Turismo internazionale, gli italiani spendono meno all’estero

La bilancia dei pagamenti turistica ha presentato a ottobre un surplus di 1.268 milioni di euro, a fronte di un avanzo di 1.217 milioni nello stesso mese dell’anno precedente. Le spese dei viaggiatori stranieri in Italia, pari a 2.981 milioni, sono cresciute dell’1,0 per cento; quelle dei viaggiatori italiani all’estero, pari a 1.713 milioni, sono diminuite dell’1,3 per cento.

Sorgente: Turismo internazionale, gli italiani spendono meno all’estero. Tutti i numeri – ilSole24ORE

Come fare marketing nelle PMI? Lascia perdere ciò che hai studiato all’Università

Quest’articolo ripreso mostra come Il corpo centrale del marketing è nato e pensato per la grande impresa industriale

La strategia dei Gorilla Brand: lancio per la dominanza

Vediamo un esempio di lancio di una grande impresa, che descrive bene come le strategie di lancio, il cuore di ogni strategia di marketing, ed i loro strumenti così come previsti dal paradigma di marketing management industriale non siano affatto alla portata delle PMI. C’è un libro molto bello che descrive la strategia di lancio di Procter&Gamble, scritto da Charles L.Decker, manager che ha lavorato per molti anni in questa azienda. Il libro in questione porta il titolo “Winning with P&G 99”; non è stato tradotto in italiano e qui riporto la descrizione del lancio di Ariel in Austria:

“Per il lancio di Ariel in Austria, come d’abitudine nella maggior parte dei lanci P&G, la distribuzione di campioni presso le famiglie costituiva parte essenziale del programma di marketing. Il sampling è uno strumento di marketing estremamente costoso, e per questa ragione fu circoscritto a circa il 40% delle famiglie, quelle che si supponevano potenzialmente più suscettibili di diventare consumatrici fedeli della marca.

Il programma di sampling ebbe un successo straordinario, così P&G campionò un ulteriore 20% di famiglie. Anche questa volta fu un grande successo, e quindi P&G continuò fino quasi a raggiungere il 100% delle famiglie. Non fu certo un il programma di marketing più efficiente, ma fu certamente quello più efficace. E Ariel diventò il brand dominante.”

Per molte altre aziende, l’investimento di marketing è visto molto spesso come un’attività da diluire nel tempo in base ai ritorni. C’è una minore concentrazione dell’investimento sul lancio. Da questo atteggiamento deriva anche una minore attenzione nell’analisi di marketing, nella messa a punto del prodotto e nella gestione delle attività precedenti al lancio. Ed il leverage delle attività di marketing- ovvero il ritorno di ogni dollaro speso in marketing- è più importante dell’ottenere la posizione dominante.”

Da questa descrizione si capiscono due cose molto importanti: la prima è facile da capire e consiste nel fatto che lanciare un prodotto come Ariel richiede enormi risorse di marketing. La seconda cosa è meno intuitiva: quando un’azienda come P&G lancia un prodotto, il suo obiettivo è la dominanza. Questo significa che i Gorilla Brand, l’espressione con la quale Decker descrive le grandi marche industriali che lottano per la dominanza del mercato devono entrare nel mercato per dominarlo, ottenere cioè la leadership, e che per fare questo devono essere in grado di spendere enormi risorse:

Ricapitoliamo: una grande azienda che lancia un nuovo prodotto per creare un Gorilla Brand deve lanciare per ottenere il dominio del mercato e per fare questo deve essere in grado di investire budget enormi, sia al lancio, sia negli anni successivi, come spiega ancora Decker:

“La Brand dominance è un principio importante in P&G. L’enfasi dell’azienda è sui volumi e sulla market share piuttosto che sulla profittabilità. Questo perché, alla fine dei conti, i brand dominanti, con alto volume di vendita sono i brand più profittevoli.”

La ragione di questa assoluta necessità di lanciare per la dominanza dipende da un concetto economico molto preciso: l’economia di scala. Chi riesce a conseguire i volumi di vendita più alti, consegue anche i costi di produzione più bassi: ciò permette, anche parità di prezzo di vendita, di avere margini più alti e quindi anche maggiori risorse da investire in attività di marketing. Ciò a sua volta permette di fissare prezzi di vendita più alti della concorrenza.

