica tale da poter facilmente diventare un hub a livello regionale da sfruttare per raggiungere mercati asiatici altrettanto importanti quali India, Cina ed Iran, anche grazie alla buona rete infrastrutturale sulla quale Islamabad può contare.

A livello di business l’ampia disponibilità della manodopera locale ed il basso costo del lavoro – 4.900 dollari è lo stipendio annuale pro-capite –sono certamente fattori che possono incentivare gli investimenti esterispecialmente se connessi con l’attuale regime di libero scambio vigente e la protezione dell’investimento (assicurata dal Foreign Private Investment & Protection Act 1976).

Se vuole aumentare il ritmo del proprio sviluppo, oggi il Pakistan ha bisogno di nuove tecnologie praticamente in ogni settore e la buona notizia per l’Italia è che si riscontra un diffuso apprezzamento nei confronti dei prodotti del “Made in Italy” (di cui i macchinari sono il fiore all’occhiello), considerati prodotti di grande qualità dall’imprenditoria locale, sia per quanto riguarda le prestazioni che per l’affidabilità.

Il Pakistan permette inoltre all’investitore straniero di detenere il 100% del capitale sociale e trasferire illimitatamente in patria gli utili aziendali.

In Italia è presente la seconda comunità pakistana in Europa (circa 100.000 pakistani residenti in Italia), seconda solo a quella presente in Gran Bretagna.

Al momento si sta lavorando sodo per consolidare i rapporti con le diverse associazioni d’impresa operanti sul territorio pakistano al fine di promuovere il commercio con il nostro Paese approfittando anche del desiderio di buona parte del tessuto imprenditoriale pakistano residente in Italia di reinvestire i propri guadagni nel paese natale.

L’economia di Islamabad sembra andare in controtendenza rispetto al trend internazionale che proprio nei giorni scorsi è stato definito dal capo economista del FMI, Maurice Obstfeld, “procedere ad un ritmo deludente” tanto che le stime di crescita del PIL globale sono state limate al ribasso per l’ennesima volta.

Il Paese in effetti è cresciuto del 4% nell’ultimo triennio e le stime per il 2016 prevedono un’accelerazione tale da far sfiorare al Paese quota 5%specialmente grazie ad un maggiore contributo di quell’economia dei servizi, resa sempre più efficiente da capitale umano qualificato ed istruito il cui destino avrà un ruolo essenziale nel futuro economico e nello sviluppo sociale del Paese.

Una problematica molto seria è rappresentata dall’andamento del tasso di inflazione che però si è quasi dimezzato negli ultimi mesi – passando dall’8,6% al 4,5% – grazie all’impegno della State Bank of Pakistan (SBP) che ha abbassato il tasso d’interesse di dieci punti base, implementando una serie di importanti riforme economiche.

Tra i settori maggiormente interessanti per gli investitori italiani ci sono le infrastrutture, l’agroalimentare, le macchine e le tecnologie per la lavorazione del marmo.

E’ questo momento per investire in Pakistan perché sarà un dei migliori mercati dei prossimi 20 anni“, ha dichiarato il Presidente del Board of Investment del Pakistan, Miftah Ismail, invitando le PMI del Belpaese a “venire e vedere con i loro occhi“.

Grandi opportunità si ravvisano anche in altri settori quali:

• Farmaceutico, con una crescita media negli ultimi anni del 15% e concrete possibilità di collaborazione industriale su licenza con imprese locali;

• Energia, grazie ai cospicui giacimenti di gas presenti nel Paese che rappresentano una risorsa dirimente per lo sviluppo pakistano e va segnalato come la nostra ENI è già molto attiva sul territorio sia nel campo dell’esplorazione che della produzione. Grandi potenzialità sono riscontrate anche nel settore delle energie alternative.

• Tessile, potendo offrire condizioni ideali per la produzione, come dimostra la stessa volontà delle autorità locali di costruire zone economiche speciali destinate alle lavorazioni tessili.

