La sharing economy in Europa vale 572 miliardi

Vale, almeno sulla carta, qualcosa come 572 miliardi di euro. Ma ha bisogno di essere regolamentata. È questa l’immagine della sharing economy che emerge dal rapporto “The cost of non Europe in the sharing economy”, pubblicato dal Parlamento europeo alla fine dello scorso mese di gennaio. Uno studio che prova a misurare le potenzialità dell’economia della condivisione, indicando allo stesso tempo le problematiche poste dallo sviluppo di questa nuova forma di scambio.

 

In questo contesto, infatti, non si tratta più di pagare per il possesso di una merce, ma per la possibilità di utilizzarla. È quello che succede quando si affitta un appartamento su Airbnb o quando si chiede un passaggio su BlaBlaCar. Ma anche quando si compra un oggetto usato su eBay o si partecipa ad una campagna di crowdfunding. Gli elementi di fondo sono due: la condivisione e l’utilizzo di una piattaforma digitale che la renda possibile.

 

Il Parlamento europeo ha provato a quantificare la spesa pro capite annuale che potrebbe essere “rimpiazzata” con l’utilizzo della sharing economy, che va dai 1.100 euro l’anno in Bulgaria ai 14.600 nel ricco Lussemburgo, passando per i 7.200 dell’Italia. Ed ha anche valutato il tasso di sottoutilizzo di due degli asset che più facilmente si prestano ad entrare nell’economia della condivisione: la casa e l’auto. Ma se per la prima la percentuale è molto bassa, tanto più che nel computo sono state inserite solo le prime case, è per la seconda che i numeri diventano impressionanti. Guardando al Belpaese, le automobili restano ferme in garage o nel parcheggio per l’88% della loro “vita”. È il terzo più alto dato europeo dopo quelli di Germania e Finlandia.

 

Insomma, quello dell’auto da prestare agli sconosciuti dietro compenso è un mercato con grandi potenzialità. Ma, appunto, servono regole. Che evitino, innanzitutto, forme di concorrenza sleale da parte degli operatori della sharing economy su quelli tradizionali. Un esempio delle problematiche connesse a questo tema lo si è visto in Italia con le proteste dei tassisti e le sentenze contro Uber. A livello europeo, segnala il rapporto del Parlamento, si oscilla da posizioni più proibizioniste ad altre orientate al lassez-faire.

 

E in Italia? All’inizio del mese di marzo l’intergruppo parlamentare per l’innovazione ha depositato un disegno di legge, che rimarrà in consultazione pubblica fino al prossimo 16 maggio. Chiunque, insomma, potrà dire la sua suggerendo modifiche o integrazioni. Uno dei nodi più spinosi affrontati è quello relativo agli aspetti fiscali. L’idea è quella di introdurre un’aliquota fissa al 10% per gli introiti generati dalla sharing economy fino a 10mila euro, soglia oltre la quale questi soldi sono considerati reddito e rientrano nelle regole della fiscalità generale. Viene inoltre sancito il divieto per le piattaforme di indicare delle tariffe fisse per i servizi offerti. E si da mandato all’Agcm affinché vigili su questo settore.

 

Fin qui gli aspetti legislativi. Per capire però quanto sia diffusa l’economia della condivisione in tutta la Penisola è utile guardare al rapporto “Sharing economy: la mappatura delle piattaforme italiane 2015” realizzato da Marta Mainieri insieme a Collaboriamo e Phd Italia, presentato lo scorso autunno. Il report ha censito 118 realtà attive, con un aumento del 22% rispetto alle 97 dell’anno precedente, e riporta i dati di una survey cui hanno risposto però solo 55 aziende. Stando a questi numeri, i settori in cui in Italia è più sviluppata la sharing economy, almeno a livello di presenza di piattaforme, sono quelli dei trasporti, del turismo e dello scambio di beni di consumo. Sono soprattutto le donne e le persone di mezz’età ad utilizzarle, anche se per il momento i numeri non sono certo da capogiro. Più del 50% delle piattaforme ha meno di 5mila utenti mensili e la stragrande maggioranza ha gestito meno di un migliaio di scambi al mese.

 

Pochi giorni fa Altroconsumo ha presentato a Milano la ricerca Collaborative consumption:

From value for users

to a society with values

”, un’indagine condotta in Belgio, Portogallo e Spagna. Oltre che, ovviamente, in Italia. I risultati parlano di un 20% di intervistati che hanno affittato la casa su una piattaforma di sharing economy, un 15% che ha partecipato a gruppi d’acquisto e addirittura un 44% che ha comprato o venduto oggetti di seconda mano. Mentre l’utilizzo dei servizi legati ai trasporti, dal carpooling al ridesharing, è ancora marginale. La motivazione principale per cui si sceglie l’economia della condivisione, anche se in questo caso i dati fanno riferimento a tutti e quattro i Paesi, è quella economica. L’idea, insomma, è che condividere significhi risparmiare. Chissà se sarà ancora così dopo l’entrata in vigore della legge proposta dall’intergruppo parlamentare.

Sorgente: La sharing economy in Europa vale 572 miliardi. Ma ha bisogno di regole – ilSole24ORE

Commercio estero: il 2016 comincia in calo per import ed export

I dati relativi al Commercio Estero nel primo mese del 2016 diffusi dall’ISTAT, fotografano una flessione congiunturale dell’export e dell’import con un saldo commerciale di 35,0 milioni di euro in calo rispetto al 2015.

L’export italiano registra una performance negativa (-2,2%) in ragione della contestuale flessione delle vendite nei paesi Extra UE (-6,3%), non compensata da quelle nei paesi Ue (+1,1%). A livello merceologico la flessione interessa tutti i comparti e in maniera più netta le vendite di energia (-22,2%).