Risulta evidente a questo punto che una PMI non può certo lanciare per la dominanza e che dovrebbe anche evitare di entrare in concorrenza con le grandi aziende che sono in grado di ottenerla. Una PMI dovrebbe evitare di operare nelle aree di mercato dove sono presenti i Gorilla Brand. Ma a questo punto ci si potrebbe chiedere:dove può andare ad operare, a lanciare prodotti, una PMI, in un mondo che vede ormai presenti i Gorilla Brand in ogni settore merceologico? La risposta richiede un’analisi più precisa di quello che può essere definita un’area di mercato, e con questo cominciamo a delineare una strategia di marketing specifica per le PMI.

Fare marketing nelle PMI: lascia perdere il Marketing che hai studiato all’Università

Dove dormono i Gorilla Brand: sulla cima della Curva di Moore

Quello che segue è stato descritto molto efficacemente da Seth Godin nel suo celebre libro “La Mucca Viola”: in questo libro Godin descrive la strategia di quello che definisce “il complesso industriale-televisivo”:

“Il sistema era semplice e si basava su questo meccanismo: individuare un’ampia nicchia di mercato in fase di espansione e non ancora dominata da alcun produttore, costruire una fabbrica e acquistare una quantità consistente di spazi pubblicitari televisivi.”

Godin evidenzia come questo tipo di strategia funzioni soltanto se il prodotto da lanciare può essere acquistato da una grande massa di persone: e qui introduce un concetto fondamentale, ovvero la diversa propensione all’innovazione dei consumatori, descritta dalla Curva di Moore.

La Curva di Moore è un concetto nato per descrivere il processo di diffusione delle innovazioni tecnologiche che mostra come la popolazione dei consumatori è segmentabile in base al loro diverso livello di apertura all’innovazione: i consumatori possono essere quindi nei diversi segmenti degli Innovatori, Adottatori Iniziali, Maggioranza Anticipatrice, Maggioranza Ritardataria e Conservatori. Questa segmentazione implica che, se lanci un prodotto innovativo, avrai inizialmente come audience e come acquirente soltanto una piccola nicchia di consumatori, quella degli Innovatori.

curva di moore

La Curva di Moore ci dice anche che il processo di diffusione delle innovazioni è un processo sociale, che avviene per imitazione, per contagio sociale. In pratica, i primi ad acquistare sono i consumatori Innovatori che poi contagiano, per imitazione, gli Adottatori Iniziali, i quali a loro volta trasmettono l’innovazione alla Maggioranza Anticipatrice. Si tratta di un processo che non può andare bene per un lancio per la dominanza, per le seguenti ragioni: in primo luogo, rivolgersi in fase iniziale ad una piccola nicchia di consumatori non consente di programmare ampi volumi di produzione; in secondo luogo, senza ampi volumi di produzione, non si possono stanziare ampi budget di comunicazione, anche perché andrebbero a rivolgersi comunque ad un piccolissimo numero di consumatori, gli Innovatori appunto.

Un lancio per la dominanza da parte di un Gorilla Brand richiede quindi di rivolgersi necessariamente alla maggioranza dei consumatori, cioè alla Maggioranza Anticipatrice e Ritardataria. Soltanto in questi segmenti ci sono i milioni di consumatori che possono permettere un lancio per la dominanza.

Sotto la cima della Curva di Moore c’è la cima della Curva del Ciclo di Vita del Prodotto

A questo punto dobbiamo chiederci: cosa comprano i consumatori della Maggioranza Anticipatrice e Ritardataria, ovvero il corpo centrale del mercato? La risposta ce la fornisce la curva del Ciclo di Vita del Prodotto: comprano prodotti che si trovano ormai nella fase di Maturità e non nella fase di Introduzione.

ciclo-di-vita1

Da questa osservazione ne segue un’altra: se devi effettuare un lancio per la dominanza non devi lanciare un prodotto fortemente innovativo o disruptive, ovvero che crea una nuova categoria merceologica: devi lanciare un prodotto che rientri nelle categorie merceologiche già esistenti. L’innovazione che puoi introdurre è quindi di natura migliorativa, definibile come Brand Extension Strategy, il miglioramento incrementale di categorie di prodotti già esistenti. Un’innovazione che deve creare certamente qualcosa di nuovo, ma di non troppo disruptive.