Sorgente: Pakistan, la middle class alla ricerca del Made in Italy

India: presentata la nuova finanziaria per consolidare la crescita

 

 

 

 

 

 

Arun Jaitley, Ministro delle Finanze Indiano, ha presentato nello scorso mese di febbraio il Budget (strumento programmatico del Governo indiano equivalente della nostra Finanziaria) per l’anno finanziario 2016/17, definendo le nuove ed importanti misure che saranno implementate.

L’India si configura oggi come la più importante destinazione nel quadrante asiatico, in termini di volumi e potenzialità di crescita, e come una delle piattaforme ideali in cui investire: dopo aver attraversato un periodo di decelerazione del proprio sviluppo economico, il Subcontinente è tornato a crescere a tassi elevati, grazie all’attuazione di una serie di riforme che sono state in grado di suscitare nuovamente l’interesse e la fiducia degli investitori internazionali. Dopo aver sperimentato una crescita del 7.6% nel 2015-2016, per l’attuale anno fiscale si prevede una cifra che oscilla tra il +7.6% e il +7.8; le stime indicano per gli anni a venire tassi di crescita che dovrebbero attestarsi attorno all’8%. Si tratta di statistiche di particolare rilievo, soprattutto in un contesto come quello attuale in cui il rallentamento della Cina e le tensioni geopolitiche globali stanno provocando serie ripercussioni.

New Delhi dunque intende approfittarne e consolidare il proprio percorso di sviluppo: il nuovo Budget va proprio verso questa direzione.

Ma quali sono gli obiettivi fissati dal Ministro delle Finanze Indiano nella Finanziaria? Questi i principali punti chiave:

  • continuare ad assicurare stabilità economica, attraverso un forte stimolo della domanda interna ed una gestione di rigore fiscale;
  • attuare riforme economiche e fiscali volte ad aumentare il benessere dei cittadini;
  • attirare investitori stranieri, aumentando la capacità di doing business del Paese;
  • sostenere ed alimentare la crescita, dando forte enfasi al settore agricolo ed infrastrutturale;
  • garantire lo sviluppo sociale delle fasce meno abbienti, attraverso forme di inclusione.

I nove pilastri

Nello specifico, Jaitley ha parlato di “nove pilastri” inclusi all’interno del Budget, la cui crescita consentirà all’India di raggiungere i propri obiettivi. Le attenzioni del Governo si focalizzeranno nei confronti di:

Agricoltura

E’ previsto lo stanziamento di 4.7 miliardi di Euro per l’espansione economica del comparto.

Sviluppo rurale

Sono 11.4 i miliardi di Euro inclusi nel Budget che saranno assegnati per l’implementazione di programmi volti a supportare la crescita delle zone povere e rurali, con l’obiettivo di stimolare la domanda interna.

Contesto sociale

Circa 700 milioni di Euro saranno destinati a politiche di housing e di riduzione della povertà; inoltre verrà fornito un nuovo programma di assistenza sanitaria per le famiglie meno abbienti e per gli anziani ed è prevista l’apertura di 300 negozi di farmaci generici.

Formazione

Si provvederà alla realizzazione di dieci nuovi istituti educativi nel pubblico e nel privato e sarà lanciato un nuovo programma di alfabetizzazione digitale nei confronti delle famiglie che vivono in ambienti rurali. La formazione dei giovani diventa quindi un elemento prioritario in un Paese dalla bassa età media quale appunto è l’India;

Infrastrutture

New Delhi metterà a disposizione quasi 29 miliardi di Euro per il potenziamento di strade, autostrade, ferrovie e porti e per migliorare la gestione di trasporti e logistica;

Finanza

Si prevede una grande riforma nel settore finanziario, ovvero la modifica della Reserve Bank of India Act per garantire una solida base legale alle politiche monetarie. Inoltre, Jaitley ha proposto l’istituzione di un Financial Data Management Centre, che rientrerà sotto il controllo del Financial Stability Development Council, per facilitare l’afflusso, la gestione e l’aggregazione dei dati e delle analisi finanziarie;

Fisco

Anche in questo caso prevista una importante riforma che andrà a vantaggio di circa 10 milioni di contribuenti: il rimborso fiscale per i lavoratori con un reddito netto uguale o inferiore a circa 6.650 Euro verrà innalzato dagli attuali 27 a circa 67 Euro;

Rigore fiscale

Il Governo intende continuare a perseguire una politica di disciplina fiscale, al fine di mantenere il disavanzo di bilancio al 3.9% nel 2016/2017 e raggiungere l’obiettivo del 3.5% nell’anno fiscale successivo;

Doing business

Al fine di agevolare investitori locali ed internazionali e rendere il contesto indiano sempre più business friendly, il Governo ha intenzione di armonizzare al meglio la gestione e l’organizzazione delle risorse umane che operano nei vari Ministeri ed Enti governativi locali e rendere più efficiente il sistema degli stessi.