Sul lato import l’andamento negativo (-0,6%) deriva dal calo delle importazioni dai paesi Extra-UE (-3,6%) anche in questo caso non compensate da quelle provenienti dai paesi UE (+1,5%), mentre a livello settoriale il calo interessa gli acquisti di energia (-15,8%) e senza considerare gli acquisti di energia infatti la crescita risulta positiva (+1,3%).

A livello tendenziale, crescono valori medi unitari (+2,0%) e diminuiscono i volumi (-3,7%) per le esportazioni, mentre diminuiscono i valori medi unitari (-5,1%) e crescono i volumi (+1,9%) per le importazioni.

L’avanzo commerciale di 35 milioni di euro si registra verso i paesi UE(+521 milioni di euro) che compensa il saldo negativo nei confronti dei paesi Extra UE (-486 milioni di euro), mentre al netto dell’energia supera i 2 miliardi di euro.

Nonostante la flessione di gennaio, negli ultimi tre mesi l’export cresce congiunturalmente dell’1,5%, con un incremento più ampio per i paesi extra UE (+2,5%) rispetto a quelli UE (+0,7%) con beni di consumo non durevoli (+2,7%) e beni strumentali (+2,4%) che registrano gli aumenti più consistenti. Al contrario – sempre a livello trimestrale – le importazioni sono in calo (-0,8%) in ragione della flessione degli acquisti dai Paesi Extra UE (-2,4%) non compensata dalla crescita nell’UE (+0,4%).

A livello tendenziale crescono sia le esportazioni (+3,0%) che le importazioni (+2,6%), ma se corrette con i giorni lavorativi, si registra un lieve calo dell’export (-0,5%) e un lieve aumento dell’import (+0,6%).

In termini tendenziali si rileva una flessione sia dell’export (-3,5%) e sia dell’import (-3,2%), determinata principalmente dal marcato calo delle vendite (-8,0%) e degli acquisti (-6,6%) con l’area extra UE. Si segnala come, al netto delle differenze nei giorni lavorativi (19 a gennaio 2016 contro 20 di gennaio 2015), la flessione infatti si ridimensiona (-0,3% per l’export e -1,1% per l’import).

A livello geografico invece Russia (-24,2%) e MERCOSUR (-18,8%) sono i mercati che più contribuiscono al calo dell’export mentre sono in forte crescita le vendite verso Paesi Bassi (+15,0%) e Spagna (+9,2%).

Anche sul lato dell’import la Russia (-14,2%) e in questo caso i Paesi OPEC(-12,6%) registrano i cali più significativi, mentre crescono gli acquisti daPolonia (+20,0%) e Paesi ASEAN (+13,6%).

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Malesia: quali opportunità di investimento?

Secondo un recente rapporto rilasciato dalla Banca Mondiale alla fine del 2015, la Malesia si conferma tra le prime 20 economie mondiali e, al primo posto, tra quelle emergenti nell’area del Sud-est asiatico.

Nella regione del Sud-est asiatico e del pacifico si assiste ad un costante tentativo di migliorare il contesto normativo, in cui sono chiamate ad operare le piccole/medie imprese: nel corso dell’ultimo anno, ad esempio, il 52% dei 25 paesi presenti nella regione hanno dato vita a ben 27 nuove riforme legislative, tutte orientate ad agevolare le attività imprenditoriali nella zona. La Malesia ha dimostrato di possedere tutte le potenzialità per scalare, ulteriormente, la classifica, attraverso alcuni interventi mirati, volti, tra gli altri, a semplificare le procedure previste per l’ottenimento dei permessi edilizi e ad abbreviare i tempi richiesti per il pagamento delle tasse.

L’economia malese: i settori in crescita

Con una popolazione di circa 30,3 milioni di abitanti, l’economia malese è, ad oggi, incentrata, principalmente, sulleesportazioni, stimolate dal settore high technology e da un’industria a forte intensità di capitali. Nel 2014, il Paese ha registrato un PIL in crescita del 6%, uno dei risultati più eclatanti non solo nella regione del Sud-est asiatico ma anche a livello mondiale tra tutte le economie emergenti. Nel 2013, il dato è stato del 4.7%, sostenuto da una domanda interna in costante crescita e da un aumento dei consumi sia a livello pubblico che privato. L’inflazione si manterrà anche nei prossimi anni su livelli compresi tra il 2% e il 3%.
Nell’ultimo decennio, si è assistito, nel Paese:

  • ad un incremento del settore dei servizi
  • ad un potenziamento del sistema ferroviario, portuale ed aeroportuale, così come di quello stradale, per mantenerli al passo con le sempre crescenti esigenze imprenditoriali e turistiche
  • ad un costante aggiornamento e sviluppo dei sistemi satellitari e delle comunicazioni.

Perché investire in Malesia?

Una stabilità politica, sociale ed economica unite a politiche imprenditoriali oculate e favorevoli agli investimenti, ad una manodopera a basso costo e ad un sistema delle infrastrutture paragonabile a quelli esistenti nei principali paesi occidentali rendono la Malesia un luogo, decisamente, attraente per gli investitori stranieri. Investimenti stranieri, che sono beneaccetti, soprattutto, nei settori produttivi e, in particolare, in quelli ad alto contenuto tecnologico, dellebiotecnologie, delle tecnologie solari e dell’information technology.