Questo significa che le grandi imprese industriali devono essere molto prudenti quando effettuano un lancio: dal momento che devono conquistare prima possibile la grande massa del mercato, devono rivolgersi a grandi masse di consumatori non innovatori e devono farlo con prodotti che siano da questi comprensibili, accettabili e acquistabili senza che ci sia il bisogno di contagio sociale ma semplicemente attraverso esperienza diretta gestibile dall’azienda, come il sampling o l’advertising. Si tratta di lanciare novità che possono essere adottate facilmente dalla maggioranza dei consumatori senza mediazione sociale.

I Gorilla Brand devono essere molto prudenti: le PMI invece devono essere coraggiose

Arrivati a questo punto, cominciamo a intravedere le aree dove una PMI può, e direi anzi deve, andare ad operare: nelle aree che riguardano l’innovazione.

Questo perché, in quanto a tutto ciò che è stato espresso in precedenza, le grandi imprese industriali non possono correre il rischio di effettuare lanci per la dominanza che implichino anche una minima possibilità di fallimento. Immaginate, ad esempio, la situazione di un’impresa automobilistica: i costi per lo sviluppo delle piattaforme industriali per il lancio di un nuovo modello sono enormi, i costi di marketing sono colossali. Sbagli un lancio: è un disastro. Ne sbagli due: è probabile che ti troverai in grande difficoltà.

Questa necessaria avversione al rischio dei Gorilla Brand lascia quindi uno spazio alla PMI: uno spazio che risiede nell’innovazione del prodotto. Per sfruttarlo, le PMI devono fare innovazione, correre maggiori rischi, sia perché possono farlo, dati i minori investimenti necessari per rivolgersi alla piccola nicchia degli Innovatori, sia perché non possono certo andare a fare concorrenza alle grandi imprese industriali sul loro terreno.

Perché la ricerca di mercato non è così utile per l’innovazione (e quindi anche per le PMI)

Quando prima ho affermato che le PMI devono essere coraggiose non mi riferivo soltanto al fatto che sono chiamate a lanciare prodotti innovativi, ma anche alla limitata utilità delle ricerche di mercato proprio nel caso di lancio prodotti innovativi.

C’è un esempio che trovo molto efficace, una case-history che appartiene al settore automobilistico, spiegato da C.H. Prahalad nel suo libro “Alla conquista del futuro” (Edizioni Sole 24 Ore):

“Sentite quanto ha da dirci Hal Sperlich, il padre delle monovolume, il quale trasferì tale  concetto da Ford a Chrysler, quando Ford rinunciò alla possibilità di trasformare tale concetto in realtà: “(Ford) temeva che non esistesse il mercato, perché non esisteva il prodotto. L’industria automobilistica attribuisce grande importanza agli studi storici sui segmenti di mercato. Ma questi non potevano fornire delle prove sull’esistenza di un mercato per le monovolume perché non esisteva nessun segmento storico da poter citare come esempio.

A Detroit, la maggior parte degli investimenti stanziati per lo sviluppo dei prodotti viene spesa per apportare piccole modifiche ai prodotti già esistenti e i fondi destinati alle ricerche di mercato vengono impiegati per capire quali prodotti i clienti preferiscono fra quelli esistenti. Nei dieci anni dedicati allo studio delle monovolume, non abbiamo mai ricevuto nessuna lettera in cui qualche casalinga ci chiedeva di inventarne una. Per gli scettici questa era la conferma del fatto che non esisteva mercato per questo prodotto.”

Sorgente: Come fare marketing nelle PMI?

Nel 2016 l’1% della popolazione è più ricco del resto del mondo

La crisi della disuguaglianza globale sta raggiungendo valori estremi mai toccati prima. L’1% più ricco della popolazione mondiale possiede più risorse del resto del mondo. Qui lo studio dell’Oxfam. Esistono quindi 62 super-ricchi possiedono la stessa ricchezza di metà della popolazione più povera.