Conclusioni

Attraverso il Budget 2016/2017, il Governo vuole dunque proseguire nel tentativo di “trasformare l’India”, come dichiarato dallo stesso Jaitley, dotandola di solide basi per una crescita stabile e duratura e creando un contesto sempre più aperto ed internazionale che sia in grado di attirare aziende globali. L’ambizione, neppure troppo nascosta di New Delhi, è quella di fare dell’India il principale mercato asiatico.

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La metamorfosi di Dubai, New York e altre 8 città del mondo

Da Dubai a New York, da Shanghai a Parigi, da Toronto a Venezia. Ecco come sono cambiate le città in pochissimi anni (grazie alla tecnologia).

1) Dubai

L’articolo parte dal centro urbano che più è cambiato di più in assoluto negli ultimi vent’anni: Dubai. Con i suoi due milioni e mezzo di abitanti, la città degli Emirati Arabi Uniti è uno degli esempi di come la tecnologia sappia mutare un territorio e le abitudini quotidiane. E basta una foto a capire come dal deserto, spesso, possono nascere dei veri gioielli. (Immagini di bongorama & mediavida)

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2) New York City

Anche la città americana, con i suoi 9 milioni di abitanti, ha rivoluzionato spesso il suo look arrivando oggi, ad essere, uno dei centri più avanzati e affascinanti del mondo. E la sua metamorfosi è avvenuta rapidamente come già dimostra il passaggio dal 1876 al 1932 (Immagini del DailyMail). Fino ad arrivare i giorni nostri e alla volontà di diventare più “green”. (Qui, per i più curiosi, la trovate raccontata in 30 Gif animate).

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3) Shanghai

Anche in Cina i mutamenti architettonici si sono susseguiti a velocità sostenuta. La dimostrazione è Shanghai che, nel corso degli anni, si è evoluta moltissimo diventando, con i suoi 15 milioni di abitanti, una delle città più popolate al mondo e più innovative. Pensate che la prima foto è del 1990 mentre la seconda è stata scattata nel 2010 (immagini by The  Atlantic)

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4) Shenzhen

Ma anche Shenzhen non scherza, nonostante abbia “solo” 9 milioni abitanti. «Là dove c’era l’erba ora c’è.. una città» recitava la famosa canzone di Celentano. Ed è un verso applicabile a quello che è successo in questa zona della Cina, diventata, in soli trent’anni (le foto di TwistedSifter sono databili 1980-2011) uno dei poli tecnologici più importanti del mondo:

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5) Parigi

Per mostrare com’è la capitale francese si sia trasformata nel corso degli anni è bastato prendere uno dei simboli principali della città: la Tour Eiffel. Come sentinella immobile, infatti, ha assistito ai cambiamenti che sono avvenuti intorno ai suoi piedi. Ma il fascino, nonostante strutture sempre più moderne e un vero bombardamento di luci, è rimasto davvero intatto. (Le foto sono tratte da FineArtAmerica & WallpaperUp).

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Vinitaly 2016, un’edizione da record

Durante i quattro giorni dell’evento veronese – dal 10 al 13 aprile – sono stati molti gli eventi ed i seminari di approfondimento, tutte iniziative volte a favorire il business delle aziende partecipanti e a diffondere una vera e propria cultura internazionale del vino “Made in Italy”.

Il focus ed il fine commerciale della Fiera si possono dedurre anche dall’impennata dei prezzi per gli ingressi riservati agli amanti del vino che sono saliti sensibilmente rispetto alla scorsa edizione – da 50 ad 80 euro a persona al giorno – proprio al fine di costruire un filtro più efficace alle visite “ludiche”.