Gli elementi da valutare con attenzione, da parte degli imprenditori stranieri, che desiderano investire in Malesia, dovrebbero comprendere i seguenti:

  • Potenziale di crescita del settore/i di riferimento
  • Accesso ai mercati del Sud-est asiatico e al mondo mussulmano
  • Facilità di accesso via mare e via aerea
  • Qualità ed efficienza della forza lavoro locale
  • Tipologie degli incentivi agli investimenti esteri
  • Flessibilità delle strutture societarie utilizzabili per svolgere attività imprenditoriali in loco
  • Presenza di zone franche e/o aree a regime di esenzione fiscale.

Investimenti dall’estero

Gli investimenti diretti nel Paese da parte di soggetti stranieri hanno raggiunto un volume di circa RM35.1 bilioni nel 2014 e di RM38.3 nel 2013. Nel settore produttivo, il livello degli investimenti esteri effettuati nel 2014 si è attestato intorno ai RM71.9 bilioni, in aumento rispetto ai RM52.1 bilioni del 2013. Le previsioni per i prossimi anni non prevedono aumenti sensibili rispetto ai valori indicati.
Nel tentativo di favorire, ulteriormente, gli investimenti, il Governo malese, a partire dall’aprile del 2009, ha annunciato una serie di misure volte a liberalizzare il settore dei servizi, tra cui, quelli finanziari, dell’information e communication technology e della logistica.

Le imprese, che operano in numerosi altri settori, dal turismo, all’edilizia, dal commercio, all’agricoltura, dalla medicina, all’istruzione possono, inoltre, disporre di una serie di incentivi, di carattere fiscale e non, messi a loro disposizione del Governo. Tali incentivi possono prevedere:

  • Un’esenzione fiscale della durata di 5 anni e pari al 70% dell’imponibile della società; oppure
  • una detrazione d’imposta per la durata di 5 anni e pari al 60% sul capitale investito nello stabilimento e nei macchinari.

Il Governo malese è, altresì, disponibile a negoziare, direttamente, con le imprese straniere, interessate ad investire nel Paese, specifiche misure incentivanti commisurate alla tipologia e all’ entità dei singoli progetti imprenditoriali, al numero di posti di lavoro messi a disposizione e all’eventuale trasferimento di tecnologie.

Le principali tipologie societarie

Le soluzioni più comunemente utilizzate dalle aziende straniere, che intendono svolgere attività imprenditoriali in Malesia, prevedono la costituzione di una società di diritto malese, il ricorso ad accordi di joint venture con partners locali, oppure l’apertura di una succursale o di un ufficio di rappresentanza.

Società di diritto malese

Il diritto societario in Malesia è disciplinato dal Companies Act, emanato nel 1965. Esistono tre diverse tipologie societarie, a seconda del diverso grado di responsabilità imposta ai soci per le obbligazioni eventualmente contratte dalla società:

  • Companies limited by shares: in cui la responsabilità personale dei soci è limitata al valore nominale delle azioni detenute
  • Companies limited by guarantee: in cui i soci convengono di garantire fino ad un limite prestabilito in caso di scioglimento della società
  • Unlimited companies: in cui non è previsto alcun limite alla responsabilità personale dei soci.

La tipologia societaria utilizzata con maggiore frequenza in Malesia è la prima, cioè, quella in cui la responsabilità personale dei soci è limitata al valore nominale delle quote possedute ed è anche quella che meglio si adatta alle esigenze delle imprese straniere che intendono operare in Malesia.
Ai sensi degli articoli 14 (1), 18 (2), 18 (3) e 54 del Companies Act, non è previsto il versamento di alcun capitale sociale minimo all’atto della costituzione.

Non sono previste limitazioni alla partecipazione di soggetti stranieri nelle società di diritto malese, che, pertanto, possono essere interamente controllate da persone fisiche o giuridiche estere.
Esistono, tuttavia, alcuni settori specifici in cui è richiesta la partecipazione obbligatoria di soggetti locali: tra questi, vale la pena ricordare:

  • il settore finanziario e bancario
  • il settore petrolifero
  • il turismo
  • l’istruzione
  • il settore agricolo.

Visti i continui interventi legislativi del Governo, tesi a favorire l’ingresso di capitali stranieri nel Paese, attraverso misure volte a liberalizzare sempre più il mercato, la lista appena riportata è soggetta a continui aggiornamenti.

Esiste poi un ulteriore distinzione tra Public and Private Companies, tra società, cioè, che decidono di quotarsi in Borsa e società che, invece, non intendono ricorrere al pubblico risparmio. Per queste ultime, il numero dei soci non può essere superiore a 50 e il diritto di ciascuno di trasferire le proprie quote è soggetto a severe restrizioni.

  • Nel caso di private companies con un numero di soci inferiore a 20, non possedute da corporations e in buone condizioni finanziarie, esiste, inoltre, la possibilità di essere esentate da alcuni adempimenti previsti dal Companies Act, tra cui, ad esempio, quello di depositare ogni anno il bilancio presso il Companies Commission of Malaysia o di concedere finanziamenti ai propri amministratori, di regola, vietato, invece, per le private companies.

Di recente è stata introdotta una nuova tipologia societaria, da parte del Companies Commission of Malaysia, espressamente, disciplinata dal Limited Liability Partnerships Act del 2012, allo scopo di fornire agli imprenditori uno strumento alternativo per lo svolgimento dei propri affari. Questa nuova forma societaria si caratterizza, infatti, per unamaggiore semplicità delle procedure di costituzione, di gestione e di liquidazione.

Le limited liability pertnerships si presentano come una forma ibrida di società, che racchiude in sé caratteristiche proprie sia delle companies che delle partnerships. In particolare:

  • mentre da un lato, è prevista la responsabilità limitata dei soci per le obbligazioni contratte dalla società
  • dall’altro, alla società è riconosciuta la più ampia autonomia nella conduzione delle proprie attività di business.