Tra il 2000 e il 2015, in valore nominale, la ricchezza complessiva degli italiani è cresciuta di ben 4.528 miliardi di dollari. Ma, come si può facilmente intuire, tutta questa crescita è stata quasi totalmente appannaggio di una piccola percentuale dei cittadini del nostro paese. Oltre la metà dell’incremento di ricchezza (53,7%) è andata infatti al 10% più ricco della popolazione, mentre la metà più povera degli italiani ha dovuto accontentarsi di appena un settimo della cifra. Stesso risultato anche se si guarda all’1% più facoltoso della popolazione, che nel periodo considerato ha potuto beneficiare di un incremento di ricchezza 20 volte superiore a quello riservato al 20% più povero degli italiani.

Nel 2015 appena 62 persone possedevano la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone, ossia la metà più povera della popolazione mondiale. Solo nel 2010 erano 388. • La ricchezza delle 62 persone più ricche è aumentata del 44% dal 2010 ad oggi, con un incremento pari a oltre 500 miliardi di dollari ($ 542), arrivando a 1.760 miliardi di dollari. • Nello stesso periodo la ricchezza della metà più povera della popolazione mondiale si è ridotta di poco più di 1.000 miliardi di dollari, –una contrazione del 41%. • Dall’inizio del secolo ad oggi la metà più povera della popolazione mondiale ha ricevuto soltanto l’1% dell’incremento totale della ricchezza globale, mentre il 50% di tale incremento è andato all’1% più ricco. • Il reddito medio annuo del 10% più povero della popolazione mondiale è cresciuto di meno di 3 dollari all’anno nell’arco di quasi un quarto di secolo, ovvero meno di un centesimo al giorno.


Sorgente: Nel 2016 l’1% della popolazione è più ricco del resto del mondo – ilSole24ORE

Distretti agro alimentari italiani, ecco come sta andando l’export

Intesa Sanpaolo ha aggiornato le sue statistiche sull’export dei distretti agroalimentari: alla luce di ciò, le 44 strutture territoriali monitorate dalla banca hanno manifestato un ottimo incremento (+ 8% tendenziale), confermando dunque la sussistenza di un trend positivo che dura oramai da più di 5 anni, e che hanno permesso alle esportazioni delle aree distrettuali agroalimentari, nel solo terzo trimestre 2015 (ultimo periodo al quale è possibile riferire dati statistici ufficiali) a quota 3,9 miliardi di euro, quasi 290 milioni di euro in più rispetto a quanto riscontrato nello stesso periodo dell’anno precedente.

 Cumulativamente, ricorda poi il monitor dei distretti, l’export ha toccato quota 11,3 miliardi di euro nel periodo gennaio – settembre 2015, per ben 926 milioni di euro in più rispetto allo stesso periodo dell’esercizio precedente: un vero e proprio successo determinato dalla crescita sui principali mercati europei (Francia e Germania davanti a tutti), e dal contributo positivo del mercato statunitense che, previsioni ampiamente formulate anche dai consulenti Ego International Group, continueranno a sostenere il nostro commercio estero anche per il 2016, e oltre.

Il trend positivo, su serie storica, è qui ben delineato dal grafico fornito da ISP:

In maniera ancora più approfondita, dal report emerge come tutti i comparti interessati dai distretti agro-alimentari italiani, con la sola eccezione di quello conserviero, abbiano riportato risultati positivi nel corso del terzo trimestre dell’anno, offrendo un contributo positivo alla dinamica del settore. In particolare, sostiene il dossier, “la filiera agricola nel corso del terzo trimestre dell’anno ha offerto il contributo maggiore alla crescita registrata dai distretti agro-alimentari (+17% su base tendenziale, pari a 97,5 milioni di euro in più): nel periodo di riferimento, la ripresa dei flussi sui principali mercati europei

(Germania in primis, seguita da Francia, Regno Unito e Austria) e in Tunisia, al traino del boom di export del distretto ortofrutticolo barese, ha determinato una crescita del valore delle esportazioni per tutti i distretti del comparto, ad eccezione dei due distretti del florovivaismo (Florovivaistico di Pistoia, Florovivaismo del ponente ligure)”.