In questo contesto rientra anche il nuovo servizio messo a disposizione dagli organizzatori che prevede l’invito diretto ed a titolo gratuito degli operatori esteri segnalati dalle aziende partecipanti.

Già nel 2015 l’analisi della customer satisfaction dei partecipanti al Vinitaly era andata molto bene con il 72% degli operatori stranieri con ordini d’acquisto realizzati, l’84,4% con nuovi fornitori individuati tra gli espositori della fiera ed il 64,5% che aveva colto l’occasione per conoscere le novità del mercato.

Per quanto riguarda l’export l’obiettivo per il 2016 è quello di migliorare la straordinaria performance del 2015 e non sarà semplice poiché l’annata sui mercati internazionali è stata fantastica per il vino “Made in Italy” con ben5,39 miliardi di euro è stato il valore delle bottiglie vendute fuori dai confini nazionali, vale a dire quasi il 15% dell’export totale di prodotti italiani su scala globale.

I vini spumanti, in particolare sono stati i veri protagonisti del grande successo, con un valore che ha sfiorato il miliardo di euro e trainati dal Prosecco, prodotto in grado di generare un incremento della domanda pari al 30% rispetto al 2014.

Le circa 310.000 aziende vinicole italiane – che rappresentano oltre 1/5 del totale delle aziende agricole del Belpaese – hanno prodotto 48,9 milioni di ettolitri di vino (+14%) dando occupazione ad oltre 1,2 milioni di persone a conferma della strategicità del settore per l’intero Sistema Paese.

I presupposti per vivere un anno memorabile però ci sono tutti e a dimostrarlo ci sono i numeri dell’edizione 2016 del Vinitaly:

• Più di 4100 espositori
• 130.000 operatori coinvolti dei quali 50.000 provenienti da 140 diversi Paesi
• 28mila buyer accreditati dai mercati internazionali in aumento del 23% rispetto al 2015

L’importanza e rilevanza dell’Italia nel settore del vino è dimostrata dal fatto che essa sia tornata ad essere il primo produttore mondiale davanti ai cugini francesi (47,4 milioni di hl) ed alla Spagna (36,6 milioni di hl) anche se in termini di promozione ed export – nonostante il recente trend positivo – ancora ci sono enormi margini di miglioramento dato che Roma è “solo” medaglia d’argento sia per volumi che per valori esportati.

Madrid rimane infatti il primo esportatore mondiale per volume (24 milioni di hl, dei quali però 14 di vino sfuso) posizionandosi davanti all’Italia (20 milioni di hl) mentre Parigi si conferma il primo esportatore globale per valore con 9 miliardi di dollari contro i circa 6 delle produzioni nostrane.

Anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in visita al Vinitaly lo scorso 10 aprile ha voluto sottolineare come la chiave per sostenere il successo delle produzioni italiane sia perseguire una politica di apertura ed espansione commerciale all’estero:

“Il vino si è rivelato una risorsa preziosa anche nelle fasi più dure della crisi ed il risultato è stato un successo nell’export. I numeri che, in questa giornata, sono stati ricordati ne sono testimonianza e questa è la conferma che il destino dell’Italia sia legato al superamento delle frontiere e non al loro ripristino”.

Il capo dello Stato non ha perso occasione anche per ricordare anche la strategicità del contrasto al fenomeno della contraffazione e dell’Italian Sounding:

“La qualità italiana può diventare traino e traguardo: in questo modo, i nostri prodotti agiranno da termine di paragone e varranno sempre di più. Questo ci darà maggior forza anche nella giusta lotta alla contraffazione e nella tutela del made in Italy. Un modello italiano di gestione che, sorretto da una ricerca e da una produzione industriale dei mezzi di raccolta, trasformazione e conservazione di alto livello, può imporsi maggiormente sul mercato internazionale, in analogia ad altri comparti del settore cibo e bevande”.

È anche grazie a manifestazione importanti come il Vinitaly ed alla piattaforma di servizi messa a disposizione di imprese ed istituzioni che l’immagine della nostra industria vitivinicola ha guadagnato e continua a guadagnare prestigio in tutto il mondo.