La composizione societaria prevede la presenza di almeno due soci, che possono, indifferentemente, essere rappresentati da persone fisiche o giuridiche straniere.

Le Joint Ventures

Le joint ventures societarie possono essere strutturate:

  • sia utilizzando la tipologia delle partnerships, cioè, di società di persone, i cui soci rispondono solidalmente e illimitatamente per le obbligazioni sociali
  • sia dei consorzi, cioè, di associazioni di due o più società di capitali.

Le Filiali di società estere

Una società estera, che desideri operare in territorio malese, può, altresì, decidere di aprire una propria filiale per svolgere attività imprenditoriali in loco (sempreché non si tratti di commercio all’ingrosso o al dettaglio). E’, tuttavia, richiesta la preventiva iscrizione presso il registro delle imprese, affinché la filiale possa essere legalmente autorizzata a svolgere la propria attività sul territorio.
L’iscrizione avviene a seguito del deposito dei documenti richiesti, ai sensi delle normative locali e alla conseguente approvazione da parte delle competenti autorità. E’, inoltre, richiesta la nomina obbligatoria di uno o piùrappresentanti legali, che risiedano in Malesia, ai quali deve essere affidato lo svolgimento di tutte le attività che la filiale è autorizzata ad effettuare ai sensi del Companies Act.

L’ufficio di rappresentanza

Il primo passo che solitamente una società estera compie, in vista di una propria futura stabile presenza sul mercato malese, comporta l’apertura di un ufficio di rappresentanza.

Di regola, l’autorizzazione all’apertura di un ufficio di rappresentanza viene concessa per un periodo limitato, non superiore ai due anni; eventuali richieste volte a prolungare tale durata devono, necessariamente, essere fatte pervenire alle autorità competenti, prima della scadenza dei relativi termini.
L’ufficio di rappresentanza deve risultare, interamente, finanziato attraverso fondi provenienti esclusivamente dall’estero. 

Non è, invece, previsto che l’ufficio di rappresentanza sia iscritto nel registro delle imprese e/o sia soggetto agli adempimenti previsti dal Companies Act. Le uniche attività che un ufficio di rappresentanza è autorizzato a svolgere comprendono:

  • Attività di ricerca e sviluppo del prodotto
  • Pianificazione e coordinamento delle attività di business
  •  Raccolta ed analisi di dati sulle opportunità offerte dal mercato locale
  • Qualunque attività ausiliaria, che non comporti un diretto coinvolgimento nella esecuzione di transazioni commerciali.

Conseguentemente, tra le attività espressamente vietate possiamo sottolineare:

  • La conduzione di qualunque attività a carattere prettamente commerciale (import/export) e/o imprenditoriale
  • La sottoscrizione di contratti in nome e per conto della società straniera o fatturazione per lo svolgimento di determinati servizi
  • La locazione di immobili ad uso ufficio o magazzino destinati alla conservazione dei propri prodotti
  • La gestione quotidiana delle attività svolte dalla propria consociata o succursale in Malesia.

Tali attività possono quindi essere svolte unicamente attraverso una società appositamente costituita in Malesia.

Il diritto del lavoro

L’Employment Act del 1955 rappresenta la principale fonte normativa in materia di diritto del lavoro in Malesia.L’Industrial Relations Department è, invece, l’organo che si occupa di garantire e di mantenere un clima armonioso nel mercato del lavoro, cercando di prevenire i conflitti.

In caso di conflitti, l’Industrial Relations Department consente e sostiene forme di negoziazioni gratuite tra le rappresentanze sindacali e i datori di lavoro. Tali conflitti possono, altresì, essere sottoposti al Ministero delle Risorse Umane per un tentativo di conciliazione ed, eventualmente, al tribunale del lavoro per un pronuncia definitiva.

Il normale orario di lavoro prevede 8 ore giornaliere e 48 ore settimanali. Il lavoratore ha diritto ad almeno 10 giorni di vacanze pagate all’anno. Ha, inoltre, diritto ad un certo numero di permessi retribuiti, a seconda della durata del proprio impiego.

Per quanto riguarda la facoltà del datore di lavoro di risolvere anticipatamente il rapporto contrattuale, l’Employment Act del 1955 stabilisce l’obbligo di fornire per iscritto al dipendente adeguato preavviso. I termini entro i quali il preavviso deve essere comunicato al lavoratore variano a seconda della durata del rapporto in essere. La legge riconosce al datore di lavoro la facoltà di risolvere il rapporto in essere con un proprio dipendente in presenza di comprovata cattiva condotta e/o di assenza ingiustificata dal posto di lavoro per almeno due giornate consecutive.

L’Industrial Relations Act del 1967 disciplina, inoltre, le ipotesi di licenziamento ingiustificato, cioè, le ipotesi in cui un lavoratore sia stato sollevato dal proprio incarico in assenza di giusta causa. In presenza di tali circostanze, il lavoratore avrà diritto di rivolgersi al tribunale del lavoro, che si pronuncerà nel merito, stabilendo, se del caso, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro oppure, in alternativa, la condanna del datore di lavoro al risarcimento dei danni subìti oltre alla retribuzione ingiustamente non percepita.

Dazi doganali sulle importazioni

L’imposizione di dazi doganali sui beni importati nel Paese è disciplinata dal Customs Act del 1967. Le aliquote previste risultano comprese tra il 2% e il 60% del valore del bene importato. 