Soddisfacenti anche le prestazioni della filiera delle paste e dei dolci, che nel terzo trimestre è riuscita a registrare una crescita significativa all’interno del segmento agro-alimentare (+15,2% tendenziale); dati positivi anche dalla filiera lattiero casearia (+9,2% rispetto al terzo trimestre 2014), che ha beneficiato della crescita delle esportazioni della Mozzarella di bufala campana e dal Lattiero-caseario del sassarese, che nel terzo trimestre dell’anno ha confermato un trend positivo delle vendite negli Stati Uniti.

In crescita anche le vendite dei distretti attivi nel segmento dell’olio (+18,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente), e di quelli attivi nel vino (+2,1% tendenziale), grazie soprattutto alla crescita delle vendite su tutti i principali mercati di riferimento e in particolar modo nel Nord America (sia negli Stati Uniti che in Canada).

In questo grafico, il contributo delle singole filiere all’export dei distretti agro-alimentari:

Per quanto infine concerne l’analisi dell’orientamento dei flussi commerciali, viene evidenziato come nel corso del trimestre luglio – settembre 2015 le imprese distrettuali dell’agro-alimentare abbiano registrato una crescita delle esportazioni più significativa sui mercati maturi rispetto ai nuovi mercati, i quali hanno comunque garantito una progressione del 6,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, sostenute principalmente dai buoni risultati registrati in Cina e Hong Kong, in Tunisia e in Polonia (con contro-bilanciamento delle perdite riportate sul mercato russo (-36,7% tendenziale nel terzo trimestre dell’anno). I mercati maturi, invece, nel terzo trimestre dell’anno hanno evidenziato un ritmo di crescita dell’8,6% tendenziale, grazie alla forte crescita delle vendite dei distretti agroalimentari negli Stati Uniti (+18,2% rispetto al periodo luglio-settembre del 2014) e sui principali mercati europei (Germania +7,2%, Francia +5% e Regno Unito +7,7%).

Sorgente: Distretti agro alimentari italiani, ecco come sta andando l’export

Il 2015 è stato l’anno più caldo dal 1880

uanti di noi hanno pensato che questo 2015 finito da poco sia stato un anno molto caldo? Tanti certamente, e avevamo tutti ragione. Lo hanno confermato oggi, in sedi differenti le tre più importanti istituzioni di osservazione e misura delle temperature del pianeta che sorvegliano sia da terra che dallo spazio: il MetOffice nel Regno Unito, la Nasa e la Noaa negli Usa.

Sorgente: Il 2015 è stato l’anno più caldo dal 1880. Le mappe e la timeline – ilSole24ORE

In breve il trend dell’ e-commerce 2016

L’ecommerce del futuro in 7 punti: multi-device, smartphone, occasioni d’acquisto, online-offline, persone, advertising mirato, consegne rapide.

Chi pensa di poter conoscere l’ecommerce al 100% si sbaglia. I trend del commercio elettronico 2016, indicati dall’azienda francese Criteo, confermano quanto il mondo delle vendite online sia in continua evoluzione e quanto sia complesso, anche per gli addetti ai lavori, averne una visione a 360 gradi. Il massimo possiamo fare è interrogare i dati nella maniera più precisa possibile e affidarci agli umori e alle preferenze degli e-shopper. A darci una mano è intervenuta Criteo, con un report in cui indica i 7 Trend del Commercio Elettronico 2016:

#1 Consumatori Multi-device > Nel 2016 gli utenti che utilizzeranno più di un dispositivo durante il processo d’acquisto supererà la quota del 50% (media mondiale). Ciò significa che più di una persona utilizza almeno due fra smartphone, tablet e PC nei diversi step dellashopping experience.

#2 Dominio smartphone > L’ascesa del mobile proseguirà anche nel corso del 2016. In particolare, gli smartphone saranno i veri protagonisti dello shopping online mondiale. In Italia circa il 12% delle vendite via web è stata effettuata mediante questo canale e tale percentuale è destinata ad aumentare. Di conseguenza le soluzioni ecommerce sviluppate dovranno più che mai essere responsive e user friendly su qualsiasi dispositivo.