Il nostro Paese è fatto di cantine e territori che sanno unire la capacità di innovazione al rispetto della tradizione, una sintesi unica che è un dovere saper comunicare – insieme al brand Italia – sui mercati internazionali.

Si tratta di una missione che – se supportata da impegno, competenze e determinazione – continuerà a regalare grandi soddisfazioni a tutti, creando valore e ricchezza per l’intero Sistema Paese.

Sorgente: Vinitaly 2016, un’edizione da record

La rincorsa energetica dell’Azerbaijan e quel tesoro da 7 miliardi di barili

 

 

 

 

 

Dopo l’avvio della produzione di gas nel giacimento di Shah Deniz a metà degli anni 2000, l’Azerbaijan è rapidamente diventato uno dei partner più appetibili

Quasi in contemporanea, l’inaugurazione dell’oleodotto Baku-Tiblisi-Cehyan ha finalmente spalancato le porte dei mercati globali alle risorse petrolifere del Paese caucasico – racchiuso territorialmente tra Mar Caspio, Russia e Iran. I dati più recenti relativi al settore degli idrocarburi dell’Azerbaijan parlano di riserve di petrolio, pari a 7 miliardi di barili, e di gas naturale, che si attestano attorno al trilione di metri cubi, (i dati oscillano leggermente in base alle diverse fonti.) Queste risorse posizionano globalmente l’Azerbaijan al ventesimo posto per quanto riguarda le riserve provate di greggio (0.4% delle riserve globali), e al ventitreesimo per quelle di gas naturale (0.6%).

Dopo il picco di un milione di barili al giorno di produzione raggiunto nel 2010, le performance del settore petrolifero hanno subito un importante rallentamento, brevemente interrotto solo nel 2013 da una minima risalita dell’output nazionale (877.000 barili al giorno). In base agli ultimi dati disponibili, la produzione nel 2015 sarebbe ulteriormente discesa raggiungendo il minimo dell’ultimo decennio, a 835.000 barili al giorno.

Una produzione altalenante

La compagnia energetica nazionale dell’Azerbaijan, la Socar, produce circa il 20% dell’output totale di greggio, attestatosi nel 2015 a 163.870 barili giorno, in leggero declino rispetto agli anni precedenti (167.083 b/g nel 2014). La produzione si concentra nei giacimenti di Mishovdagh (27.000 b/g), Neftchala (14.000 barili al giorno), Khilli (14.000 barili al giorno), Pirsahhat (10.000 barili al giorno), Gum Deniz (condensato, 10.000 barili al giorno) e in una serie di altri prospetti minori. Circa l’80% dell’output petrolifero del Paese, tuttavia, proviene dal complesso offshore Azeri, Chirag e Guneshli (ACG), operato da BP, il cui production-sharing agreement è stato siglato nel 1994 nell’ambito del famoso Contract of the Century. Anch’esso ha subito un calo significativo dal 2010, anno in cui la produzione si è attestata su 823.100 barili/giorno, per raggiungere i 634.000 barili al giorno del 2015. Per far fronte al rallentamento dello sfruttamento dei giacimenti ACG, da un lato BP prevede di aumentare le re-iniezioni di gas associato, che dovrebbero quantomeno stabilizzare la produzione; dall’altro, si scommette sullo sviluppo di una nuova sezione del giacimento Chirag, autorizzata dal governo nel 2010, entrata in produzione con l’installazione della nuova piattaforma West Chirag.

Nel 2014 il nuovo prospetto ha raggiunto una produzione di 66.000 barili al giorno, al fronte di una capacità massima di produzione della piattaforma prevista a 183.000 barili. BP attualmente opera anche nel giacimento di Shah Deniz, che pur essendo principalmente un bacino a gas naturale, produce all’incirca 55.000 barili al giorno che vanno a integrare la produzione di greggio della major inglese nel Paese.