Le materie prime, i macchinari, i prodotti farmaceutici ed alcuni prodotti alimentari non sono, di regola, soggetti ad alcuna imposizione o, comunque, le aliquote previste per questi prodotti sono, generalmente, molto basse. La birra e le bevande alcoliche sono, invece, soggette ad una specifica imposizione stabilita sulla base del peso di ciascun prodotto.

Imposta sui redditi d’impresa

A far data dal 1 gennaio 2008, il Governo malese ha adottato il sistema fiscale “single-tier”, in base al quale l’imposta sui redditi d’impresa è costituita da un’aliquota fissa, attualmente pari al 25%, prevista per la quota di utili derivanti da attività svolte direttamente in Malesia o comunque ricevuti in Malesia dalla società. Una volta versate le imposte sui redditi, gli eventuali dividendi da distribuire ai soci, sono, invece, esenti da tassazione.

 

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Export cosmetici made in Italy: Emirati Arabi e Qatar ai primi posti 

Il giro d’affari per l’export di cosmetici italiani registrato per il 2015 è di circa 60 milioni di euro: Milano la città più attiva nel settore, +50% rispetto alla produzione interna. Emirati Arabi, Quatar e nazioni arabe ai primi posti per l’acquisto di make up made in Italy.

I cosmetici italiani sono molto apprezzati sul mercato orientale: cresce infatti del 35% in un anno l’export verso Emirati Arabi e Qatar con dei picchi che vedono maggiori esportazioni nei mesi di marzo, aprile e giugno. Tra le città italiane che vendono di più all’estero troviamo Milano con il 50% dell’export lombardo, seguita da Monza che, nonostante si una piccola provincia, fa grandi numeri in termini di export. Il terzo posto è conquistato da Lodi con il 10%% per un valore che è raddoppiato rispetto al 2014 grazie a un’elevata specializzazione nel settore dei cosmetici. Anche nel mercato interno Milano conta molto nei prodotti per profumeria: il capoluogo lombardo è al dodicesimo posto nel mondo come esportatore di prodotti make up.

In Europa la domanda di trucchi e profumi “made in Italy”vede Francia, Germania, Regno Unito, Spagna tra le nazioni più esigenti; Stati Uniti, Russia e Cina per i paese extra-europei.

Ma vi sono determinate procedure per esportare cosmetici negli Emirati Arabi e Qatar?

Per le imprese interessate ad esportare cosmetici negli Emirati Arabi e in Qatar vi sono diverse normative, procedure doganali e le certificazioni richieste dai singoli Paesi di destinazione. E’ necessario essere al corrente di oneri fiscali, dazi, eventuali documenti da allegare alla spedizione e regole per la corretta etichettatura dei prodotti. Non da sottovalutare la conoscenza del quadro economico generale del paese di esportazione, il trend dei consumi, i dati su import ed export e informazioni sulle principali fiere di settore.

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Mandato finalizzato alla certificazione dei prodotti esportati in Russia

 

 

 

 

 

 

 

La disciplina riguardante la certificazione sulla conformità dei prodotti esportati nel territorio della Federazione ha infatti subito varie modifiche legislative negli anni più recenti, in conseguenza dell’entrata in vigore – il 01/01/2010 – delTrattato sull’istituzione del Territorio doganale comune tra Bielorussia, Kazakistan e Russia.

In particolare due documenti, il Certificato di conformità e la Dichiarazione di conformità, stanno sostituendo, il precedente sistema di certificazione su base nazionale GOST R nella protezione della sicurezza, dell’ambiente e della salute dei consumatori e degli utilizzatori finali dei beni esportati in Russia (il 15 marzo 2015, ad esempio, é scaduto il periodo transitorio relativo alla esportazione dei macchinari e, durante il 2016, il nuovo sistema avrà effetto anche in relazione all’esportazione di altre categorie di prodotti).

Quali i riflessi concreti sull’attività delle aziende italiane che esportano i loro prodotti in Russia?

Sebbene numerose siano state le novità introdotte dai nuovi Regolamenti Tecnici recepenti le Decisioni della Commissione dell’Unione Doganale  – in tema di procedure per la valutazione di conformità dei prodotti (si pensi alle nuove disposizioni sull’obbligo di certificazione o sulla marchiatura dei beni) – la più rilevante differenza riguarda l’introduzione della figura del rappresentante del fabbricante nelle questioni inerenti la conformità e la marcatura del prodotto importato nel territorio dell’Unione.

Se il certificato GOST R poteva essere in precedenza richiesto direttamente dal fabbricante/esportatore del prodotto introdotto nella Federazione, nel nuovo sistema il fabbricante/esportatore deve nominare un soggetto rappresentante affinché questi chieda per suo conto il rilascio del Certificato e la registrazione della Dichiarazione di conformità.

Il mandatario dell’esportatore

Il referente locale dell’esportatore deve essere una persona fisica o giuridica che agisca come soggetto di diritto dell’Unione Doganale.

Il fabbricante italiano che voglia esportare in Russia dovrà dunque:

  • costituire una società “controllata” nel territorio della Federazione; o
  • nominare quale mandatario il proprio importatore oppure il cliente di una singola spedizione; egli dovrà peraltro stipulare con questi un vero e proprio contratto di mandato.

Mediante il predetto accordo l’esportatore incarica il mandatario di svolgere ogni attività necessaria ai fini della certificazione della conformità dei prodotti contrattuali ai nuovi Regolamenti Tecnici dell’Unione Doganale ed agli standard nazionali russi. Il contratto deve naturalmente contenere precisi riferimenti alle obbligazioni di entrambe le parti.