#3 Grandi occasioni d’acquisto > Fra i Trend del Commercio Elettronico 2016 rientrano anche tutte quelle iniziative come Cyber Monday e Single Day. Occasioni di vendita tanto pubblicizzate a livello planetario saranno sempre più frequenti nei prossimi mesi e porteranno incrementi di fatturato a tutte quelle realtà aziendali dotate di piattaforme e-commerce.

#4 Legame online-offline > Le vendite negli store saranno sempre più influenzate dal comportamento online dei consumatori. Informazioni, prezzi e offerte dei brand ricercate sul web sono spesso fondamentali per concludere poi  l’acquisto nel negozio fisico. Ma vale anche il contrario: otto consumatori su dieci utilizzano infatti il proprio smartphone all’interno degli store per effettuare direttamente il proprio shopping online.

#5 Marketing basato sulle persone > Ogni azienda dovrebbe prevedere strategie sempre più orientate all’utente piuttosto che ai device che egli utilizza durante l’intero processo d’acquisto. Strumenti di analytics serviranno ai responsabili marketing per comprendere il comportamento degli e-shopper, fornire contenuti durante tutta la fase d’acquisto e creare shopping experience personalizzate.

#6 Advertising mirato > Basta con le pubblicità fastidiose e invadenti: visualizzazioni on screen invasivi, pop-up, overlay e preroll saranno tutti messi al bando. I programmi di ad blocking spingeranno le aziende a proporre, in maniera sempre più naturale, solamente quelle  inserzioni definite rilevanti e mirate. Ciò perché il consumatore digitale medio si infastidisce quando l’advertising non rispecchia il proprio gusto personale (50%), promuove prodotti che a lui non interessano (49%) o che ha già acquistato (45%).

#7 Consegne rapide > L’ultimo fra i Trend del Commercio Elettronico 2016 riguarda le spedizioni. Servizi come quelli forniti da Amazon Prime saranno la regola nei prossimi mesi. Gli utenti sono infatti più portati a completare l’acquisto online quanto più la spedizione prevista è considerata rapida. E per rapida si intende: recapito il giorno stesso o al massimo quello successivo (96%) o consegna entro due giorni (92%).

Sorgente: Trend Commercio Elettronico 2016 – Blog – Datasys

Export agroalimentare in Iran, previsioni sul triennio

Secondo quanto affermano le ultime stime Nomisma, la fine delle sanzioni imposte alla Repubblica Islamica dell’Iran coinciderà con una forte ripresa delle esportazioni di Made in Italy del settore nel Paese. Una ripresa talmente dinamica e significativa che entro il 2018 il derivante controvalore del commercio estero crescerà fino a raggiungere quota 40 milioni di euro.

Stando a quanto ricordano ulteriormente le osservazioni di Nomisma, oggi l’80% dell’export agroalimentare in Iran è costituito da prodotti trasformati, mentre il restante 20% è rappresentato da prodotti agricoli. Tra i prodotti più commercializzati, l’olio di oliva costituisce tutt’oggi la principale voce dell’agroalimentare sul mercato iraniano, con un peso sul totale dell’export di settore del 15%. Rilevante è la quota dei mangimi (13%), dei semi di ortaggi (12%) e degli altri tipi di oli vegetali (10%), mentre una pur considerevole singola cifra riguarda i dolci (6%) e gli aceti (4%). Sorprende, ma solo limitatamente, il fatto che un ruolo marginale sia attribuito alla pasta, uno dei perni fondamentali dell’export agroalimentare italiano nel mondo: oggi l’export di pasta in Iran vale poco di più di 100.000 euro, sufficienti – comunque – per poter assicurare al nostro Paese una posizione di leadership.

Ad ogni modo, i numeri sono previsti in immediato rapido incremento, sulla considerazione principale che la fine delle sanzioni dovrebbe condurre a un tempestivo miglioramento della situazione economica iraniana e, di riflesso, dei consumi alimentari: facile dunque prevedere una crescita delle vendite di beni alimentari d’importazione, ambito nel quale l’Italia dovrebbe ottenere un facile approdo grazie all’appeal esercitato in via crescente sui consumatori iraniani di classe media.