Il viaggio dell’oro nero azerbaijano

Con consumi domestici che si aggirano attorno agli 80.000 barili/giorno, gran parte del petrolio azero (circa 760.000 barili al giorno) viene esportato sui mercati internazionali. Il già citato oleodotto Baku-Tiblisi-Cehyan, che corre dal terminal di Sangachal sul Caspio per 1770 chilometri fino ad arrivare al porto turco di Ceyhan, sul Mediterraneo, è il principale canale di esportazione del greggio azerbaijano. La pipeline ha una capacità totale di un milione di barili al giorno, utilizzata nel 2015 anche per trasportare volumi di greggio kazako e turkmeno. Le altre 2 rotte per l’esportazione sono l’oleodotto Baku-Novorossiysk (on Northern Route Export Pipeline, NREP) in grado di trasferire un massimo di 100.000 barili al giorno verso la Russia (attraverso il quale nel 2015 sono stati esportati 25.500 barili al giorno di greggio), e la pipeline Baku-Supsa che possiede una capacità di trasporto di 145.000 barili al giorno sul mar Nero (attraverso la quale sono stati esportati 56.000 barili al giorno di greggio).

L’avanzata delle risorse di gas

Nel settore del gas naturale, nonostante gli ambiziosi proclami di Baku debbano essere rivisti al ribasso, la situazione appare comunque meno critica. Sulla base dei dati forniti da Socar, nell’ultimo decennio la produzione di gas naturale è più che triplicata, passando dai 9 miliardi di metri cubi  del 2006 ai 29 miliardi di metri cubi del 2015, anno che tuttavia ha fatto segnare una leggerissima flessione rispetto al picco raggiunto nel 2014 (29.6 miliardi di metri cubi). Una quota significativa di questo gas, tuttavia, viene re-iniettata per mantenere la pressione nei giacimenti di greggio, riducendo di fatto la produzione commercialmente utilizzabile del 2015 a 18.9 miliardi di metri cubi. Contrariamente al petrolio, buona parte del gas prodotto viene consumato in ambito nazionale; circa 11.5 miliardi di metri cubi vengono destinati all’utilizzo domestico, lasciando oltre 6 miliardi di metri cubi disponibili per l’esportazione in Georgia e Turchia attraverso la South Caucasus pipeline (conosciuta anche come Baku-Tiblisi-Erzurum, BTE) che collega le coste del Caspio al cuore della Turchia, con una capacità totale di 8.8 miliardi di metri cubi. La maggior parte della produzione di gas naturale è concentrata nei giacimenti offshore di Azeri-Chirag-Guneshli (gas associato) e di Shah Deniz; quest’ultimo ha raggiunto un output di 9.9 miliardi di metri cubi, di cui 2/3 sono destinati all’export. Giacimenti minori sviluppati da Socar includono Gum Deniz-Bahar (2 miliardi di metri cubi di produzione annua) Bulla Deniz (0.3 miliardi di metri cubi). Per quanto riguarda lo sviluppo di ulteriori risorse, necessarie a garantire le esportazioni verso i mercati europei attraverso i gasdotti TANAP e TAP, l’Azerbaijan ha avviato lo sviluppo della seconda fase del giacimento di Shah Deniz (con investimenti annunciati di oltre 120 miliardi di dollari), ma anche le attività di sfruttamento dei giacimenti offshore di Absheron, Umid and Babek, nonché lo sviluppo di gas non-associato localizzato nel complesso ACG. Al momento sono disponibili soltanto dati relativi alle stime delle riserve di questi giacimenti: per quanto riguarda Absheron, la forbice è particolarmente ampia e va dagli 80 ai 350 miliardi di metri cubi; Umid 200 miliardi di metri cubi; Babek 400 miliardi di metri cubi e ACG 280 miliardi di metri cubi.

Sebbene queste risorse siano potenzialmente sviluppabili, attualmente il loro sfruttamento è fortemente rallentato anche a causa del crollo dei prezzi del greggio (e con essi del prezzo del gas), dal sostanziale appiattimento della domanda europea di gas, ma anche da una serie di difficoltà di natura operativa da parte dell’industria petrolifera azera.

Sorgente: La rincorsa energetica dell’Azerbaijan e quel tesoro da 7 miliardi di barili | Outsider News

L’arredo Made in Italy è sempre più green

Il comparto italiano del legno-arredo torna a crescere nel 2015 per la prima volta dopo sette anni con un aumento della produzione del 2,6%supportato non solo grazie alla domanda estera che si conferma molto dinamica con una crescita attorno al 6%, ma anche a quella domestica, che in un solo anno ha recuperato circa l’1%.