Dunque, l’accordo dovrà espressamente prevedere la responsabilità del mandatario in caso di violazione dei Regolamenti Tecnici:

  • sia sul piano penale (disciplinata dall’art. 238 del Codice Penale russo, che – a seconda della gravità della violazione – prevede la pena della reclusione fino a dieci anni)
  • sia sotto il profilo civile ed amministrativo (artt. 14.43, 14.44, 14.45, 14.46, 14.47 del Codice degli Illeciti Amministrativi della Federazione Russa)

 

In caso di danni a cose, persone, ambiente ed animali causati dalla predetta violazione, l’obbligo di risarcire i danni graverà proprio sul mandatario. Quest’ultimo, infatti, deve compiere tutte le azioni necessarie al fine di prevenire il verificarsi dei suddetti danni (in primis, naturalmente, comunicare al mandante la non conformità dei prodotti non appena ne abbia notizia).

A titolo meramente esemplificativo, egli dovrà assicurare la sospensione della circolazione nel mercato russo dei prodotti per i quali i Certificati o la Dichiarazione di Conformità sono scadute, sospendere l’importazione nel territorio della Federazione dei prodotti non conformi, comunicare eventuali modifiche alla documentazione tecnica o al processo produttivo di beni già importati nel territorio della Federazione agli enti di certificazione.

Dal canto suo, il fabbricante/esportatore dovrà collaborare con il mandatario nell’elaborazione dei piani che riguardino la prevenzione del verificarsi dei danni (o di ulteriori danni) derivanti dalla circolazione dei prodotti non conformi.

Conclusione

L’introduzione della figura del mandatario per l’esportazione di prodotti nel territorio della Federazione ha limitato l’indipendenza e l’autonomia dei fabbricanti/esportatori che abbiano deciso di espandere il mercato dei propri beni anche in Russia.

Tuttavia, tra gli aspetti positivi della riforma, vi è indubbiamente la possibilità di costruire una presenza “stabile” nel territorio della Federazione, ovvero di ottenere un canale diretto e costante di comunicazione con le autorità russepreposte ai controlli sulla conformità dei prodotti importati, con la possibilità – peraltro – di estendere il proprio raggio di azione commerciale anche in altre aree dell’Unione Doganale Euroasiatica.

Sorgente: Mandato finalizzato alla certificazione dei prodotti esportati in Russia

Horizon 2020, opportunità e strumento per le PMI

Nel corso degli anni, l’Unione Europea ha realizzato numerosi programmi di finanziamento e ad oggi risulta essere il principale donatore di fondi a livello internazionale.

Risultato importante per l’Italia è stato quello di essere riuscita a spendere quasi tutti i finanziamenti a disposizione dei fondi europei 2007-2013 (Fesr e Fse) e ad oggi, i finanziamenti ottenuti sono pari a circa il 93% dei fondi strutturali messi a disposizione, ben 45,78 Miliardi di Euro.

La Commissione Europea seguendo i principi fondamentali del pianoEuropa 2020 punta a rilanciare l’economia dei Paesi membri attraverso un modello di sviluppo economico intelligente, sostenibile e solidale al fine di conseguire elevati livelli di occupazione, produttività e coesione sociale.

Per raggiungere questi obiettivi sono stati implementati diversi programmi di finanziamento per aiutare le PMI all’interno della programmazione comunitaria 2014-2020 contribuendo a stimolarne la crescita che passa necessariamente dall’innovazione e dalla competitività.

HORIZON 2020 è il Programma Quadro che riunisce tutti gli investimenti UE a favore di Ricerca e Innovazione con uno stanziamento globale pari a circa 80 Miliardi di Euro.

Il programma si sviluppa su tre pilastri principali:

Eccellenza scientifica
Leadership industriale
Sfide della Società

Con il primo pilastro si intende rafforzare ed allargare l’eccellenza scientifica Ue per rendere il sistema europeo di ricerca più competitivo a livello mondiale. Il secondo pilastro punta ad accelerare lo sviluppo delle tecnologie e dell’innovazione che saranno alla base del futuro delle imprese mentre nel terzo pilastro si affrontano le grandi preoccupazioni condivise dai cittadini e i finanziamenti interesseranno l’area della salute, dell’ambiente e della libertà dei cittadini.

Solo per le Piccole e Medie imprese verranno allocati 2,8 miliardi di eurocon lo scopo di accelerare il passaggio da ricerca e innovazione a impiego commerciale (SME’s Instrument).

 

I finanziamenti quindi si rivolgono alle PMI che mostrano grandeambizione, potenzialità di sviluppo, crescita e internazionalizzazione che possono organizzarsi in cluster o presentare domanda individualmente.

Il finanziamento consta di tre fasi e di un servizio di Business Coachingopzionale attivabile nella Fase 1 o nella Fase 2.

La Fase 1 prevede un finanziamento forfettario di 50.000 euro da utilizzare per effettuare studi di fattibilità tecnologico/pratica ed economica della durata di 6 mesi dove verrà redatto un report di 10 pagine che sarà inviato ad EASME (Executive Agency for Small and Medium-sized Entermprises).

La Fase 2 si occupa dello sviluppo del prodotto, e molte volte si può accedere al finanziamento direttamente da questa fase presentando un report ai valutatori.
In questa fase viene erogato il 70% delle spese utile per sovvenzionare tutte le attività per giungere alla realizzazione del prodotto. In cifre parliamo di un finanziamento che è compreso tra 500.000 euro e 2,5 milioni euro.

Infine per le imprese beneficiarie, si accede alla Fase 3 che non prevede nessun contributo da parte del fondo ma si concentra nello sviluppo di attività di commercializzazione come accesso a fiere e creazione di network tra imprese e partner, nonché potenziali clienti.