Insomma, anche alla luce delle più recenti evoluzioni in materia, rimane l’impressione degli enormi margini di ripresa dell’export italiano in Iran. Sia sufficiente ricordare, in tal proposito, come tra il 2000 e il 2013 l’Iran abbia importato in media, ogni anno, 38 miliardi di euro, e come l’Italia abbia una quota di mercato del 4,6%: prima dell’approdo delle sanzioni (2000-2005) l’Italia disponeva invece di una quota di mercato di quasi il 7%, con un ritmo di crescita di export italiano verso l’Iran pari al 23,5%, contro una media del 17,8%.

Il seguente grafico Sace ci conferma quel che è accaduto, e quel che sarebbe potuto accadere senza sanzioni:

 

Sorgente: Export agroalimentare in Iran, ottime previsioni sul triennio

Anno da record per l’export di macchinari per lavorazione di gomma e plastica

Le news sul mondo dell’export, focus Paesi, mercati esteri, che cosa e dove esportare. Informazioni utili per vendere all’estero.

l 2015 è stato un anno record per l’export di macchinari per la lavorazione della gomma e della plastica. Sebbene manchino ancora le conferme ufficiali, considerando che l’esercizio è stato concluso da pochi giorni, tutto lascia presagire che, come confermato dalle stime del centro studi di Assocomaplast (associazione di categoria che raggruppa oltre 160 aziende del settore), il valore della produzione abbia superato i 4,1 miliardi di euro alla fine dell’anno appena terminato.

Dunque, salvo sorprese negative nella coda dell’anno, il settore dell’export dei macchinari per la lavorazione di gomma e plastica potrebbe aver chiuso il 2015 sconfiggendo il record storico toccato nel 2007, l’ultimo anno pre-crisi, pari a 2,8 miliardi di euro. Un segnale importante per l’intero comparto, che confermerebbe la bontà della ripresa produttiva tricolore.

A trainare le esportazioni delle imprese italiane del settore sarebbe stata principalmente l’area Nafta (Stati Uniti, Canada, Messico), in grado di far riscontrare un incremento di oltre 30 punti percentuali nel periodo gennaio-settembre 2015, grazie in particolare alla spinta legata al rafforzamento del dollaro sull’euro, e al dinamismo delle commesse delle società statunitensi, in grado di apprezzare in via significativa i macchinari italiani.

Compie invece un passo indietro l’export dei macchinari made in Italy verso l’area del Sud America (trascinato in flessione dalle difficoltà di Brasile e Argentina), del Medio Oriente (-26%) e dell’Europa extra-Ue che complessivamente fa segnare un arretramento del 4%, soprattutto a causa della situazione russa.

Sorgente: Anno da record per l’export italiano di macchinari per lavorazione di gomma e plastica

Trend positivo per la meccanica Italiana sull’export

1,3%, è la crescita dell’export meccanico italiano

209.621, sono gli occupati nel settore

44miliardi, è il fatturato cresciuto rispetto all’anno precedente dell’1,3%

L’agenzia Anima, che raggruppa le aziende della meccanica associate di Confindustria, ha stilato un report che evidenzia un miglioramento generale del settore. Nel 2015, infatti, il fatturato ha superato i 44miliardi di euro, gli occupati si sono attestati a 209.621 unità, mentre sono stati fatti investimenti per 965milioni di euro con previsioni di miglioramento di circa un punto percentuale sul 2016.

Decisivo per la ripresa del settore, l’export che ha visto una crescita del 6,6% nelle macchine per il trattamento delle acque civili, del +6,3% nelle macchine per la trasformazione della frutta, del +4,9% per i macchinari per l’industria dolciaria, per la lavorazione delle carni e per i carrelli industriali. Solo il settore del Oil & Gas ha subito una contrazione delle esportazioni. La geografia dei prodotti esportati è globale e prevede una distribuzione dei prodotti meccanici del 42% all’interno dell’area dell’UE-28, seguita dall’Asia con il 22%, dall’America del Nord (11%), dagli altri Paesi Europei (10%), dall’ Africa (8%).

Sorgente: Trend positivo per la meccanica italiana. Crescita dell’export dell’1,3% e fatturato di 44miliardi – ilSole24ORE