Il punto di vista delle ricerca è quello di fotografare la transizione che sta attraversando il comparto legno-arredo.

É in atto un abbandono dei vecchi modelli di produzione legati al concettobusiness as usual e ad un’economia lineare, per virare verso un’economia circolare basata su sostenibilità ed efficienza.

Il settore del mobile – oltre a ricoprire la seconda posizione dietro la Cina per surplus commerciale e primo in Europa per investimenti in Ricerca e Sviluppo per un giro d’affari pari a 56,4 milioni di euro – vanta ottime performance ambientali da primato in Europa.

L’industria italiana risulta al di sotto della media europea per consumi di energia elettrica con un utilizzo pari a 30 tonnellate equivalenti di petrolio ogni milione di euro prodotto rispetto ai 39 del Regno Unito, ai 56 della Francia, ai 63 della Germania e ai 101 della Spagna.

Sempre sotto il profilo green vantiamo la migliore sostenibilità per quanto riguarda le emissioni climalteranti e una buona posizione nella classifica sulla efficienza nello smaltimento dei rifiuti: sono 15,5 le tonnelate di rifiuti generate per milione di euro prodotto, meglio delle imprese tedesche (15,8), peggio di quelle spagnole (7), francesi (10), britanniche (13).

Il legno arredo mostra quindi di essere il settore più sensibile al tema della sostenibilità ambientale, basta pensare che il 31% delle imprese del comparto – tra il 2008 e il 2015 – ha investito in prodotti e tecnologie capaci di assicurare risparmio energetico e minor impatto ambientale, superiore al dato complessivo delle imprese italiane (24,5%).

La scelta di investire in ricerca e sviluppo nel medio-lungo termine paga, non solo dal punto di vista dell’etica ambientale e della sostenibilità energetica, ma anche dal lato della redditività.

Quasi un’impresa su quattro nel legno arredo (23,4%) tra quelle che hanno investito nel green hanno registrato un aumento del fatturato a fronte del 17,6% delle imprese non eco-investitrici così come cresce la competitività insieme alla capacità di competere sui mercati internazionali se consideriamo che il 37,2% delle imprese ha esportato i propri prodotti contro il 22,4% del totale.

Il comparto considerato è composto da una filiera integrata che comprende al suo interno le aziende d’arredamento in senso stretto, le aziende del legno le aziende che operano nell’importazione e commercio della materia prima.

Le aziende d’arredamento da sole valgono 24,9 miliardi di euro e nel 2015 sono cresciute del 3,5% e grazie anche alla loro capacità dimensionale hanno potuto supportare una maggiore presenza all’estero con ottimi risultati per una crescita complessiva del 5,8% rispetto al 2014 e per un valore di 12,4 miliardi di euro.

Il valore delle imprese italiane nel settore arredamento è espressione inoltre di una ricerca continua nella cura e valorizzazione del prodottoche si traducono in un rinnovato approccio culturale alla produzione in chiave green.

Nella ricerca della Fondazione Symbola sono descritte 30 esperienze di impresa relative a dieci punti chiave legati alla economia circolare: eco-design, durabilità, disassemblabilità, biomateriali e materiali innovativi, materiali rinnovabili e certificati, materiali riciclati, riduzione sostanze inquinati, efficienza energetica, riuso e upcycling, certificazione ambientali.

Dunque investire nel green dà valore aggiunto ai prodotti italiani e come fa notare il presidente di FederlegnoArredo Roberto Snaidero:

“Il valore delle imprese italiane del Legno Arredo è riconosciuto globalmente grazie a un insieme di fattori assolutamente inimitabili. Un mix vincente di tradizione, ricerca e innovazione che da decenni rendono unici i nostri prodotti, come dimostra il crescente successo sui mercati di tutto il mondo e gli oltre 13 miliardi di euro di export. Per le nostre imprese l’economia circolare è già una realtà, ma dobbiamo fare di più puntando a diventare il settore di riferimento per l’Italia e il resto del mondo”.

Sorgente: L’arredo Made in Italy è sempre più green