Le attività di coaching possono essere utilizzate per lo sviluppo di analisi del fabbisogno dell’impresa in relazione allo sviluppo del progetto, possono mettere in relazione impresa e cliente e infine possono aiutare a migliorare l’organizzazione aziendale in previsione del progetto.

L’application per accedere ai finanziamenti dello strumento per le PMI devono essere redatte in maniera minuziosa e devono convincere gli investitori (in questo caso l’Unione Europea). Alcuni consigli utili sono quelli di far risaltare la possibilità di generare nuova ricchezza e posti di lavoro e quindi sviluppare un progetto attento a colmare queste richieste.

Per quanto riguarda l’attività di valutazione, in primo luogo, bisogna ricordare che i valutatori che analizzano la domanda sono quattro e agiscono da remoto, sono selezionati in modalità random e possono avere caratteristiche e approcci diversi nell’analisi dell’application, tuttavia la valutazione si basa su: impatto, eccellenza e implementazione del progetto.

Il metodo di valutazione non è commentato ma prettamente numerico e per ogni criterio i quattro valutatori esprimono un giudizio numerico in quindicesimi e il voto risultante dalla mediana tra il voto più basso e il voto più alto determinerà la valutazione per ciascun criterio.

La call rimane aperta durante l’anno in maniera continuativa, con scadenze periodiche per Fase 1 e Fase 2.

Sorgente: Horizon 2020, opportunità e strumento per le PMI

WEF: Gli stati con il minor livello di tassazione

Ogni anno il World Economic Forum stila una lista degli stati con minore tassazione e con minor carico fiscale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

The total amount of taxes is the sum of five different types of taxes and contributions payable after accounting for deductions and exemptions: profit or corporate income tax, social contributions, and labour taxes paid by the employer, property taxes, turnover taxes, and other small taxes.

Basically, it’s all the taxes levied on businesses but not those levied on the people who work for them. Business Insider took a look at the countries with the world’s lowest taxes on businesses.

Scopri la classifica

Sorgente: WEF: Countries with the lowest tax rates in the world – Business Insider

Nuove norme IMO e rischio blocco container in Italia

L’Organizzazione marittima internazionale (IMO) ha recentemente modificato la Convenzione SOLAS (Salvaguardia della vita in mare) richiedendo, come condizione per il caricamento di un container, che il container abbia un peso verificato. Il responsabile della verifica del peso del container confezionato è lo spedizioniere. Tale requisito avrà efficacia legale dal 1 ° luglio 2016.

Le convenzioni internazionali riguardanti la sicurezza della nave, della navigazione, della vita umana in mare e la salvaguardia dell’ambiente marino sono emanate dall’IMO (International Marittime Organization); esse devono essere rispettate dalle navi mercantili che effettuano viaggi internazionali e che superano certi valori di stazza o di lunghezza. Alle convenzioni si aggiungono le norme, generalmente più restrittive, che ogni Paese ritiene opportuno imporre alle proprie navi.

Dal luglio 2016 sarà obbligatorio pesare i container prima di caricarli a bordo delle navi. 

Dopo tale data l’operatore del terminale marittimo abbiano un peso verificato del container sarà una violazione dellaConvenzione SOLAS. 

Per aiutare operatori e governi firmatari della convenzione a introdurre i nuovi obblighi di verifica, la Commissione sicurezza dell’Imo ha emanato una circolare con le linee guida. La norma è stata introdotta per salvaguardare l’incolumità dei lavoratori portuali (diversi casi di incidente a bordo si sono verificati proprio a causa di una mancata corrispondenza fra il peso dei container dichiarato sulle rispettive polizze e quello effettivo), ma ha suscitato alcune perplessità tra gli operatori del settore.

La reazione degli operatori

Molti operatori coinvolti sono contrari a questa misura per i risvolti che può generare. L’idea di pesare tutti i container non va bene, spiegano, basterebbe introdurre una dichiarazione all’origine per conoscere il peso effettivo di ciascun contenitore.

Gli agenti marittimi hanno invece chiesto chiarimenti all’Imo circa la definizione di shipper, che compare più volte nel testo.
Il titolare della merce indicato nella polizza non è necessariamente anche il soggetto che prenoterà o pagherà il trasporto. In molti casi quindi lo shipper potrebbe non essere in grado di verificare il peso del container, se questo viene comprato con particolari tipi di accordo come ad esempio l’EXW, il Fob (free on board) o il Cif (cost, insurance freight) oppure il CFR (Cost and freight). A tutto questo si aggiunge il problema dei costi che potrebbero incidere negativamente sui bilanci delle società che gestiscono i terminal, molte delle quali non sono attualmente dotate delle attrezzature necessarie alla pesa.

L’applicazione della norma in Italia

In aggiunta alle perplessità espresse sulle nuove norme Solas, si evidenzia che, nell’applicare una norma marittima internazionale, l’Italia rischia di creare un blocco nella catena logistica dell’export dei container e quindi di gran parte delle nostre esportazioni.

Ogni nazione, infatti, sta affrontando il problema per adeguarsi alla legge, ma mentre altri Paesi Ue (Uk e Danimarca in primis) hanno affrontato la questione con pragmatismo, dando il via libera ai sistemi di pesatura dinamici, consentendo ampie tolleranze (fino a una tonnellata), e tempi anche lunghi (un anno) per le certificazioni, il Ministero dello Sviluppo economico italiano, rifacendosi a una serie di leggi nazionali sugli strumenti per pesare (tra i quali un regio decreto del 1902), ha reso noto che i container da noi devono essere pesati con pese a raso e con una tolleranza massimadi 20 chili.
Questo rappresenterà inevitabilmente un ulteriore aggravio e disparità di trattamento nei vari paesi europei.

 

Sorgente: Nuove norme IMO e rischio blocco container in Italia

Barilla: il Social Restaurant e le strategie digital per essere leader nel food

Cosa ha in comune un piatto di carbonara con un cloud? Come possono convivere nello stesso spazio fisico un piatto di spaghetti e polpette e un sensore kinect? No, non siamo in preda ai deliri della fame, ma siamo davanti ad una vera e propria rivoluzione tutta in ambito food.

Di cosa stiamo parlando? Del nuovo Barilla Social Restaurant, inaugurato qualche settimana fa a Manhattan. Il terzo ristorante negli Stati Uniti ma di matrice tutta italiana, Il Social Restaurant si presenta ai propri cienti con un outfit tutto digital. A colpire l’attenzione dei clienti e dei passanti in Herald Square è infatti unagrande vetrina digitale e interattiva dotata delle più avanzate tecnologie Microsoft.

Barilla

Coppia di fatto e tutt’altro che banale quella formata da un gigante della tecnologia, Microsoft e un veterano della tradizione culinaria made in Italy, Barilla. Ma come nelle più moderne love story ecco comparire il terzo – questa volta tutt’altro che incomodo –uno dei simboli della sharing economy nel settore turistico, TripAdvisor.

Quanto è importante, dunque, per i brand e le grandi aziende del food investire nel digitale e adottare un approccio social? Lo abbiamo chiesto per voi a Chiara Pisano, Marketing Head di Barilla Restaurants.

 

Barilla

 

Come è nata l’idea di realizzare un ristorante social e interattivo? E come rientra nella vostra più ampia strategia di marketing?

L’iniziativa si inserisce in un più grande ambito, quello della digital transformation della company Barilla. L’Azienda è consapevole che la digitalizzazione è diventata un obiettivo importante di per sé quanto gli obiettivi di business: per crescere è indispensabile mettere al centro i clienti e stabilire una conversazione costante con loro.

Questa esigenza è ancora più forte per i ristoranti, che si trovano in un contesto (USA) molto avanzato in termini tecnologi e che si rivolgono ad un target giovane. I nostri clienti sono soprattutto persone tra i 20 e i 45 anni. Crediamo che la tecnologia possa aiutarci ad offrire esperienze sempre più rilevanti e memorabili e che questo possa diventare un vero e proprio fattore di scelta dei ristoranti Barilla.

Barilla

Barilla insieme a partner come Microsoft e Tripadvisor. Che obiettivi volete raggiungere?

Microsoft è nostro partner strategico nel processo di digitalizzazione. Dal punto di vista tecnologico, la nuova vetrina impiega un sensore Kinect che raccoglie i movimenti delle persone difronte la vetrina e le trasmette ad un PC connesso a un proiettore a corto raggio. Da qui le immagini vengono inviate direttamente sulla vetrina e proiettate su una pellicola.

Grazie al cloud Microsoft Azure, invece vengono raccolti e veicolati i dati provenienti dai social network e programmati i contenuti che riguardano i piatti, i menù e le offerte contestualizzati alle differenti ore del giorno. I dati delle interazioni e degli utenti vengono raccolti e inviati dalla vetrina digitale al cloud per analizzare il risultato, in modo da misurare l’efficacia di questo nuovo modo di comunicare.
Abbiamo guardato a Tripadvisor perché crediamo che empatia e massima trasparenza siano cruciali per una strategia digitale di successo. Di qui l’idea di pubblicare sulle nostre vetrine le reviews di Tripdvisor.

Qual è il vostro approccio con i social media e con la community dei consumatori?

La comunicazione e il rapporto con la nostra community di consumatori e fan è gestita in buona parte in maniera digitale. Sin dall’apertura del primo ristorante di Radio City, abbiamo voluto parlare con il nostro pubblico ma soprattutto dar loro voce, attraverso i canali social, invitandoli ad esprimere il loro parere, in maniera diretta e senza filtro. Per questo abbiamo attivato account per essere sempre presenti laddove ci sono le conversazioni.

Barilla

L’edutainment è una buona componente della nostra comunicazione. Promuoviamo Brand, Location e Offerta sempre in chiave divertente, piacevole, consistente ma anche informativa, cercando di trasferire i valori propri della cultura Barilla e in generale Italiana per la Pasta e il mangiare sano, in un ambiente conviviale.

Un altro elemento a cui dedichiamo particolare attenzione è la localizzazione, valorizzando il contesto in cui operiamo e alla nostra integrazione con esso. Spesso infatti ci ritroviamo a dare spazio a quello che succede al di fuori dei nostri stessi ristoranti e/o a partecipare attivamente alla vita del territorio.

Quali strategie utilizzate per far crescere il brand in termini di engagement?

Abbiamo iniziato gradatamente a costruire awareness attorno al primo ristorante (NYC – Radio City) e dopo l’apertura delle nuove locations (Bryant Park e Herald Square), la nostra strategia è stata focalizzata sulla creazione di un brand sempre più strutturato e globale. Crediamo in una crescita organica.

Facebook e Instagram sono le nostre piattaforme principali per la distribuzione dei contenuti.

Barilla

Cerchiamo sempre di veicolare contenuti rilevanti per il target, alcuni esempi: nuovi prodotti, item stagionali, coupon promozionali, attività o eventi particolari previsti al ristorante. Un’attenzione particolare è rivolta a TripAdvisor, molto utilizzato dai turisti che visitano la City e a Yelp che rappresenta la piattaforma maggiormente fruita dai residenti.

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